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Compagnie energetiche attive nell’oil&gas, case automobilistiche, aziende minerarie, colossi del manifatturiero e dell’hi-tech: quasi nessuno incorpora valutazioni sull’esposizione al climate change nella reportistica finanziaria. Così aumenta la probabilità di sovrastimare profitti e asset e sottostimare le passività

ra i grandi inquinatori dell’industria globale non c’è fretta di spiegare in che modo il loro business è esposto all’impatto del cambiamento climatico. Delle 134 aziende più responsabili per le emissioni di gas serra al mondo, ben il 98% non illustra con sufficiente chiarezza le vulnerabilità dei suoi asset nella reportistica finanziaria. Compagnie energetiche attive nell’oil&gas, case automobilistiche, aziende minerarie, colossi del manifatturiero e dell’hi-tech, sono ancora in larga parte cieche al rischio climatico.

È il risultato principale della 2° edizione del sondaggio annuale condotto da Carbon Tracker, quest’anno su un ventaglio di 134 aziende che rappresentano congiuntamente circa l’80% delle emissioni corporate globali. Per valutare la qualità della reportistica sul rischio climatico, il rapporto si affida alla metodologia Climate Action 100+ Climate Accounting and Audit Assessment (CAAA).

Solo otto aziende, ovvero il 6%, hanno ricevuto un punteggio “parziale”, fornendo tutte le informazioni richieste dalla metodologia CAAA per almeno una delle sette metriche utilizzate per la loro valutazione”, spiega Carbon Tracker. “Si tratta di BP, Glencore, National Grid, Rio Tinto Group, Shell, Eni, Equinor e Rolls-Royce Holdings. Le restanti 126 società e i loro revisori non hanno soddisfatto alcun requisito”, sottolinea.

Tra le mancanze più comuni: il 99% delle 134 aziende non rende pubbliche le stime e le ipotesi legate a fattori climatici impiegate nella reportistica. Anche quando indicano che i rischi climatici possono avere un impatto su tali aspetti. C’è poi spesso una questione di coerenza: mentre la policy aziendale riconosce l’importanza di affrontare il rischio climatico, non ve ne è traccia nel reporting finanziario. Infine, anche se molte di queste compagnie hanno fissato una data per la neutralità climatica, questo obiettivo non viene fatto valere nelle considerazioni sul rischio climatico.

“Nessuna azienda ha fornito tutte le informazioni richieste dagli standard o dagli investitori. Questo nonostante il fatto che la maggior parte delle società operi in una serie di settori ad alta emissione, tra cui petrolio e gas, industria mineraria, trasporti e industria”, sottolinea Barbara Davidson di Carbon Tracker. “Molti valori di attivi e passivi si basano su ipotesi previsionali.  Quando le aziende non tengono conto delle questioni legate al clima, i loro bilanci possono includere asset sovrastimati, passività sottostimate e profitti sovrastimati”.

Fonte: rinnovabili.it