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Legno: un materiale “anziano”, in apparenza largamente conosciuto, di certo tra i primi ad essere finito tra le mani dell’uomo. Eppure proprio al legno, ai boschi e alle foreste in cui cresce, in generale negli ecosistemi in cui vive e prospera, dovremmo affidarci in futuro per una simbiosi pacifica tra Terra e essere umano. È la proverbiale e simbolica “chiusura del cerchio”, nella quale lo scorso 20 luglio 2023 è stato firmato il protocollo d’intesa per l’avvio del primo Cluster italiano del legno. 

Costituito da quindici soggetti tra pubblici e privati, imprenditori e ricercatori, il neonato ente ha lo scopo di promuovere la relazione tra le diverse realtà che ruotano attorno all’universo del legno, per incrementarne produzione, valore e capacità di utilizzo in ottica di New Green Deal. A presiedere il Cluster nazionale Davide Pettenella, professore ordinario all’interno del Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’Università di Padova (la quale fa parte dei quindici costituenti del nuovo programma ambientale).

Il cluster è un primo passo concreto della Strategia Forestale Nazionale, ovvero il piano ventennale a beneficio del patrimonio boschivo italiano pubblicato in Gazzetta ufficiale nel febbraio del 2022. Un piano strategico questo nato dal basso: “Circa quaranta tecnici, rappresentanti delle varie organizzazioni coinvolte, hanno portato avanti l’iniziativa con la supervisione prima dell’ex MIPAAF, Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, poi del MASAF,  Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste dell’attuale ministro Francesco Lollobrigida; un’elaborazione non verticistica e trasversale a livello politico, sintomo della bontà dell’idea” spiega il professor Pettenella.

Il punto di partenza italiano proviene da una ignoranza di base: siamo infatti, col 37% di territorio boschivo – dato in aumento causa abbandono – un paese a vocazione forestale. “Su circa 12 milioni di ettari totali – continua il neo-presidente Pettenella – il 32% si trova in area protetta: la più alta percentuale tra i paesi dell’Unione Europea. La parte residua riguarda quelle foreste che sono, o potrebbero essere, a vocazione produttiva, ed è lì che il cluster coordinerà le sue attività”.

L’obiettivo è di creare rete tra le diverse realtà che già si occupano di gestione forestale e abbiano interesse nella bioeconomia. Ciò riguarda tanto il settore privato quanto il pubblico: soprattutto in montagna i comuni, spesso, non hanno la forza per gestire anche il terreno boschivo. “Tra le prime iniziative – elenca il professor Pettenella – vi sono il miglioramento della viabilità forestale, utile per la lavorazione e il trasporto del legno; bisogna riprendere la formazione e la professionalizzazione dei boscaioli e serve ricreare il tessuto delle segherie, dato che molte sono state chiuse nel corso degli anni”.

Le agenzie locali già attive in questo senso si collocano soprattutto sull’arco alpino – le foreste italiane sono per il 95% su suolo montano – dalle regioni a statuto speciale del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia alla provincia di Belluno, arrivando fino a Cuneo. Il coinvolgimento riguarda anche le associazioni incaricate alla certificazione sostenibile delle foreste, ovvero il FSC – Forest Stewardship Council e il PEFC, programma per il mutuo riconoscimento degli schemi di certificazione forestale.

Da qui segue e si integra ciò che ruota attorno alla “economia verde”, riguardante principalmente il settore dei materiali e quello energetico. A far da raccordo tra questi due è la gestione della filiera del legno: “Tra le biomasse, l’energia forestale è tra le più significative: una sorta di sleeping giant all’interno dell’Unione Europea, che potrebbe ricoprire in misura più significativa il fabbisogno energetico. Legna da ardere, ma soprattutto materiale cippato e pellet, derivanti dagli scarti industriali del legname: parliamo di un 30-40% rispetto al legname grezzo utilizzato dalle industrie a cui è possibile dare una destinazione energetica” chiosa Davide Pettenella.

La bioeconomia poi riguarda l’ingegneria edile e la rivalutazione del materiale per la costruzione di grattacieli e di edifici popolari – si veda il caso svedese – e nel settore biochimico per la produzione di bioplastica (cellulosa e viscosa), molto utile per il settore manifatturiero italiano. Una migliore gestione dei boschi favorirebbe anche altri settori – basti pensare ai prodotti forestali quali sughero, le resine, erbe aromatiche e medicinali – e aiuterebbe le foreste nella transizione climatica che già stiamo attraversando, spostando la loro coltivazione ad altitudini e latitudini superiori. 

Il tutto sarà coordinato dalle nuove ricerche sulle quali saranno impegnati gli enti di riferimento – a partire dalle Università di Padova, della Basilicata, della Tuscia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche – all’interno del cluster. Nuovi composti chimici, studi sui diversi comportamenti fisici del legno, innovative destinazioni d’uso: in sintesi, la dimostrazione di quanto il legno sia ancora una materiale estremamente versatile e fondamentale per l’essere umano. Nel legno l’uomo ha intarsiato la sua storia e la sua economia, da oggetto per la difesa a materiale da costruzione, passando per l’artigianato e tra le fonti primarie di sussistenza. Questo il passato del legno e una parte del suo presente. Ma la crisi climatica e la necessità di una coesistenza pacifica con il pianeta Terra ne faranno, ancora, un fattore determinante per il futuro della specie umana.

 

di Damiano Martin