Categorie: Editorial
Tipo di Contenuto: altroconsumo | lana | tessuti
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Creare nuova maglieria da quella vecchia. È la magia delle fibre rigenerate. Al vaglio l’impegno ambientale – dalla filiera alle politiche di vendita – di undici aziende che hanno scelto questi filati per le loro collezioni, i cui capi sono acquistabili online. E i prezzi? Sorpresa: sono in linea con quelli delle catene del fast fashion.

Chissà quanti capi di lana o di cashmere rigenerati abbiamo indossato senza saperlo né lontanamente sospettarlo. Sì, perché per decenni la presenza di parti riciclate nei filati è stata un’onta da nascondere invece che un merito da esibire. Nessuna legge, ieri come oggi, obbliga il produttore a specificare sul cartellino se le fibre che ha usato per realizzare quell’indumento sono riciclate o rigenerate. Un tempo, chi recuperava nel ciclo produttivo gli abiti usati era infatti chiamato spregiativamente «cenciaiolo» (da cencio, cioè straccio). Risparmiare sulla materia prima, riciclando vestiti dismessi o ritagli di confezioni, non era infatti considerato un dono all’ambiente, ma il disdicevole segno che non ci si poteva permettere i più costosi filati vergini. Del resto, tra i clienti, in molti avrebbero come minimo storto il naso sapendo che il tessuto del loro nuovo abito proveniva da una fibra ricavata da stracci. Solo la sensibilità ecologica moderna ha elevato i rifiuti (compresi quelli tessili) a «materie prime seconde».

Ne sanno qualcosa dalle parti di Prato, dove è nato «un distretto industriale che ha costruito un’enorme ricchezza sull’economia circolare quando ancora nessuno sapeva che cosa fosse»: ce lo racconta magistralmente il “Stracci”, il documentario diretto da Tommaso Santi, scritto da Silvia Gambi e prodotto da Kove (www.straccidoc.it), che ripercorre le fasi di una storia lunga ormai più di un secolo. È qui che sono nati i maestri di un mestiere quasi magico, che consiste nel «comprare a chilo e vendere a metro», cioè nell’acquistare a peso sacchi di vestiti usati da cui ricavare fibra per nuovi tessuti, che poi saranno venduti a metraggio. Sono le fibre animali, soprattutto la lana e il cashmere rigenerati, che hanno reso famoso il distretto di Prato, trasformandolo in un punto di riferimento internazionale per il settore.

Secondo Textile Exchange, nel mondo meno dell’1% di tutte le fibre tessili viene riciclato in nuovi capi di abbigliamento. Se per la lana si arriva al 6% è grazie all’esperienza pratese e alle centinaia di aziende che ne fanno parte. Anche se, va detto, la lana rappresenta soltanto l’1% di tutte le fibre in circolazione.

Undici marchi sotto la lente

Ora che la moda sostenibile è (per fortuna) diventata di moda, sulle etichette e nelle pubblicità è tutto un pullulare di fibre riciclate e rigenerate. E si moltiplicano i tessuti ecosostenibili brevettati, ottenuti da rifiuti e scarti di lavorazione delle filiere più varie, in primis quella alimentare. Ne abbiamo parlato nella prima puntata della nostra serie di articoli dedicati alla moda verde, in cui ci siamo concentrati sulla sostenibilità di dodici brand che nelle loro collezioni di abbigliamento sportivo e di costumi usano fibre riciclate.

Questa è invece la volta di undici griffe che confezionano capi invernali in lana e cashmere rigenerati. Si tratta sempre di piccole e medie imprese che vendono i loro prodotti online (alcune anche in negozi fisici) e che meritano di essere conosciute e sostenute. Nonostante solo tre abbiano collaborato alla nostra inchiesta attraverso la compilazione di due questionari sulla sostenibilità nella piattaforma ESG  (sigla che sta per “environmental, social e governance” e che considera dunque non solo l’impatto ambientale) messa a punto da Ecomate, nostro partner in questo progetto, siamo comunque riusciti a valutarle tutte per quanto possibile, grazie alle informazioni pubblicamente disponibili (non sempre complete) e a quelle da noi raccolte tramite prove di acquisto.

Made in Italy ristretto

I tre brand che hanno risposto alle nostre domande (Artknit, Rifò e Zerobarracento) concentrano la filiera produttiva nella provincia in cui si trova la loro sede, o al massimo nella regione. Avere filiere corte è fondamentale se si vuole ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività e assicurarsi un monitoraggio più efficace ed agevole. Altre aziende fanno semplicemente riferimento al concetto di made in Italy, che di per sé non è garanzia dell’italianità dell’intera filiera produttiva, cosa che invece è possibile verificare per Dalle Piane Cashmere, grazie all’etichettatura Traceability & Fashion.

Fibre rigenerate e non solo

Elevatissima, tra le aziende che hanno collaborato all’indagine, è la percentuale di capi monomateriali, cioè composti da un’unica fibra, nelle collezioni in vendita sui loro siti: 95% per Artknit, 90% per Rifò, 80% per Zerobarracento. Un requisito fondamentale per facilitare il futuro riciclo di quegli indumenti.

Da dove arrivano il cashmere e la lana rigenerati usati nei loro capi? Rifò e Lofoio sono gli unici che fanno esplicito riferimento ai cenciaioli di Prato. Humnzr usa materiali Re-Verso, marchio identificativo di una filiera che rigenera ritagli pre-consumo di lana e cashmere. Anche Artknit e Zerobarracento preferiscono scarti industriali pre-consumo. A questi Mate Cashmere aggiunge fibre rigenerate da abiti usati. Papini Cashmere acquista e ricondiziona abbigliamento in cashmere: maglie bucate, strappate o molto usurate. Tasselli Cashmere invece ha creato una propria linea puntando sul riutilizzo di capi pregiati (Re-Born Cashmere).

Anche fibre vergini

Nei capi degli undici brand qui selezionati non mancano cashmere e lana vergini. Quelli di Artiknit sono certificati Responsible Wool Standard” (RWS). Zerobarracento, pur non possedendo una certificazione, dichiara di aver imposto ai fornitori requisiti per il rispetto del benessere animale. Un tema, questo, sempre più sentito nel mondo della moda, grazie all’attivismo e alle campagne di denuncia delle organizzazioni animaliste. Nel caso della lana, l’associazione Peta ha reso noti filmati in cui si vedono pecore tosate con indicibile brutalità. Per quanto riguarda il cashmere, la narrazione corrente ce lo presenta come sostenibile a prescindere, perché il vello non viene prelevato tosando la capra Hircus (l’animale che produce la preziosa fibra), ma semplicemente spazzolandola. In realtà, «campagne informative hanno proposto un’immagine meno ottimistica delle condizioni in cui vivono questi animali», segnala il rapporto “Moda e animal welfare” di Blumine. Ecco perché sono nate iniziative di tutela specifiche, come Standard Good Cashmere.

Prezzi in linea con le grandi catene

Gli eshop degli undici marchi li abbiamo valutati sia sotto i profili della sicurezza e delle politiche di vendita — senza rilevare problemi di sorta — sia facendo prove di acquisto: cappotti, maglioni, sciarpe e cappelli. Abbiamo confrontato i loro prezzi con quelli di alcune catene del fast fashion, constatando un sostanziale allineamento tra i prodotti in cashmere: si va da 30 a 55 euro per i cappellini, da 40 a 150 per le sciarpe, da 50 a 200 per i maglioni. Per i cappotti l’analisi è più complessa visto che le finiture hanno un peso maggiore nella definizione del prezzo. Se ne ricava che scegliere i prodotti in materiali riciclati è un buon affare, oltre che per l’ambiente, per le nostre tasche.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale non poteva mancare la valutazione del packaging. In molti casi abbiamo riscontrato comportamenti virtuosi: imballaggi leggeri in cartoncino, sigillati da nastri adesivi di carta, ma anche sacchetti compostabili e buste in plastica riciclata. Abbiamo penalizzato i marchi che usano imballaggi pesanti, ingombranti e di materiali diversi, tanto più se difficilmente separabili. Un plauso ai più sobri: Dalle Piane, Lofoio, Humnzr, Mate e Tasselli.

Fonte: Altroconsumo.it