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isorsa cruciale per la vita, l’acqua è un bene comune che sovente diventa oggetto di contesa. In questi giorni vediamo come nel conflitto in corso in Ucraina, l’acqua sia un fattore decisivo: il danneggiamento delle infrastrutture idriche e il taglio dell’acqua alle città sotto assedio sono strumenti di guerra.

Il Pacific Institute, un gruppo di ricerca sull’acqua basato a Oakland, ha realizzato la mappatura di tutti i conflitti della storia che hanno avuto a che fare con l’acqua, creando il sito Water Conflict Chronology, un’incredibile cronologia che mostra come l’acqua sia stata strumentalizzata lungo tutta la storia dell’umanità.

Migliaia di conflitti, sin dall’antichità

Il primo conflitto è datato 2500 a. C. e ha avuto luogo nella zona dell’attuale Iraq. In quel caso l’acqua venne utilizzata per combattere i Sumeri da Urlama, re dell’antica città stato di Lagash, che fece deviare dei corsi d’acqua per lasciare a secco la città di Unma. In questi 4000 anni i conflitti  registrati sono stati 1297.

Sono distribuiti in tutti i continenti e il report li divide fra quelli riguardanti l’accesso all’acqua, quelli in cui  l’acqua è stata usata come un arma e quelli definiti come casuali, ove l’acqua è diventata la vittima collaterale di un incidente o di un conflitto scaturito per altre ragioni.

Acqua minacciata, usata come arma o vittima casuale

I conflitti dove l’acqua è una vittima casuale, con 623 casi, sono i più abbondanti:  vanno   dalla distruzione e danneggiamento di  infrastrutture idriche che avvenivano già al tempo delle campagne di guerra degli  Assiri o della conquista della Persia da parte di Alessandro Magno,passando per l’invasione della Russia da parte di Napoleone  nel 1812 che costrinse i russi a distruggere le proprie infrastrutture per privare le truppe francesi di acqua, fino alla seconda guerra mondiale con la distruzione di cisterne di acqua sulle isole del Giappone da parte dell’esercito statunitense fino agli innumerevoli episodi di  contaminazione e danneggiamento delle riserve idriche nei conflitti in Afghanistan, Siria, Yemen.

I conflitti sorti a causa di un accesso all’acqua negato o minacciato sono i secondi più frequenti nella storia: 581, particolarmente concentrati nel subcontinente indiano e nel corno d’Africa, e anche in Medioriente: i primi a protestare per l’ineguale distribuzione delle risorse idriche furono gli ebrei con i Romani  nel 30 d.C.,  mentre ora  nella stessa zona è il popolo palestinese a portare avanti una lunga e dislocata battaglia per l’accesso all’acqua  reso sempre più difficile dall’occupazione israeliana; lunghissima , dal 1996 al 2016, e sanguinosa  la contesa per l’acqua  fra pastori nomadi  e agricoltori in Nigeria, mentre la violenza di casta in India  si manifesta nel tempo anche attraverso l’acqua, il cui accesso è impedito tramite minacce, torture e violenze a gruppi socioeconomici emarginati.

Il primo esercito che ha avvelenato le acque della popolazione nemica è stato quello ateniese, che gettò radici di Elleboro, una pianta tossica, nelle acque del fiume Pleistro che forniva acqua al villaggio di Cirra. Di conseguenza, le forze nemiche si ammalarono gravemente e furono facilmente sconfitte. Allo stesso modo, durante l’assedio di Uxellodunum nel 51 a.C., Giulio Cesare costrinse i Galli alla resa impedendo loro di accedere alla rete idrica. Tali tattiche erano diffuse in tutto il mondo antico, ma gli esseri umani continuano a manipolare l’accesso all’acqua per scopi politici e militari.

Ad esempio, tra il 1904 e il 1908, i coloni tedeschi nell’odierna Namibia repressero brutalmente la ribellione del popolo herero spingendolo nel deserto del Namib e avvelenando i suoi pochi pozzi. Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 100mila persone sono state uccise. Di recente, nel 2015, lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) ha preso possesso della diga di Ramadi in Iraq e ha interrotto l’acqua per l’irrigazione in diverse città dell’Iraq centrale.

I conflitti per l’acqua sono in aumento

Il fatto più preoccupante è che le tendenze attuali indicano che le guerre per l’acqua saranno sempre più motivate dalla necessità. Secondo un brief del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite sulla scarsità d’acqua, entro il 2025, 1,8 miliardi di persone sperimenteranno la scarsità d’acqua e due terzi del mondo vivranno in condizioni di stress idrico.

Lo testimonia il fatto che dagli anni 2000, un quarto dei conflitti innescati dall’accesso all’acqua si è verificato in tre aree ove le già a scarse risorse idriche sono ulteriormente minacciate dal riscaldamento globale: il Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa subsahariana.

Il numero dei conflitti legati all’acqua è in generale aumento. Erano 220 fra il 2000 e il 2009, sono saliti a 620 tra il 2010 e il 2019, e dal 2020 a oggi, sono stati registrati 201 conflitti.

La fotografia di questi ultimi due anni mostra una maggiore concentrazione di conflitti sempre nel corno d’Africa e nel subcontinente indiano, ma è notevole il numero di conflitti in corso anche in Medioriente e in America del Sud.  Nella maggior parte dei casi (140 su 201) si tratta di conflitti relativi all’accesso all’acqua.

Sono particolarmente significativi i grandi conflitti collettivi in corso in Sud America, in particolare in Bolivia, Perù, Equador, Colombia, dove le popolazioni locali sono provate dell’acqua potabile principalmente dalle attività di estrazione mineraria e dall’agroindustria, nonché dai processi di privatizzazione e di captazione dell’acqua ai fini della produzione di energia idroelettrica. Sono 40 quelli totalizzati in questi soli 4 stati secondo l’Atlante Mondiale della Giustizia Ambientale, di cui 11 classificati come ad “alta intensità”.

In questi conflitti oltre al fattore politico sociale si intrecciano fattori di matrice culturale, laddove la vasta percentuale di popolazione indigena che caratterizza queste zone, vive e pratica una concezione non solo materiale ma anche spirituale di questo tipo di risorsa.

Un conflitto simbolo

La città di Cochabamba in Bolivia, è il simbolo della lotta contro la privatizzazione del servizio idrico e tra i più eclatanti esempi dei danni provocati dalla privatizzazione delle risorse idriche. In un primo tempo le richieste dei cittadini sono state violentemente respinte però la forza della sollevazione popolare è stata tale da costringere il governo, nel 2000, ad abolire la legge 2029 sull’acqua potabile e sulle reti fognarie che aveva dato il via libera alle privatizzazioni, e a municipalizzare nuovamente il servizio idrico, interrompendo il contratto con la multinazionale Bechtel.

In Cile una vasta coalizione di cittadini si sta battendo contro la costruzione di ben 5 centrali idroelettriche che supererebbero la potenza di 2750 megawatt. In Colombia la grande diga di Hidrohituango sul fiume Cauca, oltre a inondazioni improvvise che hanno travolto interi villaggi, sta limitando l’accesso all’acqua della popolazione locale, che soffre anche della collusione fra grande industria e forze paramilitari.

L’acqua come specchio della geopolitica

Solo nei territori di Israele, Cisgiordania, Striscia di Gaza si contano una ventina di conflitti legati all’acqua, riflesso delle tensioni fra palestinesi e israeliani dove di volta in volta l’acqua è arma o target, la maggior parte delle volte a discapito dei palestinesi.

Se si limita lo sguardo a quei conflitti in corso negli ultimi due anni ove la risorsa acqua viene utilizzato come strumento di guerra, si nota come essi rappresentino o accompagnino molti fronti di scontro dell’assetto geopolitico mondiale, in primis quello in Ucraina.

 

Serena TarabiniSerena Tarabini

Biologa, docente, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile Ambientale dell’Università La Sapienza con una tesi sui conflitti ambientali. Ha vissuto in Messico e Turchia. Autrice radiofonica e collaboratrice per varie testate su questioni estere e tematiche scientifiche ed ambientali, dal 2020 è giornalista pubblicista. Ha diretto la rivista on line per adolescenti “8 pagine”.