Categorie: Editorial
Tipo di Contenuto: cultura | sostenibilità | teatro
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Comincio con una citazione: “ Bisogna assolutamente porre tutti gli uomini indistintamente in condizione di andare a teatro. Concepire il teatro come un pubblico servizio, come una necessità nazionale, sul piano, ragionando per assurdo, dell’igiene  e dei trasporti. E’ necessario che il teatro entri nell’abitudine, nel costume degli italiani. In un momento così dissestato della vita e dell’economia nazionale, non è spirito settario che ci spinge a parlare, ma coscienza precisa degli immensi valori artistici, etici, politici che il teatro può esprimere.” 

Questo è un estratto dell’intervento che il direttore generale dello spettacolo Nicola de Pirro fece in un convegno a Milano nel giugno del 1948.  

La prima cosa che mi viene da osservare è che le cose non sono poi tanto cambiate e queste  parole pronunciate nel dopoguerra sono oggi ancora attuali.   Ma colpisce anche l’afflato, la spinta di quegli anni a voler cambiare le cose dopo la tragedia della guerra. Oggi abbiamo la necessità di dover ritrovare proprio lo spirito di quegli anni per superare la pandemia  e le criticità economiche, ma anche per le nuove sfide dettate dai cambiamenti climatici. 

La sostenibilità è il tema del nostro incontro e la ragione fondante della nascita di questa rivista. Come può la cultura ( il teatro, la musica, l’arte… ) migliorare  la  qualità della vita? Mi soffermerò solo sul teatro. Si deve partire, come nell’intervento appena citato del direttore generale dello spettacolo nel 1948, dal concetto che il teatro è un servizio per la comunità. Il teatro dovrebbe essere accessibile a tutti e l’andare a teatro dovrebbe essere un’ abitudine, una consuetudine, io aggiungerei un bisogno per la comunità. Teatro è non solo una necessità per coloro che lo animano (tecnici, attori, ecc…) ma anche per coloro che ne fruiscono (pubblico). Il teatro deve tendere a includere e non escludere, deve comunicare, non chiudersi in se’ stesso come rito per pochi eletti, non essere autoreferenziale. Ogni forma d’arte deve guardarsi dalla tentazione di parlare solo a se’ stessa e dev’essere in grado di esprimere una pluralità di offerte culturali. Il teatro quando è autentico, quando svolge appieno la sua funzione sociale diventa  punto di riferimento della comunità, anche equilibratore  delle spinte sociali e dei disagi della stessa comunità.  

Goldoni, grande innovatore del teatro italiano, è riuscito a superare la rigidità delle maschere introducendo i caratteri, raccontando così la sua comunità, attraverso una galleria di personaggi  popolari, aristocratici, e  straordinari personaggi  femminili. Il pubblico si ritrovava in quei caratteri e si sentiva rappresentato. Cito Goldoni non a caso, perché è stato un innovatore e attraverso il teatro ha creato una forte idea identitaria nella sua comunità. Questo è proprio il compito del teatro: stimolare la dialettica di una comunità, mantenendola viva e pulsante. 

“Il Teatro Comico” di Carlo Goldoni è lo spettacolo frutto della collaborazione di sei Compagnie Venete, del Teatro Stabile del Veneto. A me spetta il compito di  interpretare il ruolo del capocomico della compagnia che, nell’idea del regista  Eugenio Allegri, è anche un po’ Goldoni. Lo spettacolo è stato portato in scena questa estate al Teatro Romano di Verona, alla Versiliana  e verrà presentato da novembre a Treviso, Padova e poi in tutta Italia. Goldoni  racconta  una giornata di prova di una compagnia che sta allestendo una farsa, dove il capocomico istruisce i suoi attori  sull’arte del recitare. Ma i suoi precetti  possono valere per tutti gli esseri umani. Per esempio quando il capocomico-Goldoni dice agli Attori: “studiate, osservate bene gli altri, se sentite un poco di applauso non vi insuperbite, non vi date subito a credere di essere una gran persona”, oppure  “ ascoltate il compagno con il quale si recita” ci sta dicendo che l’ascolto è importante nel lavoro dell’attore, ma è altrettanto importante nella vita di tutti i giorni …insomma parlando agli attori parla alla comunità ed è questo che lo rende universale ed è la ragione per cui ancora oggi si rappresenta. La compagnia teatrale è per Goldoni già una piccola comunità autonoma e quindi fa dire al Capocomico: “Se sentite dir male dei compagni, procurate di mettere bene, se vi riportano qualcosa che sia contro di voi non badate loro”. Piccola Compagnia in cui si rispecchiano i vizi e le virtù del mondo e nella quale il mondo, seduto in platea, può rispecchiarsi. Certo sarebbe bello che la nuova drammaturgia avesse la stessa forza di Goldoni e spero che con nuovi drammaturghi nascano anche nuove figure di manager culturali che, amando il teatro, possano aiutare a  farlo crescere. 

Nell’idea di sostenibilità e di miglioramento della qualità della vita, il teatro, l’arte, la cultura in generale hanno un ruolo determinate. In questa direzione penso sia necessaria una sinergia tra Teatro, Scuola e Università che devono lavorare insieme. Penso per esempio all’enorme funzione che il teatro potrebbe avere nelle scuole, facendo provare  agli studenti l’esperienza del palcoscenico. Il teatro praticato a scuola dai giovani studenti può essere terapeutico, riuscendo a spingere i più timidi, i più disagiati ad esprimersi, a tirar fuori le emozioni. Il teatro nelle scuole potrebbe contribuire a quella educazione ai sentimenti di cui si parla tanto. Per cui, ad esempio,  temi come l’amicizia, l’amore, la gelosia sarebbero sperimentati sul palcoscenico, come  mezzo per i ragazzi d’indagare i propri  sentimenti. Oppure, grazie agli attori, incentivare  nella scuola  la lettura a voce alta che renderebbe più comprensibili i classici e la poesia. Magari la lettura a voce alta di brani scelti dei promessi sposi, non farebbe odiare agli studenti Manzoni. Ma mi fermo qui perché questo potrebbe essere oggetto di un approfondimento a parte. 

Concludo con un breve apologo sulla necessità di trovare manager culturali che capiscano e amino il teatro.  

“ Un Direttore generale di una grande compagnia, riceve un invito per assistere al concerto della Ottava Sinfonia di Schubert, “l’Incompiuta”. Non potendo andarci, regala il suo ingresso al capo del personale,  un giovane laureato alla Bocconi e con un master alla London school. Il giorno dopo il direttore chiama il capo del personale per sapere se gli fosse piaciuto il concerto  e il giovane manager risponde, sorprendendolo, che avrebbe lasciato sulla sua scrivania la  relazione sul concerto. Il direttore generale trova la relazione del capo del personale sulla sua scrivania.

La relazione era divisa in 5 punti:

  1. 1) Primo punto. Durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla, si dovrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro tra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi di impiego.
  2. 2)Secondo punto. I 12  violini  suonano la medesima nota quindi l’organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto.
  3. 3)Terzo punto. Non serve a nulla che gli ottoni ripetano suoni che sono già stati eseguiti dagli archi.
  4. 4)Quarto punto. Se tali passaggi ridondanti fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di un quarto.
  5. 5)Quinto e ultimo punto. Se Schubert avesse tenuto conto di queste mie osservazioni avrebbe terminato la sinfonia.”

Noi preferiremmo, con buona pace del giovane bocconiano, continuare a sentire “l’Incompiuta” così come l’ha scritta Schubert.

 

 

Giulio Scarpati
Attore