Categorie: Editorial
Tipo di Contenuto:
Tempo di lettura: 3 minuti

Nei tre decenni trascorsi dalla conferenza di Rio (1992) e dal conseguente avvio della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), la conferenza delle parti della convenzione (COP) ha riunito ogni anno i paesi membri per determinare ambizioni e responsabilità e per identificare e valutare le corrette azioni per rallentare il riscaldamento globale. La ventunesima sessione della COP (COP21) ha portato all’accordo di Parigi, che ha mobilitato un’azione collettiva globale per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali entro il 2100 e per agire per adattarsi agli effetti già esistenti del cambiamento climatico. Molti degli indicatori che vengono osservati per valutare gli effetti della crisi climatica stanno dirigendosi sempre di più dalla parte sbagliata e ogni mese si sentono ai telegiornali record di temperature che continuano ad essere superati, la frase “è stato il mese di… più caldo di sempre” sta diventando tristemente di uso comune. Ma è solo la punta dell’iceberg, la riduzione della biodiversità, la degradazione di terreni agricoli e l’insicurezza alimentare sono in costante aumento in diverse parti del globo. Se lo scopo delle COP è definire delle regole per fare progressi nell’adattamento alla crisi climatica, bisogna innanzitutto definire in quali termini si vuole agire per arrestare la perdita di biodiversità, ripristinare i terreni agricoli, conservare le foreste e proteggere le nostre coste.

A partire dalla COP26 di Glasgow si è parlato molto di “passaggio all’attuazione”, ma i progressi da allora sono stati scarsi, se non nulli, e il testo finale uscito dalla COP28, che si è svolta a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023, non migliora di molto la situazione, anzi forse la peggiora. 

Particolarmente critici con la proposta sul tavolo sono stati i paesi europei, gli stati insulari e diversi paesi dell’Africa e dell’America Latina (eccetto la Bolivia), i più colpiti dai cambiamenti climatici. La critica più dura e arrivata dal ministro delle Risorse naturali delle Isole Marshall John Silk, che ha dichiarato: “Non siamo venuti qui per firmare la nostra condanna a morte”. Gli ostacoli maggiori ad alcuni dei punti principali discussi durante la conferenza sono venuti dall’Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio al mondo, e da Iraq, Russia e Iran – membri dell’Opec – che hanno apertamente espresso la propria opposizione all’ipotesi di una uscita totale dai combustibili fossili. 

La scelta degli Emirati Arabi Uniti come paese ospitante aveva suscitato di partenza molte perplessità, specialmente dalle associazioni ambientaliste, legate al fatto che è da sempre uno dei maggiori esportatori di petrolio e gas naturale al mondo. Al contrario c’è chi ha visto in questa scelta un modo per coinvolgere maggiormente nella lotta al cambiamento climatico anche le nazioni che emettono le maggiori quantità di gas clima-alteranti. 

La COP28 doveva trovare finalmente un accordo su una dichiarazione congiunta per quello che viene definito il “phase-out”, ovvero l’eliminazione graduale della dipendenza dai combustibili fossili. Alla COP27 di Glasgow oltre 80 Paesi avevano già appoggiato il tentativo, poi purtroppo fallito, di ottenere questo risultato. I diplomatici dell’Unione europea avevano dichiarato prima dell’inizio di questa COP la loro intenzione di spingere nuovamente i Paesi presenti alla conferenza verso il “phase-out”, ma neanche questa volta si è arrivati ad un risultato finale soddisfacente. Il progetto di accordo, proposto dal Sultano Al Jaber, discusso presidente della COP28 perché numero uno della compagnia petrolifera nazionale degli Emirati, lascia infatti completa libertà di scegliere il modo in cui ridurre i combustibili fossili (non eliminarli) responsabili di circa due terzi delle emissioni di gas serra, causa principale della crisi climatica in corso.

Quello che ci si aspettava dai leader mondiali una volta conclusa la conferenza a Dubai è che questa fosse finalmente la COP della “credibilità climatica” come definito in un recente report del WWF. Gli accordi che dovevano essere presi avrebbero dovuto essere in linea con l’urgenza della crisi e con la portata degli sforzi necessari per affrontarla. Fernanda Carvalho, responsabile globale delle politiche climatiche ed energetiche del WWF, ha dichiarato: “Questo disastroso nuovo accordo è molto meno ambizioso dell’ultima versione; è deludente. Non segna la fondamentale correzione di rotta di cui abbiamo bisogno per uscire da questo processo. Presenta un insieme di opzioni energetiche, ma non una per eliminare gradualmente i combustibili fossili. La maggior parte di esse invita a continuare a utilizzare carbone, petrolio e gas che distruggono il pianeta, o suggerisce che il nucleare e la cattura e lo stoccaggio del carbonio potrebbero essere considerate soluzioni. Se questo testo sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili non verrà rafforzato in modo significativo, ci troveremo di fronte alla prospettiva di un risultato molto debole della COP28 e di una crisi climatica sempre più grave che non avrà fine”.

 

Maggiori informazioni:

 

Di Pietro Boniciolli