L’attuale parola d’ordine nel campo dei servizi sociali è community welfare. La comunità solidale è vista come l’evoluzione inevitabile del welfare state in una fase storica in cui la finanza pubblica, arrivata da tempo a livelli di pressione fiscale difficilmente aumentabili, non riesce a rispondere appieno alla domanda di assistenza che proviene da una società che invecchia, che affronta il declino demografico e che non ha ancora trovato la via per una integrazione soddisfacente degli immigrati. Nell’enorme varietà delle azioni poste in essere dal terzo settore, che rappresenta l’espressione operativa della comunità solidale, c’è un denominatore comune dal punto di vista economico. Si tratta della fornitura di servizi a costi inferiori ai prezzi di mercato. Le persone che operano nel terzo settore mettono più lavoro o si accontentano di un compenso inferiore rispetto al settore profit, così come le rispettive imprese e cooperative sociali si accontentano di risultati monetari inferiori rispetto alle imprese che massimizzano il profitto. Il divario massimo tra i due mondi si osserva nel caso del volontariato, dove tutto è donato agli altri. Giustamente il volontariato viene ammirato per i valori che incorpora e che superano lo specifico rapporto diretto tra volontario e beneficiario: comunque si esplichi, il volontariato è un potente fattore di solidarietà, di gentilezza e di coesione che investe tutta la società e la rende migliore. Ma qui voglio porre l’accento sul mero aspetto economico e ricordare quindi che è il volontariato a rendere sostenibili molti servizi alla persona. Se operasse unicamente il welfare state, non solo ci sarebbe una grave perdita di vicinanza umana e di flessibilità, a causa delle regole uniformi e rigide che il settore pubblico inevitabilmente tende ad adottare; ci sarebbe anche la scomparsa di tante attività solidali e quindi una caduta drammatica di qualità della vita sociale. Si comprende allora la diffusa preoccupazione con cui è stata accolta la notizia di un calo del volontariato. Secondo l’Istat, nel 2023 il volontariato risulta diminuito di 3,6 punti percentuali rispetto al 2013, anche se rimane ancora un esercito poderoso di 4,7 milioni di persone, pari al 9,1% della popolazione. La pandemia sembra essere stato un fattore importante di questa evoluzione, che vede anche un calo del volontariato strutturato e un aumento del cosiddetto volontariato ibrido, ossia dell’impegno individuale in forme più flessibili. Ben venga il volontariato in qualsiasi forma, ma non neghiamo che il suo impatto aumenta nelle forme più strutturate. Ciò spiega perché la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che nel volontariato vede il principale partner operativo, sia impegnata su un duplice fronte: quello della crescita del volontariato, mediante il sostegno diffuso non solo delle sue attività ma anche delle manifestazioni che danno ad esse adeguata visibilità; e quello dell’efficienza del volontariato, attraverso programmi di capacity building che stimolino i processi di aggregazione e di buona organizzazione. Lunga vita e buon lavoro al volontariato
di Gilberto Muraro
Presidente della Fondazione
Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo