“Pathei mathos: soffrendo si impara?”

Qualcuno potrebbe pensare che no, non si impara soffrendo: che ci vuole semplicità, intuito del proprio destino, il farsi trascinare da una passione. Altri invece sostengono “sì”: la sofferenza, il sacrificio, la fatica, sono sintomi e catalizzatori di una comprensione. 

È importante stare da una parte, o dall’altra? Risposta: l’importante è parlarne, discutere e dibattere. È quest’ultima la parola chiave della V finale del torneo interuniversitario di dibattito, avvenuta sabato 10 maggio 2025 a palazzo Maldura, una delle sedi del polo umanistico dell’università di Padova. “Soffrendo si impara?”: ogni gara di dibattito ha un suo topico, e quello della finale si è dipanato attorno ai concetti di sofferenza e apprendimento; a sfidarsi sul tema, nella posizione pro e contro, rispettivamente le squadre dell’università di Firenze e dell’ateneo di Udine. Il torneo interuniversitario è organizzato dalle associazione DiCo – Dibatto e Comunico di Padova, da UnoBì di Bologna e Idea.To di Torino, mentre la finale ha coinvolto studenti e professori dell’ateneo padovano, con il patrocinio del dipartimento Fisppa e la collaborazione di DiCo e la Palestra di botta e risposta.

Al di là del tema, risalta il dibattito come “pratica sportiva”, o più semplicemente come modus operandi regolamentato, per poter condividere idee e opinioni al di fuori del caos organizzato a cui assistiamo quotidianamente: monologhi personali da un lato, strepiti e accavallamenti vocali dall’altro. Il protocollo seguito dai dibattiti del torneo interuniversitario è il patavina libertas, ideato dal fondatore della Palestra di botta e risposta dell’università di Padova e tra i promotori dei tornei di dibattito, il professore di Teoria dell’argomentazione Adelino Cattani. “Aprire un dibattito segna, oggi, due stati d’animo: la conciliazione e la sofferenza. Il nostro sogno invece è regolamentare per poi argomentare, condividere idee senza essere remissivi o aggressivi. Il dialogo deve essere un test di collaudo delle proprie idee; da qui, si deve ritrovare il piacere di discutere”; con queste parole il professor Cattani ha introdotto la finale del torneo.

Torneo che si è svolto, come per ogni gara di dibattito, in otto fasi distinte con un minutaggio ben preciso: ogni squadra, pro e contro, deve organizzare e riportare un prologo (2 minuti), dove viene introdotta e spiegata la propria posizione; due argomentazioni di 3 minuti ciascuna, dove si portano argomenti e tesi a supporto. Ogni argomentazione è seguita dal dialogo socratico (due minuti), il momento più esaltante della sfida, dove ogni argomentatore è posta alla prova di un Socrate, ovvero un o una partecipante che ha l’obiettivo di far vacillare la posizione altrui, tramite domande precise e serrate. A questa prima parte segue la seconda, che prevede per ogni squadra la replica alle posizioni avversarie e la difesa delle proprie (2 minuti ciascuno, alternate), e infine l’epilogo, con il quale riassumere il dibattito, nelle proprie idee, dando un’immagine icastica e emotivamente potente, con la quale concludere. A valutare le due squadre, secondo classificazioni e punteggi precisi, cinque giudici super partes, che al termine della disputatio espongono i propri pareri sul dibattito appena avvenuto.

Tra posizioni filosofiche e psicologiche, in merito al ruolo della sofferenza nell’apprendimento degli esseri umani, per poi passare all’ambito medico e delle scienze umanistiche-sociali, la finale del V torneo interuniversitario di dibattito è stata arricchita dall’intervento del filosofo e youtuber Riccardo Dal Ferro, in arte Rick Du Fer, che ha paragonato il dibattito e l’argomentazione al mondo delle piante, prendendo spunto dal canone buddhistico sul bello: “Se l’uomo è una pianta, dare frutto non significa ‘farsi crescere’, ma lasciarsi attraversare da forze, apprendere e tralasciare porzioni di sé. L’importante non è però il frutto, o la propria idea, ma il percorso compiuto per giungere a essa. Argomentare è come compiere una fotosintesi umana: crea il carattere, le idee, educa all’empatia”.

A seguire, Rick Du Fer ha portato un’altra analogia, paragonando il dibattito a uno “strip tease” delle idee, un denudare il proprio pensiero per esporlo alla critica, in questo caso costruttiva (cosa che l’utilizzo della tecnologia, e dell’intelligenza artificiale nei nostri tempi, ci consente di evitare), cercando di esaltare il processo, senza fossilizzarsi su l’opinione, la quale non dovrebbe mai essere importante, bensì cangiante. In questo invito alla trasformazione, nella discussione, nell’accogliere i punti deboli dei propri argomenti per farne, eventualmente, punti di forza, il pubblico è stato accompagnato nel tema della sofferenza e dell’apprendimento. Serve, dunque, soffrire per apprendere? O la sofferenza è “solo sofferenza”, qualcosa che amplifica e che però necessita di consapevolezza, comprensione e coscienza, per essere trasformato in apprendimento? Quanto serve realmente il soffrire, per imparare, e quanto potremmo “solo” imparare?

Il dibattito, e la finale, hanno visto un loro vincitore: la squadra di Udine. Ma oltre alla vittoria, ogni persona presente si è portata a casa qualcosa in più di uno “spettacolo di argomentazione”: lo scambio di idee, lo scontro, talvolta acceso, di opinioni diverse, la riflessione su quali campi, e secondo quali discipline, possa essere utile la sofferenza, e in quali invece è veramente “solo sofferenza”, fine a se stessa se non controproducente, per la vita degli esseri umani. E poi, l’insegnamento più grande, almeno per quanto concerne i nostri tempi: che serve, come acqua nel deserto, il dialogo e l’apertura verso l’opposto a sé: non per farsi modificare, ma per farsi attraversare, e forse trovarsi nel mezzo; non soli nelle proprie opinioni, ma stelle nel cielo del pensiero umano.

 

di Damiano Martin