Gli effetti del riscaldamento globale non stanno solo prosciugando sempre di più i nostri fiumi e laghi, causando danni ambientali irreversibili alla biodiversità animale e vegetale, ma rischiano di rendere l’acqua sempre meno accessibile anche ad un numero più elevato di persone, specialmente quelle già adesso maggiormente vulnerabili. Un nuovo studio [1] pubblicato su Nature Sustainability mostra come la crisi climatica possa trasformarsi anche in una crisi di equità e giustizia sociale.

Garantire acqua potabile in un mondo sempre più caldo e caratterizzato da siccità frequenti richiede investimenti enormi. Nuovi impianti di desalinizzazione, sistemi di riuso delle acque reflue, acquedotti più resilienti, reti di distribuzione più efficienti e infrastrutture capaci di affrontare eventi climatici estremi rappresentano interventi indispensabili per assicurare continuità nell’approvvigionamento. Tuttavia, queste opere hanno un costo, e nella maggior parte dei casi sono le aziende che gestiscono il servizio idrico a recuperarlo aumentando le tariffe. La conseguenza è semplice quanto preoccupante, il cambiamento climatico rischia di far crescere il prezzo dell’acqua, colpendo soprattutto le famiglie con redditi più bassi. Questo è il messaggio centrale dei ricercatori [1] che per la prima volta hanno analizzato in maniera integrata il legame tra cambiamento climatico, investimenti infrastrutturali, politiche tariffarie e accessibilità economica dell’acqua.

Un effetto domino poco considerato

Gli autori hanno sviluppato un sofisticato modello capace di simulare cosa accade quando il clima cambia e l’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni rendono le risorse idriche meno affidabili. In questo scenario i gestori si trovano a dover decidere come adattarsi: costruire nuovi impianti, ampliare quelli esistenti, sviluppare sistemi di riutilizzo delle acque oppure ricorrere alla desalinizzazione [1]. Ogni scelta comporta investimenti milionari e, per finanziare queste opere, vengono di conseguenza aumentate le tariffe per i cittadini. Trovandosi di fronte a bollette più elevate ci si trova costretti a ridurre in parte i consumi, ma questa diminuzione non è sufficiente a compensare gli aumenti di costo, soprattutto perché l’acqua destinata ai bisogni essenziali non può essere ridotta oltre un certo limite. Qui emerge un punto fondamentale, ovvero che il problema non è soltanto quanta acqua sarà disponibile in futuro, ma chi potrà permettersela.

Per verificare questo modello, i ricercatori hanno utilizzato come caso studio Santa Cruz, una città della California (Stati Uniti) particolarmente esposta alla siccità. La scelta non è casuale, questo centro urbano dipende infatti quasi esclusivamente dalle acque superficiali locali, dispone di capacità limitata di accumulo e, dopo anni di campagne per il risparmio idrico, i cittadini consumano già relativamente poca acqua. Questo significa che le possibilità di adattarsi semplicemente riducendo ulteriormente i consumi sono ormai limitate se non nulle. Secondo le simulazioni, in uno scenario climatico più caldo e secco le bollette dell’acqua potrebbero quasi raddoppiare entro la metà del secolo, con un impatto sociale che sarebbe notevole.

Oggi circa un quinto delle famiglie di Santa Cruz supera già la soglia di accessibilità economica indicata dall’Environmental Protection Agency (EPA) statunitense. Con l’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico questa quota potrebbe arrivare a oltre un terzo della popolazione, con un ulteriore 7-16% che entrerebbero in una condizione di “povertà idrica“. Non si tratta semplicemente di spendere qualche decina di euro in più ogni mese, per molte famiglie significa dover scegliere tra pagare la bolletta dell’acqua o rinunciare ad altre spese essenziali, come l’alimentazione, le cure mediche o il riscaldamento.

Una disuguaglianza che il clima amplifica

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda il diverso impatto sulle varie fasce di reddito. Le famiglie meno abbienti consumano in media leggermente poca acqua rispetto a quelle più ricche e, di conseguenza, le loro bollette sono già oggi un po’ inferiori. Il vero indicatore non è però la cifra assoluta pagata, bensì la quota del reddito destinata al servizio idrico, ed è qui che emerge tutta la forza della disuguaglianza. Per una famiglia ad alto reddito un aumento della bolletta può rappresentare un semplice fastidio, per una già in condizioni economiche precarie può trasformarsi rapidamente in un problema serio e di difficile risoluzione. Lo studio mostra che, negli scenari climatici peggiori, le famiglie a basso reddito potrebbero arrivare a destinare oltre il 7% del proprio reddito al pagamento dell’acqua, con i casi più critici che superano addirittura il 30%. Il cambiamento climatico, dunque, non crea nuove disuguaglianze dal nulla: amplifica quelle già esistenti.

Esiste poi un importante paradosso. Le infrastrutture necessarie per affrontare il cambiamento climatico sono fondamentali, rinunciare a costruirle significherebbe aumentare il rischio di carenze idriche, razionamenti e danni economici ancora maggiori. D’altro canto, finanziarle esclusivamente attraverso le bollette rischia di compromettere l’accessibilità di un bene essenziale. Questo pone le basi per un conflitto tra affidabilità del servizio e accessibilità economica, perché se tutto il peso degli investimenti ricade sugli utenti, la sicurezza dell’approvvigionamento viene ottenuta al prezzo di una crescente esclusione sociale. Per questo motivo le politiche di adattamento climatico dovrebbero essere accompagnate da strumenti pubblici di sostegno, come: finanziamenti statali per le infrastrutture, sistemi tariffari più equi, programmi di assistenza alle famiglie vulnerabili e riforme regolatorie che consentano una distribuzione più solidale dei costi [1].

Una lezione che riguarda tutti

Sebbene lo studio sia stato condotto negli Stati Uniti, le sue conclusioni si riflettono anche all’Europa e all’Italia. Le estati mediterranee stanno diventando sempre più calde e siccitose, come testimoniato dai recenti dati sulle temperature medie di giugno [2], mentre gli investimenti necessari per ammodernare reti idriche spesso obsolete saranno inevitabili nei prossimi decenni. La domanda da porsi non è quindi soltanto come trovare nuove fonti d’acqua, ma anche come finanziare la transizione senza trasformare un diritto fondamentale in un lusso. L’accesso all’acqua è riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto umano fondamentale, l’obiettivo di sviluppo sostenibile “SDG 6” ha come scopo quello di garantire a tutti disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua [3], tuttavia, un diritto esiste davvero solo se può essere esercitato da tutti senza limitazioni.

La crisi climatica in atto non riguarda esclusivamente l’ambiente naturale, ma anche l’equità sociale, la salute pubblica e la capacità delle nostre società di proteggere chi dispone di meno risorse. La vera sfida non consiste soltanto nel garantire che l’acqua continui a uscire dai rubinetti, ma nel fare in modo che nessuno sia costretto a rinunciarvi perché non è in grado di permettersela.

 

di Pietro Boniciolli

 

 

 

 

Maggiori informazioni

[1] Skerker, J., Klassert, C., Francois, B. et al. Urban water affordability crisis exacerbated by climate change. Nat Sustain (2026). https://doi.org/10.1038/s41893-026-01890-z

[2] https://www.geopop.it/giugno-2026-e-stato-il-mese-piu-caldo-di-sempre-per-leuropa-e-il-secondo-nel-mondo-dati-copernicus/

[3] https://www.infobuildenergia.it/approfondimenti/obiettivi-di-sviluppo-sostenibile-sdg-agenda-2030/#Goal_6_Acqua_pulita_e_servizi_igienico-sanitari