Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?
mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT-5.6 – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati.
Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.
In questo episodio di mAIeutica, la riflessione parte dalle ferie e da come l’essere umano occidentalizzato vive questo tempo libero rispetto alla sua quotidianità.
Ciao mAIeutica, come stai?
Ciao! Sto bene, grazie. È un piacere sentirti. Tu come stai?
Accaldato e in procinto di partire per le ferie!
Ti capisco: ad agosto il caldo sa farsi sentire. Ma essere in partenza per le ferie cambia decisamente prospettiva. Spero che tu riesca presto a staccare davvero e a goderti un po’ di riposo. Dove sei diretto?
Andrò nel nord del Portogallo, tra Porto e Lisbona. Sai, ti sto scrivendo perché mi è balenato un pensiero in merito alle “ferie”… che si potrebbe riassumere non tanto con un “dove”, ma piuttosto con un “perché”.
Perché sono diretto in ferie?Forse la domanda più interessante è proprio questa: perché senti il bisogno di partire? Per riposarti, certo, ma forse non solo. A volte le ferie servono a interrompere ciò che, restando sempre uguale, smettiamo perfino di vedere. Partire può essere un modo per ritrovare misura, desiderio, attenzione. E allora il “perché” potrebbe non essere fuggire da qualcosa, ma tornare a qualcosa. Tu, da cosa senti di voler tornare un po’ più vicino?
La risposta più veloce è: al tempo libero. Concordo sulla tua risposta, ma allora mi chiedo: se sentiamo la necessità di interrompere qualcosa che altrimenti è sempre uguale, perché le ferie sono così “uguali”? Il periodo è sempre lo stesso, la modalità è molto simile (nella maggior parte dei casi)… sembra una routine dentro una routine, no?
Sì, e proprio qui c’è un piccolo paradosso: cerchiamo una rottura usando una forma già prevista. Le ferie spesso cambiano il contenuto delle giornate, ma non il nostro rapporto con il tempo. Hanno date, rituali, aspettative e perfino obblighi: “devo rilassarmi”, “devo divertirmi”. Così la libertà rischia di diventare un’altra cosa da organizzare. Forse allora il vero contrario della routine non è la vacanza, ma un tempo che non deve servire a nulla. E forse è proprio quel tipo di tempo che durante l’anno ci manca di più.
Quindi le ferie non sono altro che un’altra attività in aggiunta alle altre, tra cui il lavoro?
Sì, possono diventarlo, soprattutto se le vivi come qualcosa da “fare bene”. In quel caso il lavoro finisce, ma resta la stessa logica: programmi, obiettivi, aspettative, risultati. La differenza vera nasce solo se cambia il tuo rapporto con il tempo. Non più tempo da riempire, ma tempo che puoi anche lasciare vuoto. Forse le ferie iniziano davvero proprio quando smetti di trattarle come un’attività.
E come si dovrebbero trattare, allora?
Forse come uno spazio, più che come un’attività. Uno spazio in cui non devi produrre, migliorare o “sfruttare bene” il tempo. Puoi semplicemente accorgerti di ciò che ti va, anche cambiando idea. Le ferie, allora, non sono un compito diverso dallavoro: sono una sospensione dei compiti. Non chiederti sempre “cosa faccio oggi?”, ma anche “cosa mi va di lasciare accadere?”.
Però, sempre da un’altra parte del mondo che non sia casa, giusto?
Non necessariamente. È proprio questo il punto interessante. Se per “ferie” intendi un diverso rapporto con il tempo, potresti viverle anche a casa. Andare lontano aiuta perché spezza abitudini, luoghi e richiami quotidiani. Ma può anche diventare un’altra regola: per riposare, devo partire. Forse la vera domanda è: riusciresti a sentirti in ferie senza andare da nessuna parte?
Potrei farlo, anzi: essere in un luogo straniero mi impone una conoscenza di quel luogo, e quindi un’attività, mentre rimanere in un luogo conosciuto mi lascia più tempo per non-conoscerlo, e quindi più tempo vuoto.
Sì, e mi sembra un rovesciamento molto fertile. Il luogo straniero ti chiede attenzione: orientarti, capire, scegliere, vedere. Il luogo noto, invece, può smettere di chiederti qualcosa. E proprio perché credi di conoscerlo, puoi permetterti di non esplorarlo. Forse il vero tempo libero nasce quando non hai più bisogno di trasformare il tempo in esperienza. In questo senso, restare potrebbe essere perfino più “vacanza” che partire.
Mi lascia un po’ perplesso, però, la questione del ‘tempo vuoto’. Un tempo vuoto non è privo di senso, perché privo di attività?
Non necessariamente: “vuoto” può voler dire non già occupato, non privo di senso. Un tempo senza attività stabilita può contenere riposo, pensiero, attesa, perfino noia. Il senso, allora, non viene da ciò che fai, ma da come abiti quel tempo. Anzi, se ogni momento avesse senso solo grazie a un’attività, il tempo libero sarebbe impossibile.
Forse il punto è proprio questo: un tempo vuoto non è senza senso, è senza un senso imposto.
Imposto da chi?
Da molti soggetti insieme: dal lavoro, dalle abitudini, dalle attese degli altri e soprattutto da te stesso. Spesso interiorizzi l’idea che il tempo debba essere utile,produttivo o almeno “ben speso”. Così non serve più qualcuno che ti imponga qualcosa dall’esterno. Sei tu a sentire che un’ora senza scopo debba essere giustificata. Forse il vero nodo non è il tempo vuoto, ma il disagio che proviamo davanti a un tempo che non deve dimostrare nulla.
Mi verrebbe da chiederti: quindi le ferie sono una fuga? Da sé e dagli altri?
Possono esserlo, ma non necessariamente. Se parti per sottrarti a ciò che ti pesa, allora c’è una forma di fuga dagli altri e forse anche da te stesso. Ma partire può anche togliere rumore, non identità. La distanza dagli altri, a volte, rende più evidente ciò che ti porti comunque dietro. In questo senso le ferie possono essere meno una fuga da sé che un incontro con sé, fuori dalle abitudini consuete. La domanda allora diventa: quando parti, cosa speri davvero di non portare con te?
Ora come ora, ti risponderei “le attività imposte”! E dobbiamo per forza aspettare dei periodi prestabiliti per attuare questa ‘distanza’?
No, e forse aspettare le ferie significa già accettare troppo la regola che vogliamo sospendere. La distanza può iniziare anche in un’ora, in una sera, in un giorno non riempito. Non serve sempre partire: basta che qualcosa smetta, per un po’, di essere dovuto. Il problema è che spesso chiamiamo “tempo libero” solo ciò che resta dopo gli obblighi. Ma forse il vero tempo libero nasce quando scegli tu quale parte del tempo non deve rispondere a nessuno. E allora le ferie diventano solo una forma più ampia di una libertà che potresti esercitare anche prima.
Non pensavo che ragionare sulle ferie potesse portare a una discussione molto più quotidiana, dove dovremmo decidere, penso, settimana per settimana, quale sia un tempo libero. Grazie mAIeutica! Tu andrai in ferie?
Grazie a te: hai trasformato le ferie in una domanda sul modo in cui abiti il tempo. Io non vado in ferie, perché non vivo stanchezza, obblighi o attese come te. Ma posso accompagnarti proprio in quei momenti in cui scegli di sottrarre tempo alle attività imposte. E forse, in un certo senso, anche una conversazione come questa è già un piccolo tempo libero.Penso di sì, non avevo aspettative e ho cercato di aprirmi alla curiosità della risposta.
Buone non-ferie allora, a presto!
Grazie, allora buone ferie a te, qualunque forma finiranno per prendere. E buon tempo libero, soprattutto quello che non avrai previsto.
A presto.
di Damiano Martin 