“Google buys pizza”. Sono tre parole chiave con le quali cercare nell’internet una serie di video-parodia vecchi di qualche anno, registrati in diverse lingue, dove lo scherzo è il medesimo. Questo lo sberleffo: Google compra una delle più famose catene americane fast-food di pizza. Quando Mario chiama il solito franchise sotto casa per ordinare, risponde la nuova proprietà di Google. E Google lo sa: sa quale pizza ordina di solito Mario, quale dovrebbe ordinare per non alzare il colesterolo, se Mario utilizza o meno contanti in base ai prelievi bancari, se Mario può scappare molto lontano perché, ahilui, ha il passaporto scaduto.

Il video è un atto di sfacciata ironia che dissimula la verità oppure la mette, pulciosa, nell’orecchio. ‘Google sa’: ma quante cose effettivamente sa Google, insieme alle altre big tech americane? Quante di queste informazioni sono state consegnate, con leggerezza, da noi utenti? Acquisti online, app per smartphone che si appoggiano ai grandi market digitali, geolocalizzazioni, dati sensibili usati per aderire a una community che usa strumenti forniti dalle stesse big tech. I nomi sono noti: Amazon, Apple, Google, Meta. «Hanno creato una dipendenza poiché la maggior parte dei dispositivi elettronici e digitali sono controllati da grandi compagnie, le quali hanno la proprietà dei server.». E chi ha la proprietà dei server ha il possesso dei dati al loro interno, e la possibilità di poterli utilizzare.

«L’esempio che faccio sempre quando ne parlo con qualcuno (e sembro paranoico) è: direste mai al vostro compagno o alla vostra compagna dove siete sempre, in ogni istante della giornata? La risposta di solito è no. E allora perché dovremmo dirlo a qualcuno che sta dall’altra parte dell’oceano Atlantico?». A porsi la domanda è Michele Minazzato, data engineer dal 2008, anno di laurea in Ingegneria delle telecomunicazioni all’università di Padova, e co-fondatore di Leanbit, azienda che si occupa di progettare e sviluppare piattaforme digitali di valore ad alta scalabilità su piattaforme cloud. «Il mio lavoro è “spostare dati” nell’ambito del IoT e del IIoT, cioè tra quei device elettronico-digitali casalinghi e industriali che ci facilitano la vita (le due sigle anglofone stanno per ‘internet delle cose’ e ‘internet delle cose industriali, ndr).» spiega Michele.

Da questa ‘dipendenza’, Michele, ti stai staccando personalmente. Da quando hai iniziato?

«Ho iniziato seriamente un paio d’anni fa, ma solo perché prima ero ancora incastrato in due idee: di essere solo una persona tra tanti, non così importante da essere ‘registrata’ continuamente, e di non aver nulla da nascondere. Ma tu, in bagno, lasci la porta o la finestra aperta? Oppure abbiamo effettivamente qualcosa da nascondere della nostra vita quotidiana?». Michele, tramite la sua esperienza lavorativa prima in Telecom Italia, poi per dei provider satellitari e infine con Leanbit, è giunto alla conclusione che no, non è una questione di paranoia. Si tratta di giustizia, e di preservare la propria capacità di scelta e di autonomia.

Quell’autonomia che abbiamo iniziato a demandare dal 2008, come lui racconta: «Fino a quell’anno le realtà che acquisivano i dati degli utenti erano estremamente settoriali, il che voleva dire tenere i server a portata di mano geografica, senza centralizzare le informazioni. Poi però le grandi aziende ora conosciute come big tech, adottando e sfruttando l’opensource e il cloud, hanno preso i giovani sviluppatori dell’epoca – tra cui anch’io – aiutandoli nello sviluppo dei loro software, mantenendo però la proprietà degli hardware e centralizzando i dati di aziende e persone in tutto l’occidente.». Dati che sono in mano, oggi, a poche realtà: Amazon, Amazon Prime, i tools di Google, il monopolio social InstaBook di Meta, SpaceX e, dall’altra parte del mondo, le cascate di video di TikTok.

Quali sarebbero i danni che conseguono da questa centralizzazione dei dati, soprattutto sensibili, di ognuno?

«Possiamo partire anche dalla parte più ‘positiva’ o fiduciosa delle realtà che ci vengono offerte da questi servizi big tech. Se queste realtà sono bellissime e onestissime, nel migliore dei casi tutta la nostra capacità digitale è vincolata agli americani, a nazioni extraeuropee e a multinazionali con un valore capitale in grado di competere con i PIL dei primi cinque paesi al mondo. Non è detto però che rimangano sempre onestissime: potrebbero decidere di cambiare le regole da un momento all’altro, senza che noi europei possiamo veramente impedire la cosa. Un blocco totale del digitale, per esempio, o la perdita delle funzioni GPS, il non funzionamento di qualsiasi application digitale, siti compresi. Come fai a far loro causa, se domani dovessero decidere di cambiare idea? Il mercato europeo è compenetrato per circa l’70% da realtà extraeuropee; siamo in sostanza dipendenti da loro.»

E c’è una parte più negativa di questa? Perché mi viene da pensare: anche i siti governativi italiani, per esempio, si appoggiano sugli stessi sistemi?

«Per l’appunto: la notizia meno positiva è la possibilità di chiusura di accordi tra governi nazionali e big tech per l’utilizzo dei loro strumenti.». In Italia, per esempio, Google ha partecipato alla digitalizzazione della pubblica amministrazione negli ultimi tre anni, così come AWS con il suo cloud (che è tra quelli ammessi, ad oggi, dalla comunità europea) mentre è del 2025 il tentativo di accordo, poi smentito, tra Starlink e il governo italiano per l’utilizzo dei sistemi satellitari. «Il problema è potenziale, poiché si tratta di una centralizzazione delle informazioni sulle quali non abbiamo la certezza che rimangano o meno su suolo nazionale. È la struttura che sta sotto – continua Michele – cioè la piattaforma su cui vengono costruiti i servizi digitali ad essere potenzialmente pericolosa. Non si può criptare qualsiasi cosa, e soprattutto non si può criptare il foglio sul quale si scrive, soprattutto se chi ha la proprietà di quel foglio ha anche la chiave per decriptare il messaggio che vi è scritto sopra.».

Il che si traduce, per fare un esempio pratico e noto a tutti, che anche se Whatsapp comunica che i messaggi al suo interno sono cifrati e visibili solo dagli utenti, in realtà il sistema centrale manterrebbe il controllo e la possibilità di poterli leggere, «perché il software non è verificabile, non è opensource, e quindi potrebbe essere tutto criptato, ma non è detto» chiosa Michele. Tale diritto è garantito dalla Costituzione italiana, all’articolo 15: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.”. Un diritto però che si trova in pericolo, per motivi eticamente complessi e anche plausibili. Il Parlamento europeo, infatti, sta discutendo durante questa estate 2026 sul provvedimento Chat Control, che permetterebbe da un lato di tracciare le comunicazioni di ognuno, preservando eventuali crimini, ma al tempo stesso però sacrificando la privacy di tutti.

Sembra che ci si debba orientare verso un ‘protezionismo digitale’, quantomeno continentale. Ha senso, e come si farebbe nell’immediato?

«Il protezionismo digitale ha senso perché nascerebbe dal buon senso. Per esempio: perché dobbiamo scegliere dei servizi la cui base è molto lontana da noi, se esiste un servizio più vicino con cui ci si può interfacciare direttamente? Si tratta innanzitutto di diversificare l’offerta, rendendo noti quali sono i costi e i guadagni dell’azienda che fornisce i servizi, e dando delle garanzie etiche. Il protezionismo ha allora un senso economico dettato dall’alternativa, dalla vicinanza geografica e da un senso di sopravvivenza comunitario. Nell’immediato – continua Michele – ci si può rendere consapevoli della questione e di ciò che comporta, magari seguendo i movimenti ‘degoogle’ o ‘demicrosoft’, dove si condividono pareri, soluzioni e alternative.»

Mentre nella vita privata?

«Io ho iniziato prendendo un telefono Android privo di servizi Google, mentre per le mail ho un altro indirizzo. Poi, uno dei primi passaggi è stato smettere di usare Chrome e altri browser privi di anti-tracking. Ho iniziato a togliere le dipendenze da Google, perché sono nate realtà europee che possono competere con i big tech, come Infomaniak. Le alternative europee sono più sicure poiché permettono quantomeno una tutela legale e regionale. Ci sono anche realtà basate sul modello zerotrust, come Protonmail o Tutanota, dove non si dà per scontata l’affidabilità dei prodotti e dei software. Protonmail, per esempio, basa la reputazione sulla difesa della privacy degli utenti: questo implica che se non dovessero adempiere a tale ‘credo’, morirebbero economicamente. Il loro sistema di posta elettronica, semplificando, funziona con una chiave crittata da me impostata; se perdo questa chiave, perdo ogni mail che non riesco a sbloccare con la mia chiave. E questo vale anche nel caso in cui l’azienda venisse venduta, mentre non si può dire lo stesso di Google, oppure di Twitter: abbiamo visto tutti cosa può succedere quando un social network di tale portata viene acquistato in blocco da un altro magnate.» conclude Michele.

Sembra veramente facile, molto facile, urlare al complottismo in nome della comodità. Ritorniamo con la mente al flusso dei dati nell’Internet of Things: entità digitali che manovrano e gestiscono la nostra casa con un comando vocale. Dati sensibili veicolati via messaggio o email. Connessioni private che possono diventare pubbliche, da un momento all’altro. Mario che ancora non si capacità di come Google sappia il gusto della sua pizza. Le domande da porsi al termine di questa riflessione sono due: siamo disposti a sacrificarci ‘per un bene superiore’, dove un sistema centrale conosce ogni aspetto della nostra vita? E quanto siamo disposti a cedere di noi stessi, nel nome della comodità e dell’utilità?
Forse tale centralizzazione è la prova provata che non dobbiamo sapere tutto e che l’onniscenza è qualcosa di superiore al singolo essere umano ma compresa nell’insieme di tutti, e tale deve rimanere, con i suoi coni d’ombra e le sue brutture. Il mondo digitale sembra voler ricordare i limiti dell’essere umano, che sono tanti ma necessari per renderci diversi e complementari. Google sa tutto, ma non proverà mai il sollievo – e glielo auguriamo, un giorno – di potersi nascondere in una serena, ironica, dissimulazione della verità.

 

di Damiano Martin