Sfida.

Fu questa la parola che dieci anni fa accompagnò la nascita dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Chi doveva affrontarla ? Tutti, si disse subito. Ma non tutti si attrezzarono per combattere. Davanti a 17 Obiettivi (SDGs) e 169 target molti – tanti- non se la sentirono di legarli allo sviluppo dei loro Paesi. Era settembre 2015 e l’Agenda fu approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un luogo dove la parola “sfida” viene adottata molto di frequente. Eppure l’Agenda in fondo è un programma ben scritto e quale consesso politico vive senza un programma? L’impegno era di trasformare il mondo entro il 2030, assicurando benessere, equità e tutela del pianeta. Solo che bisognava fare i conti con la realtà e le contorsioni della storia. Dopo tutto, pianificare lo sviluppo di comunità cosi diverse, distanti per cultura, storia, tradizioni, richiedeva impegno, coraggio e leadership. Alla base di tutto – giova ripeterlo – c’era la presa d’atto di redistribuire la ricchezza, di appianare le diversità tra Nord e Sud, Est e Ovest del mondo, di fermare guerre e devastazioni. Oggi ricordiamo i dieci anni dell’Agenda e non possiamo dirci soddisfatti. Quegli obiettivi e quei target sono ancora una delle sfide più ambiziose e condivise della comunità internazionale. E se diciamo che restano ancora, dobbiamo dire anche che qualcosa non è stato fatto. Un sintetico elenco. La povertà nel mondo è diminuita, ma è lontanissima dall’essere sconfitta. E’ diminuita grazie a politiche di inclusione sociale e alla nascita di nuovi modelli economici, poi ha messo il freno. La ricchezza in molte aree del mondo si è ridistribuita rispetto al 2015. Ha trovato, tuttavia, nuove vie mediante sistemi tecnologici sofisticati e globali. È aumentata la scolarizzazione, ma anche la fuga di ragazze e ragazzi dai paesi di origine. L’energia prodotta da fonti rinnovabili è cresciuta, ma non dappertutto e la ricerca è poco finanziata dal pubblico. Il cambiamento climatico ha incentivato molte azioni e investimenti, ma il mondo è in perenne emergenza. La sostenibilità ambientale è diventata patrimonio di migliaia di aziende ed è entrata nei programmi di molti governi, che fanno i conti, pero’, con negazionisti vaganti. I giovani hanno preso coscienza delle cose che non vanno e dato vita a movimenti pieni di entusiasmo. Ma nei Parlamenti c’è chi li detesta. Il volontariato si è affermato come soluzione pratica rispetto a tragedie di ogni tipo, che aumentano anno dopo anno. Ecco, un quadro in chiaroscuro, come si dice, che ripropone a tutti noi la necessità di andare avanti e con maggiore forza. Convinti, soprattutto. Il percorso da compiere è segnato su un calendario di soli cinque anni, per stare all’Agenda. In tanti dicono “non lasciamo indietro nessuno” ma poi si fermano. Ma per non lasciare davvero indietro nessuno, bisogna trasformare i target di dieci anni fa, benedetti dall’Assemblea delle Nazioni Unite, in risultati concreti, capaci di incidere sulla vita quotidiana delle persone e sulla salute del pianeta. La parola “sfida” non puo’ restare fuori dalle comunità. Ha un senso se combatte disuguaglianze, crisi climatica, sopraffazioni, fonti inquinanti, epidemie, analfabetismo, sfruttamento, lavoro sommerso. È un compleanno dolceamaro. Davanti ci sono solo cinque anni e le Nazioni Unite parlano di “Decade of Action” per un’accelerazione delle politiche e un coinvolgimento attivo di governi, imprese e società civile. Investimenti sostenibili, innovazione tecnologica, cambiamenti nei modelli di produzione e consumo saranno determinanti. Accompagnati dalla parola “sfida”. Si, quella di dieci anni fa.

 

di Nunzio Ingiusto