Sono 677.188 le imprese attive in Italia guidate da cittadini stranieri. Un mondo produttivo e ricco, importato- per cosi dire- e integrato nell’economia nazionale. Il loro numero nei primi sei mesi di quest’anno è cresciuto di 16 mila unità. Secondo Unioncamere, il 79% di queste imprese fa capo a persone originarie di Paesi extra Ue. L’Italia li attrae perché è inserita negli scambi internazionali e il mercato interno, tutto sommato, consente di fare buoni affari. Ci sono differenze territoriali di cui loro sono consapevoli almeno quanto noi. Ma il rischio d’impresa lo conoscono e ci scommettono.

Nel panorama geografico e imprenditoriale prevalgono le imprese individuali con la comunità marocchina come la più numerosa. Ha 53 mila titolari, seguita da quella romena con 52.541 e dalla cinese con 50.166. Ma crescono anche le società di capitale che in un anno hanno raggiunto la soglia delle 160mila. Money makes money: da Nord a Sud, dove le imprese tricolore lamentano alta tassazione, concorrenza, infrastrutture inadeguate, gli stranieri si insediano. Sicuramente studiano con attenzione dove mettere i soldi, scelgono consulenti e facilitatori in cerca di un futuro meno complicato. Sanno anche di dover superare diffidenze e opinioni grossolane sulla presenza di cittadini stranieri nelle nostre città, ma hanno visione d’assieme. La Lombardia guida la classifica con 136.603 imprese straniere, seguita da Lazio e Toscana. Considerato il peso sul totale delle imprese per Regione, la Toscana è al 17%, davanti alla Liguria e all’Emilia-Romagna. La provincia di Prato è in assoluto la provincia più cosmopolita con i cinesi che sono i due terzi del totale. I cinesi sono leader nell’abbigliamento anche in Campania, mentre i marocchini sono presenti in genere nel commercio e i romeni nelle costruzioni.

Unioncamere e InfoCamere hanno presentato i dati aggiornati su questo tipo di imprese nell’ambito del progetto Futurae. Hanno constatato anche che più di un terzo delle 677.188 totali ha più di dieci anni di anzianità. Un dato consolidato che fa riflettere in relazione alla vita media delle aziende medio-piccole guidate da imprenditori italiani. La permanenza sui territori e la trasparenza delle attività fanno crescere il PIL nazionale, nonostante in Calabria e Campania nell’ultimo anno c’è stata una diminuzione di presenza. Il Nord viene scelto per una condizione strutturale più favorevole, perché ha un reddito medio per famiglie superiore al Sud, per la maggiore possibilità di accesso al credito e, non ultimo, perché è più facile trovare manodopera qualificata. Il rapporto con l’ambiente esterno si realizza attraverso corrette relazioni con le istituzioni e con il rispetto delle regole. C’è il tema della tutela ambientale, del non inquinamento, della gestione dei rifiuti e della sicurezza nei luoghi di lavoro. La cronaca ha visto spesso imprese gestite da non italiani coinvolte in episodi di illegalità, ma i dati ufficiali sugli incidenti sul lavoro e su altro non distinguono la nazionalità dei titolari. Chi decide di venire a investire in Italia alla fine, o meglio al principio, ragiona come un qualsiasi imprenditore di casa nostra. Punta su settori a valore aggiunto, scarta gli ambienti poco competitivi, privilegia profitti e redditi. E, attenzione, se dopo un po’ decide di abbandonare le aree economicamente deboli, sta dicendo che l’Italia– bel suol d’affari- non è la stessa al Nord e al Sud.

di Nunzio Ingiusto