Categorie: Editorial
Tipo di Contenuto: cambiamento climatico | ghiacciai | mare | montagna
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Sono una donna con il cuore al mare e la testa in montagna. Ho due anime. La prima è quella della riminese di nascita che col mare ha un legame intimo e bellissimo, e che abitando altrove da circa vent’anni ne sente sempre la mancanza. La seconda è quella della climatologa che, studiando la montagna, con essa ha costruito un legame meno istintivo ma sempre bello, alimentato dalla conoscenza, dal rigore, dai dettagli, dal volerne sapere sempre qualcosa di più. Mare e montagna sono anche le cartine al tornasole del riscaldamento globale, perché mostrano segni tangibili di cosa un aumento della temperatura media del pianeta possa significare per la salute degli ecosistemi, e di rimando anche per il nostro benessere.

Mare e montagna sono la cartina tornasole del riscaldamento globale: quello che succede in alta quota, come i ghiacciai che non si muovono più perché sempre più sottili, o il livello dell’acqua che sale raccontano il clima che cambia

In montagna, uno degli effetti più evidenti del riscaldamento globale è la riduzione e la frammentazione dei ghiacciai. In alcuni casi parliamo di vera e propria estinzione. Il 18 agosto 2019, in Islanda, si commemorava la perdita del ghiacciaio Okjökull. Fu il primo di una serie di funerali per i ghiacciai in sparizione celebrati quell’anno: il 22 settembre fu la volta del ghiacciaio Pizol in Svizzera, tra il 26 e il 28 settembre quella del Monviso, del Montasio, del ghiacciaio del Lys, e poi dello Stelvio e della Marmolada. Si tratta di ghiacciai delle Alpi molto sofferenti, e quelle celebrazioni hanno voluto essere un monito, un segnale per accorgersi di quanto stesse accadendo.

Bilancio negativo

Per essere vivo, un ghiacciaio, deve muoversi. Pare strano ma non troppo, a pensarci bene. Spinto dalla forza del suo peso un ghiacciaio scorre dalla zona di accumulo, in alto, in cui si alimenta grazie alla neve che cade nella stagione fredda alla zona in cui avviene la fusione, nella stagione calda. Se la massa persa per fusione è maggiore della massa guadagnata ad alta quota, cioè se il bilancio di massa è negativo, il ghiacciaio diventa meno spesso e la sua fronte si ritira verso monte. Gli anni di bilancio negativo, per quasi tutti i ghiacciai del pianeta, sono diventati di gran lunga superiori a quelli di bilancio positivo, ecco perché stiamo assistendo a un progressivo ritiro dei ghiacciai.

Più sottili

Quando fu celebrato il funerale di Okjökull, nell’agosto del 2019, il ghiacciaio aveva un’estensione pari al 7 per cento di quella di 100 anni prima, anche se era stato dichiarato morto già nel 2014, quando era diventato talmente sottile da non riuscire più a muoversi. Nella targa commemorativa, scritta dall’autore islandese Andri Snær Magnason, compare un numero che indica la concentrazione di CO2 nell’aria in quell’anno, 415 parti per milione (ppm). Mentre scrivo questo pezzo vado a vedere sul sito “co2.earth” il valore di CO2 di questi giorni (l’ultimo dato è quello del 7 luglio) e leggo 423 ppm. Un aumento di 8 ppm in quattro anni, che rispecchia il dato sul tasso di aumento medio della CO2 negli ultimi decenni, 2 ppm all’anno.

La scomparsa dei ghiacciai, dovuta all’innalzamento delle temperature, porta a un ulteriore riscaldamento in montagna – è un circolo vizioso – perché il terreno scuro che emerge in seguito alla fusione può assorbire i raggi solari invece che rifletterli, e quindi può scaldarsi e riscaldare l’aria con cui è a contatto, portando a ulteriore fusione del ghiaccio, assorbimento della luce del sole, riscaldamento, e via così. È un meccanismo di retroazione che in parte spiega perché le montagne si stiano scaldando di più e più in fretta, circa del doppio, rispetto a quanto non stia facendo in media la Terra e il cui effetto più destabilizzante potrebbe essere il raggiungimento di un punto di non ritorno.

Il ciclo dell’acqua che cambia

Se i ghiacciai sulla terraferma fondono, il mare sale – montagna e mare infatti sono collegati, lo sappiamo dalla prima volta che qualcuno ci ha spiegato il ciclo dell’acqua. Meno acqua troviamo solida sul pianeta, più ne troviamo in forma liquida – il ciclo dell’acqua cambia. Nell’ultimo secolo, il livello medio del mare è aumentato più che in qualsiasi secolo dei passati tremila anni e dal 1970 lo sta facendo a un ritmo accelerato che nell’ultimo decennio è arrivato a 4 millimetri all’anno (per aver un confronto, la velocità di innalzamento è stata di 1,4 millimetri all’anno per la maggior parte del ventesimo secolo). La crescita del livello medio del mare è un altro effetto noto del riscaldamento,anche se forse meno facilmente percepibile rispetto alla riduzione dei ghiacciai, a meno di non fare parte di quelle popolazioni che vivono nelle zone costiere di Paesi molto vulnerabili, come il Bangladesh, o nelle piccole isole del Pacifico, come Tuvalu, che rischiano di non esistere più tra qualche anno. In queste zone, il mare che cresce e la salinizzazione delle terre adiacenti stanno già sfollando un gran numero di persone, rendendo territori e Paesi spesso instabili ancora più vulnerabili, soggetti a conflitti per le risorse, e a migrazioni.

Tempeste e uragani in villeggiatura

Il riscaldamento delle acque di oceani e mari sta avendo conseguenze anche sull’aumento di eventi meteorologici estremi come tempeste e uragani, fenomeni che possono portare distruzioni in tempi brevi o brevissimi. Il Mediterraneo è il bacino che si sta scaldando più in fretta di ogni altro, e in Italia se ne sentono gli effetti: aumento delle ondate di calore e siccità, ma allo stesso tempo anche degli eventi di precipitazione intensa e concentrata, così come delle mareggiate e dell’intensità di altri fenomeni estremi che si manifestano con più violenza quando traggono energia da un mare che bolle.

Ieri e oggi

Uno dei racconti ricorrenti della mia infanzia – i miei lo ritiravano fuori ogni volta che sul mare il cielo si faceva scuro – è quello della tromba marina che si abbatté su Rimini nel 1964, un evento rimasto nella memoria di tantissime persone, tra cui i miei genitori allora ventenni. Aveva prodotto danni ingenti, e per le strade del centro storico erano stati trovati ombrelloni, sdraio, pedalò, persino le cabine dei bagnini erano state portate via. Gli eventi estremi capitavano anche in passato, certamente. Ma il riscaldamento globale sta creando le condizioni perché oggi si verifichino con più intensità e frequenza, con tempi di ritorno più brevi. Sono i cambiamenti nella statistica degli eventi estremi, più che il singolo evento in sé, ad essere riconducibili all’innalzamento della temperatura media del pianeta. Il 2022, per l’Italia, è stato esemplare in questo senso. Il nostro Paese è stato teatro di tutta o quasi la possibile casistica degli eventi meteoclimatici che classifichiamo come estremi: la siccità che si è protratta lungo tutto il corso dell’anno, le ondate di calore che hanno interessato anche il mare, le alluvioni; c’è stato anche il crollo di un pezzo del ghiacciaio della Marmolada, i primi di luglio di un anno fa.

Perché piove se c’è la siccità

Gli eventi estremi mettono in pericolo i luoghi in cui viviamo, lavoriamo, o passiamo le nostre vacanze. E ci fanno capire che in un pianeta che sta male, i primi a rimetterci siamo noi. Il nesso non è sempre chiaro, però, sia perché il cambiamento climatico risuona spesso nelle nostre teste come una questione lontana, soprattutto nel tempo, sia perché c’è il rischio di ritrovarsi spaesati rispetto a manifestazioni controintuitive del riscaldamento globale. Perché mai in risposta all’aumento della temperatura media del pianeta assistiamo a fenomeno opposti come siccità e alluvioni? Perché se fa più caldo le piogge sono più estreme?Perché il riscaldamento globale può spiegare il verificarsi di alcune forti tempeste di neve in certe regioni nel cuore dell’inverno ma anche le fusioni primaverili anticipate? La scienza raccoglie dati, elabora modelli, cerca di comprendere i meccanismi in azione, di prevedere cosa potrà accadere. E ha anche il compito di illustrare la complessità, le incertezze, unire puntini là dove sembra formino una nube confusa, spiegare fenomeni lontani dalla nostra percezione.

Indicatori straordinari

Mari e montagne possono essere presi come occasione per illustrare meglio quanto stia accadendo, perché sono termometri naturali della febbre del pianeta, straordinari indicatori per capire i cambiamenti climatici in corso e i loro impatti. Raccontare cosa avviene in questi luoghi che noi tutti conosciamo, fermarci a pensare il legame che abbiamo con questi ecosistemi e non dare per scontata la loro capacità di sostenere la nostra vita, come è stato finora, è importante. La comprensione di questi sistemi “sentinella” è essenziale anche per informare i decisori politici e sviluppare strategie di contrasto alla crisi climatica, che prevedono necessariamente misure di mitigazione e adattamento su scala globale e locale

 

di Elisa Palazzi
Ricercatrice dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr e docente di Fisica del clima all’Università di Torino

 

Fonte: https://www.corriere.it/pianeta2030/23_luglio_26/montagna-funerali-ghiacciai-l-aumento-trombe-marine-vacanze-servono-ad-aprire-occhi-65fbb180-2aca-11ee-8e96-a497dd857d5f.shtml