La spiegazione più banale per definire le cause dell’aggravarsi dei fenomeni siccitosi spesso risulta ovvia e scontata, il pianeta si riscalda, le temperature aumentano, l’evaporazione accelera e i terreni si prosciugano. Questa narrazione è corretta, ma incompleta. Dietro la crescente aridità che sta interessando l’Europa negli ultimi decenni si cela infatti un protagonista meno noto ma altrettanto determinante, il modo in cui l’atmosfera sta cambiando la propria circolazione.
Un nuovo studio pubblicato su Nature Geoscience [1] suggerisce infatti che il riscaldamento globale, da solo, non basta a spiegare perché le estati nel nostro continente siano diventate sempre più secche. A giocare un ruolo fondamentale sarebbero anche le trasformazioni nella disposizione dei grandi sistemi di alta e bassa pressione che governano il clima del continente. Secondo i ricercatori, proprio questi cambiamenti sarebbero responsabili di oltre la metà della diminuzione dell’umidità del suolo osservata in Europa dall’inizio degli anni Ottanta. La ricerca [1] aggiunge un tassello importante a uno dei dibattiti più complessi della climatologia contemporanea, ovvero capire quanto della crescente siccità europea dipenda direttamente dall’aumento delle temperature e quanto, invece, da una progressiva riorganizzazione del “motore” atmosferico che distribuisce piogge, nubi e masse d’aria sul continente.
Due meccanismi che agiscono insieme
Per comprendere le origini di questo dibattito occorre distinguere due processi che spesso vengono confusi. Il primo è termodinamico, il più intuitivo e anche quello che rappresenta la conseguenza diretta dell’accumulo di gas serra. Un’atmosfera più calda può contenere una quantità maggiore di vapore acqueo e aumenta la cosiddetta domanda evaporativa, “chiede” più acqua al suolo e alla vegetazione, anche in presenza delle stesse precipitazioni, e i terreni tendono a perdere umidità più rapidamente.
Il secondo meccanismo è invece dinamico e riguarda il comportamento della circolazione atmosferica su larga scala. Le grandi configurazioni di alta e bassa pressione non rimangono infatti immutate nel tempo, ma possono diventare più frequenti, più persistenti oppure spostarsi geograficamente. Questi cambiamenti modificano il percorso delle perturbazioni, alterano la distribuzione delle precipitazioni e influenzano la durata dei periodi secchi. Per anni gli scienziati hanno riconosciuto l’importanza di entrambi i processi, ma stabilire quale fosse il loro contributo relativo si è rivelato estremamente difficile.
Come “spegnere” uno dei due effetti
Per risolvere questo problema i ricercatori dell’Università di Lipsia hanno utilizzato una metodologia particolarmente innovativa. Impiegando il modello climatico CESM2 (Community Earth System Model Version 2), invece di lasciare che l’atmosfera evolvesse liberamente, hanno “guidato” il modello. Questa tecnica, chiamata circulation nudging, permette di mantenere costante la componente dinamica dell’atmosfera mentre si modificano le condizioni climatiche di fondo, ed è un approccio che supera uno dei principali limiti degli studi precedenti. I modelli climatici tradizionali, infatti, faticano spesso a riprodurre le stesse evoluzioni della circolazione atmosferica osservate negli ultimi decenni. Vincolando invece il modello ai venti realmente registrati, i ricercatori sono riusciti a valutare in modo molto più preciso quale parte della siccità europea fosse attribuibile ai cambiamenti della circolazione.
I risultati sono stati sorprendenti, analizzando il periodo compreso tra il 1980 e il 2024, circa il 55% della diminuzione dell’umidità del suolo estiva nell’Europa delle medie latitudini è riconducibile ai cambiamenti della circolazione atmosferica. In alcune aree dell’Europa occidentale e orientale questa percentuale arriva addirittura all’80%, indicando che le modifiche nei regimi atmosferici hanno inciso più del semplice aumento delle temperature.
Anche un altro indicatore fondamentale della siccità, il deficit di pressione di vapore (Vapour Pressure Deficit, VPD), racconta una storia simile. Il VPD misura quanto “assetata” sia l’atmosfera, valori elevati significano che l’aria ha una maggiore capacità di sottrarre acqua al terreno e alle piante. Circa il 42% dell’aumento del VPD osservato dal 1980 deriva proprio dai cambiamenti nella circolazione atmosferica, mentre il resto è attribuibile all’effetto diretto del riscaldamento globale. Questo non significa che il cambiamento climatico perda importanza, al contrario, i due processi si rafforzano reciprocamente.
Una circolazione atmosferica che favorisce estati più stabili e dominate dagli anticicloni produce meno precipitazioni, più giornate serene e un maggiore riscaldamento della superficie. Il terreno si secca più rapidamente e, una volta prosciugato, restituisce meno acqua all’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione. Ne deriva un ulteriore aumento delle temperature locali, alimentando un circolo vizioso che rende le ondate di calore e la siccità ancora più intense. L’aumento delle temperature “prepara” il terreno, mentre la circolazione atmosferica può decidere quanto severa diventerà una determinata estate.
Una grande incertezza sul futuro
In un clima più caldo gli episodi di pioggia intensa tendono ad aumentare, ma diventano anche più concentrati nel tempo. Se la circolazione atmosferica favorisce estati dominate dagli anticicloni, questi eventi estremi risultano meno frequenti proprio quando sarebbero più necessari per compensare la perdita di umidità del terreno. Il risultato è che gli anni già secchi diventano ancora più secchi, è un meccanismo che ricorda quello osservato durante le grandi siccità europee degli ultimi anni, quando mesi di precipitazioni inferiori alla media sono stati accompagnati da ondate di calore persistenti che hanno accelerato ulteriormente l’essiccamento dei terreni. Per molti anni il cambiamento climatico è stato raccontato come una semplice conseguenza dell’aumento delle temperature, questa ricerca mostra invece un quadro decisamente più articolato. L’atmosfera non si limita a riscaldarsi, cambia radicalmente il proprio comportamento. Si modificano le traiettorie delle perturbazioni, la persistenza degli anticicloni, la frequenza delle configurazioni che favoriscono o ostacolano le precipitazioni, è come se, oltre ad aumentare la temperatura di una stanza, cambiassimo anche il funzionamento dell’impianto di ventilazione. Comprendere questa distinzione non è un esercizio accademico, significa migliorare la capacità di prevedere le future siccità, progettare sistemi agricoli più resilienti, pianificare la gestione delle risorse idriche e preparare città e infrastrutture a un clima che sta diventando sempre più variabile.
La crescente aridità dell’Europa non dipende soltanto da un’atmosfera più calda, ma anche da un’atmosfera che si comporta in modo diverso rispetto al passato. Capire perché questo stia accadendo rappresenta una delle chiavi per prevedere il futuro climatico del continente.
di Pietro Boniciolli 
Maggiori informazioni
[1] Dunkl, I., Bastos, A. & Sippel, S. European summer drying largely driven by atmospheric circulation changes since the 1980s. Nat. Geosci. (2026). https://doi.org/10.1038/s41561-026-02050-w