A Belém, nel cuore dell’Amazzonia, tutto è pronto per accogliere la 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Si parlerà di transizione energetica, di adattamento, di finanza verde. Eppure, qualcosa è già cambiato, ancora prima che si aprano i lavori: mancano i leader.
Secondo i dati ufficiali diffusi dal capo negoziatore brasiliano Mauricio Lyrio, alla sessione dei capi di Stato parteciperanno 57 leader mondiali su 143 Paesi rappresentati. Alla COP29 di Baku, nel 2024, erano circa 75; a Dubai, un anno prima, oltre 80. Una flessione costante, che racconta molto più di una semplice questione di agende sovrapposte. È il segno di un disimpegno simbolico.
Belém, città di un milione e mezzo di abitanti, ha messo a disposizione 53 mila posti letto per ospitare circa 50 mila delegati provenienti da tutto il mondo — un’impresa logistica imponente per un’area che resta fragile, attraversata da contraddizioni sociali e ambientali. Ma la geografia non basta più a dare forza politica a un vertice.
Tra i presenti ci saranno Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer, insieme ai presidenti di Colombia e Liberia. La Cina manderà il vicepremier Ding Xuexiang al posto di Xi Jinping. Gli Stati Uniti, invece, non invieranno rappresentanti di alto livello, dopo il nuovo ritiro dall’Accordo di Parigi deciso dall’amministrazione Trump.
Dietro ai numeri si intravede una trasformazione più profonda: la politica del clima sta perdendo la sua centralità narrativa. Nel 2015, l’Accordo di Parigi aveva unito 195 Paesi intorno a un obiettivo epocale: contenere il riscaldamento globale sotto 1,5 °C. Dieci anni dopo, il pianeta ha già superato 1,45 °C rispetto ai livelli pre-industriali (dati Copernicus, settembre 2025). Gli eventi estremi sono in aumento: secondo l’ONU, il 2024 è stato l’anno con il maggior numero di catastrofi naturali registrate nell’ultimo mezzo secolo, e i danni economici hanno superato i 380 miliardi di dollari (dati Swiss Re Institute).
Eppure, mentre la temperatura sale, la presenza politica scende. Non è solo una questione di stanchezza o di disillusione: è una questione di priorità. In molti Paesi industrializzati, il consenso si gioca oggi su inflazione, sicurezza, migrazioni. Il clima non scompare, ma arretra. Un sondaggio del Pew Research Center condotto in 30 Paesi nel 2025 mostra che solo il 31% degli intervistati considera la crisi climatica la principale minaccia globale; nel 2020 era il 44%. In Europa la tendenza è simile: secondo Eurobarometro, la quota di cittadini che colloca il cambiamento climatico tra le tre priorità dell’UE è calata di 8 punti in due anni.
Il rischio, oggi, è duplice. Da un lato, che la COP diventi un rituale: una vetrina più che un tavolo decisionale. Dall’altro, che la leadership globale si frammenti, sostituita da alleanze bilaterali o regionali, più funzionali alle strategie economiche che alla cooperazione ambientale.
Eppure, anche in questo scenario di disincanto, non si può dire che la sensibilità sia scomparsa. La società civile continua a mobilitarsi: oltre 2.500 organizzazioni hanno richiesto l’accredito per COP30, e l’Amazzonia ospiterà il più ampio padiglione dedicato ai popoli indigeni mai realizzato in un vertice ONU. Il settore privato, pur tra contraddizioni, mantiene impegni crescenti verso la decarbonizzazione: il numero di aziende che ha fissato obiettivi “net zero” è aumentato del 40% in un anno (dati Net Zero Tracker 2025).
Il paradosso, dunque, è questo: la consapevolezza cresce, mentre la politica arretra. Belém non sarà una conferenza vuota, ma rischia di essere una conferenza senza volto. Un vertice dove si parlerà molto di giustizia climatica e di finanziamenti per l’adattamento — il tema centrale del “Loss & Damage Fund”, che conta oggi 700 miliardi di dollari promessi ma solo 80 effettivamente versati — ma dove mancherà la forza simbolica di chi guida i governi.
Belém offrirà ancora una volta la scena e le parole. Ma le decisioni — quelle vere — si prenderanno solo se la politica tornerà a crederci. La scienza continua a parlare con chiarezza; la società civile, con passione; l’economia, con pragmatismo. Resta da capire se la politica saprà ritrovare la voce.
di Isabella Zotti Minici 