Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sugli indicatori di benessere equo e sostenibile, l’Italia presenta livelli di rischio di povertà ed esclusione sociale superiori alla media europea. Prendendo il 2024 come anno di riferimento, scopriamo che circa il 20% della popolazione è a rischio povertà assoluta rispetto al 16 % di media dei 27 Paesi dell’Ue. Dentro ci sono 1 milione e 300 mila minori con un’incidenza maggiore nelle famiglie straniere e nelle Regioni del  Sud. 

Fidarsi di indagini accurate e di dati ben organizzati- anche in tempi di AI- resta il modo migliore per capire certi fenomeni. Cosi, sempre riferendoci all’ISTAT, un’altra indagine del maggio 2025 sul disagio economico, attesta che più di 13 milioni di italiani sono in condizioni di vulnerabilità economica. In pratica, hanno difficoltà a mantenere uno standard di vita minimo: dai servizi scolastici, al costo dell’energia, dai trasporti, alla salute. Sono numeri che non circolano con la frequenza che meriterebbero sui media e nei talk show. Eppure, nello stesso Paese il 10% della popolazione più ricca detiene il 56% della ricchezza nazionale. Del resto, la povertà assoluta coinvolge ormai anche individui appartenenti a fasce sociali non tradizionalmente vulnerabili. Lavoratori, cioè, con occupazione stabile ma con retribuzioni basse.

L’Italia soffre di queste contraddizioni per non essere riuscita a riorganizzare le politiche di welfare, metterle al passo con i tempi. La disuguaglianza di reddito e di posizione sociale aumenta nel tempo e sarebbe ora di fare qualcosa di concreto e di nuovo. Ci sono Istituti di garanzia, Enti statali storici, che non funzionano più come trent’anni fa. Basta vedere cosa accade quando si discute di pensioni, in un Paese che invecchia e non fa figli. Negli ultimi dieci anni il rapporto tra il reddito del 10% più ricco e quello del 50% più povero, è cresciuto in maniera esponenziale. Tutto intorno il mondo della produzione e dei servizi cambiava e la globalizzazione usciva dai simposi internazionali e ridisegnava il pianeta. Si stava alla finestra ? In questo quadro si è consolidata anche una scarsa mobilità sociale, che, al contrario, è il primo regolatore di sostenibilità. Una famiglia povera avrà sempre meno voglia di partecipare alla vita politica, far sentire la propria voce, sostenere i figli nello studio e nella crescita. I ragazzi sono condizionati dalla posizione economica dei genitori con la conseguenza di vedersi preclusa la scalata sociale. Vivono la disparità in modo angosciante in un mondo “ipertutto”. 

Il Paese accumula ricchezza ? Si, ma con un mercato del lavoro frammentato. Con una qualità dell’occupazione spesso bassa e precaria e un conflitto di genere permanente. Non a caso da Nord a Sud si registra la più bassa partecipazione femminile al lavoro: 60% contro una media Ue del 73%. Le disuguaglianze economiche si riflettono anche nell’accesso ai servizi sanitari, socio-sanitari e nella difficoltà di usufruire di cure adeguate alle patologie in aumento. Un simile contesto non puo’ durare all’infinito. Gli indicatori economici e sociali rimandano a un giudizio sulle politiche nazionali che incidono solo in minima parte sulle cause strutturali di un pesante dualismo. 

L’idea del Forum Nazionale sulle disuguaglianze, di ripartire dalla Costituzione, puo’ essere una risposta. Moderna e con vasto sostegno. A condizione, pero’, che si attualizzino principi basilari come il lavoro fondamento della Repubblica, il dovere di  rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana, la libertà economica, la tutela dell’ecosistema. Infine, la “ prevalenza dell’utilità sociale sulla libertà dell’iniziativa economica privata ”. E’ il terreno più impegnativo, dove ciascuno deve avere chiaro cosa fare per affrontare il futuro. Le disuguaglianze non sono fatte per la pace e la concordia e l’Italia, se vuole, sa come cambiare gli indicatori delle disparità.

di Nunzio Ingiusto