La deforestazione tropicale amplifica l’aumento delle temperature medie locali e lo stress termico, riducendo le ore di lavoro sicure all’aperto e causando significativi rischi alla salute umana a lungo termine

Negli ultimi due decenni, la deforestazione tropicale ha assunto proporzioni allarmanti, con conseguenze non soltanto per la biodiversità e il clima globale, ma anche per la salute delle popolazioni che vivono nelle aree interessate. Una recente ricerca pubblicata su Nature Climate Change [1] fornisce la prima valutazione su scala pan-tropicale del legame tra perdita di copertura forestale, aumento delle temperature locali e mortalità connessa all’aumento delle temperature medie. I dati prodotti dallo studio sono a dir poco sconvolgenti: dal 2001 al 2020, 1,6 milioni di km² di foresta tropicale sono stati distrutti, soprattutto in America Centrale e Meridionale, Sud-est asiatico e Africa. Questo processo non solo contribuisce ad un aumento delle emissioni di CO₂ e al cambiamento climatico globale, ma induce un riscaldamento locale immediato e marcato. In media, nelle aree deforestate si osserva un aumento della temperatura superficiale di circa 0,45 °C, con punte regionali ancora più elevate. Secondo lo studio [1], circa 345 milioni di persone sono state esposte ad un aumento di temperatura dovuto direttamente alla deforestazione. Gli effetti però non sono uniformi, in Africa tropicale per esempio, dove le aree interessate coincidono con zone densamente popolate, il riscaldamento percepito è maggiore (+0,32 °C ponderato per popolazione).
In Asia sud-orientale, invece, le comunità più vulnerabili, spesso prive di infrastrutture adeguate a fronteggiare le ondate di calore, subiscono le conseguenze peggiori.
Le differenze regionali sono significative:
• Sud-est asiatico: oltre 15.000 morti aggiuntive all’anno legate al calore da deforestazione, con tassi fino a 10 decessi ogni 100.000 abitanti nelle zone colpite.
• Africa tropicale: circa 9.900 morti all’anno. • America centrale e meridionale: “solo” 2.500 morti annue, ma con un riscaldamento locale tra i più marcati del pianeta. In totale, il fenomeno è stato associato a 28.000 decessi prematuri ogni anno, equivalenti a circa il 39% della mortalità da calore nelle aree interessate dal disboscamento.
L’aumento delle temperature locali comporta effetti che vanno ben oltre il semplice disagio.
L’esposizione prolungata al calore può:
• compromettere le funzioni cognitive e il benessere psicologico;
• ridurre la produttività lavorativa, specialmente per chi lavora all’aperto;
• incrementare il rischio di malattie cardiovascolari e respiratorie;
• aumentare la mortalità durante le ondate di calore.
Nei tropici, milioni di persone dipendono da attività agricole, estrattive o di costruzione che richiedono lavoro fisico all’aperto. Secondo stime precedenti, tra il 2003 e il 2018 si sono perse oltre 2,8 milioni di ore di lavoro sicuro per effetto del calore indotto dalla deforestazione.
Questo fenomeno aggrava quindi disuguaglianze già esistenti. Paesi a basso reddito, come molti in Africa e nel Sud-est asiatico, hanno una capacità di adattamento molto limitata e l’accesso all’aria condizionata, a sistemi sanitari resilienti e a infrastrutture adeguate resta scarso. Le popolazioni più vulnerabili, comprese le comunità indigene che spesso vivono ai margini delle aree deforestate, sono esposte a un rischio sproporzionato rispetto al loro contributo al problema.
Inoltre, la deforestazione si intreccia con altri rischi sanitari:
• inquinamento atmosferico da incendi boschivi, responsabile ogni anno di migliaia di morti premature;
• malattie infettive come la malaria, favorita in alcuni contesti dalla modifica degli ecosistemi forestali. Così, lo stress termico non è che una delle tante minacce che la perdita delle foreste porta con sé, ma è tra quelle più direttamente legate alla sopravvivenza quotidiana. Se le attuali tendenze di deforestazione e riscaldamento globale continueranno, la situazione potrà peggiorare drasticamente. Gli scenari climatici indicano che le ore di lavoro all’aperto sicure diminuiranno ulteriormente, con conseguenze devastanti per economie già fragili. Nel bacino amazzonico, ad esempio, rischiano di rendere intere aree inabitabili o economicamente insostenibili. Fenomeni estremi, come siccità e ondate di calore prolungate, stanno già diventando più frequenti e intensi, amplificando i rischi sanitari. In futuro, milioni di persone potrebbero trovarsi costrette a migrare per sfuggire a condizioni climatiche insostenibili. Solo l’anno scorso, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, 17,2 milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa fenomeni distruttivi e di rischi meteorologici.
La ricerca suggerisce alcune strategie per ridurre i rischi sanitari associati alla deforestazione:
• Conservazione e ripristino delle foreste – Proteggere le aree intatte e promuovere programmi di riforestazione può contribuire a ridurre il riscaldamento locale.
• Pianificazione territoriale – Regolare l’espansione agricola e industriale per minimizzare la perdita di copertura forestale. • Adattamento sanitario – Potenziare i sistemi sanitari e le misure di protezione dei lavoratori (ad esempio pause regolari, accesso ad acqua e ombra).
• Equità climatica – Supportare economicamente i Paesi tropicali, garantendo risorse per adattamento e mitigazione.
• Monitoraggio integrato – Rafforzare i sistemi di raccolta dati su clima e salute per anticipare i rischi. Questo fenomeno non è quindi solo un problema ecologico o climatico, è una questione di salute pubblica e giustizia sociale. Ridurla significa non soltanto salvaguardare la biodiversità e mitigare i cambiamenti climatici, ma anche proteggere la salute e il futuro di intere comunità. I dati mostrano chiaramente che ogni albero abbattuto contribuisce ad aumentare il rischio per milioni di persone. La sfida è immensa, ma la direzione è chiara, la lotta contro la deforestazione è anche una lotta per la vita umana.

di Pietro Boniciolli
Vicepresidente del WWF Trieste