«Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata». Parole di Albert Einstein, o almeno così sem – bra. Vera o meno la citazione, l’importante è il signifi – cato trasmesso, una verità intrinseca: la natura ha già pensato, realizzato, o risolto, qualsiasi cosa si potesse o si possa concepire razionalmente. Il problema, dunque, sta nell’antropocentrismo, e nel rapporto tra l’esse – re umano e la Madre matrigna: nella creazione di un mondo artificiale che procede per tentativi ed errori, che richiede soluzioni a cui uomini e donne possono ri – spondere guardando alla natura stessa, in quel processo disciplinare chiamato “biomimesi”. Nello spazio digitale di Humane, “biomimesi” è stato un concetto ricorrente nell’ultimo anno: negli articoli, in collaborazione con MaTech, è stato raccontato come l’innovazione attraversi la materia nell’integrazione tra i modelli naturali e la tecnologia umana. Elmetti formati come le conchiglie, adesivi che replicano le zampe del geco, strutture esoscheletriche ispirate dalla forma delle diatomee (o microalghe marine): la biomimesi, trami – te processi top-down e bottom-up, dal problema alla soluzione e dalle osservazioni biologiche all’intuizione tecnologica porta all’innovazione tecnologica tramite l’imitazione della natura. La parola deriva dal greco bios- vita e mimesis, appunto imitazione. Se il concetto di biomimesi è recente – coniato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso da Janine Benyus, biologa e co-founder del The Biomimicry Institute – la pratica è antica almeno di mezzo millennio. Già mille anni fa l’essere umano sognava di librarsi in aria come gli uccelli, e non sono un mistero i progetti meccani – ci sul volo di Leonardo Da Vinci. Idee e tentativi che portarono i fratelli Wright a realizzare il primo velivolo – dopo i fallimenti di Otto Lilienthal e gli studi di sir Ge – orge Cayley – ispirati e condotti dall’osservazione delle ali dei volatili. Il volo, dunque, fu uno dei primi, forse il più eclatante tentativo di biomimesi. L’innovazione tecnologica, soprattutto sul fronte dello sviluppo delle nanoscienze, ha aperto lo sguardo all’in – finitamente “piccolo”, permettendo lo studio di micro – meccanismi naturali: ai già citati, possiamo aggiungere gli esempi della fibra cava e termoisolante del pelo d’orso bianco o la struttura idrorepellente delle foglie di loto. I vantaggi della biomimesi hanno ricadute tanto sull’efficienza pratica, quanto sul risparmio energeti – co e sull’ottimizzazione dei costi, dato che «l’impatto ambientale dei prodotti, dei servizi e delle infrastruttu – re che ci circondano si determina, fino all’ottanta per cento, in fase di progetto». Ecco che la biomimesi, studiando i materiali biologi – ci, «rivolgendo il proprio interesse a ossa, legamenti, pelle, foglie, squame e scaglie per replicare prestazioni peculiari da trasferire in materiali artificiali», acqui – sta un senso del tutto particolare per l’essere umano, sostenibile e ecologico. Un significato che si discosta dalla centralità antropica, e si fa “ecocentrico”, dove è la natura a diventare protagonista, per gli effetti collaterali del mondo umano. Un auspicio di simbiosi, tra la natu – ra e l’artificio, tra l’essere umano e il pianeta blu.
di Valeria Adriani e Eva Tenan
Ingegnere dei materiali di Matech