Ha senso litigare? Discutere, scornarsi, provare a far prevalere la propria ragione su quella degli altri. Ma quale ragione, per giunta? Chi lha detto che chi ha ragione… ha ragione? Domande che trovano, o troverebbero risposta, nel semplice parlarsi. O almeno così dovrebbe essere, se non si fosse persa la voglia di imparare. «Dovremmo tornare alleloquenza, non esiste più! Tornare a quel che insegnava Cicerone, non solo nel parlare ma chiedersi, nellargomentazione, se questo è bene o male. La retorica è decaduta poiché ha perso la sua vocazione didattica, come trovare argomenti o mettere ordine al discorso, ed è diventata una sequela di figure retoriche». Parole – per lappunto – del professor Adelino Cattani, titolare della cattedra di Teoria dellArgomentazione delluniversità di Padova, e padre di una storia fatta di educazione al dibattito, di fallacie, e di ironia.

Teoria dellArgomentazione, da cui la Palestra di Botta&Risposta, e DiCo – Dibatto e Comunico: tre realtà strettamente collegate – e conseguenti luna allaltra – con un obiettivo in comune: sensibilizzare le persone nel parlar bene e nella promozione del dibattito. Dibattere: una pratica oratoria antica, persa nel passato medievale e tenuta in vita dagli oratori statunitensi, che ne hanno calcato lo spirito competitivo. Fino ad arrivare, in Italia, al professor Cattani, che nel 2001 è finalmente riuscito a istituire la cattedra di Teoria dellArgomentazione, dopo 26 anni di attesa dalla prima richiesta al CUN – Consiglio Universitario Nazionale, nel 1975.

Partiamo da qui, dallerrore (che in un dibattito si definisce fallacia, ndr). Quanto è importante lerrore nel discutere?

«Lerrore è connaturato al dibattito – spiega il professor Cattani – e scopo di un buon dibattito è ‘cercare lerrorenelle argomentazioni avversarie». «Non per sconfiggere, ma per imparare – continua Gianluca Pedron, disputante della Palestra di Botta&Risposta e presidente dellassociazione DiCo – altrimenti dovremmo attribuirci una perfezione impossibile». Gli fa eco Tommaso Porro, anche lui dibattente della prima ora, già al liceo durante un torneo scolastico organizzato dalla Palestra, e anche lui vicepresidente di DiCo: «’Errare è umano, e se il dibattito è qualcosa di molto umano, allora lerrore fa parte della natura del dibattito stesso». La ricerca dellerrore non per pervenire alla verità, ma per scoprirli e circoscriverli, per il piacere di farlo.

Dibattere non è solo un hobby divertente: è anche altamente formativo, come riconosciuto da chi ha dibattuto in passato, navigando tra Teoria dellArgomentazione e Palestra di Botta&Risposta. La Palestra è il braccio operativo della disciplina: dalla teoria alla pratica, gli studenti e le studentesse hanno la possibilità di mettere in atto quanto appreso, nei tornei scolastici e interuniversitari. Da qui è nata poi DiCo, lassociazione di cui Gianluca e Tommaso sono tra i soci fondatori. «Lassociazione è lultima arrivata – spiega Gianluca – la Palestra ha come obiettivo organizzare tornei e formazione per studenti (liceali e universitari) e professionisti del lavoro, mentre lassociazione fa divulgazione, nellinteresse sociale di promozione del dibattito e della comunicazione in tutti i luoghi in cui questo può avvenire, e attraverso lallenamento al dibattito per i soci stessi».

Ma cosa vuol dire dibattere, e come funziona un dibattito?
Esistono svariati tipi di modi e finalità a esso correlate – negli Stati Uniti vige per esempio il World School Debate – mentre il metodo adottato per i tornei della Palestra di Botta&Risposta è il Patavina Libertas. Lideatore, ovviamente, è il prof. Cattani. «Il Patavina Libertas ha tra le caratteristiche principali lessere chiaro nella divisione dei ruoli e il mettere al centro il dialogo – spiega Gianluca, annoverato tra i campioni italiani del torneo interuniversitario – e non ci sono fasi distinte tra il parlare e lascoltare. Di solito sono temi di attualità, di interesse diretto per chi disputa o di filosofia perenne (cioè, quei temi filosofici che hanno sempre rilevanza). Un dibattito si divide in prologo, dove si presentano i propri argomenti e le proprie posizioni (pro e contro) al tema in oggetto, due fasi di argomentazione, la replica e la difesa, e lepilogo; queste fasi si sviluppano per ognuna delle squadre in gioco. Dopo ogni argomentazione, c’è il dialogo socratico: in questa fase cruciale si collaudano le posizioni di una squadra o dellaltra, attraverso un Socrateavversario che pone domande e questioni al giocatore argomentante. Tutti questi momenti di dibattito sono valutati da una giuria, che decreta la squadra vincente; fuori dalla loro valutazione vi è il riconoscimento, di una squadra e dellaltra: in questo momento finale si ammette la bontà del lavoro svolto dallavversario, sottolineando i pregi dei loro argomenti».

«Spesso gli argomenti assegnati sono temi in cui i disputanti non hanno mai particolarmente riflettuto – racconta Tommaso –  per esempio, mi è capitato una volta di dibattere su Unimmagine vale più di mille parole?. Nel dibattito si presuppone un esercizio di empatia, in cui bisogna provare a immedesimarsi nelle prospettive degli altri, per capire gli argomenti ragionevoli degli avversari. Che siano competitivi o formativi, capita che i disputanti cambino idea, rispetto alla posizione di partenza che si sono ritrovati a supportare (la posizione proe controassegnata dufficio dai giudici, ndr). Il dibattito è sia una pratica di convivenza, che un possibile sport: in ogni caso, è “imparare a comunicare in maniera efficace”, per citare il linguista Roman Jakobson. Il dibattito inserisce lelemento del disaccordo, poiché in quanto esseri umani siamo fallibili, e consci di ciò, abbiamo bisogno di discutere per portare alla luce discrepanze ed errori». «Unaltra finalità di dibattito – chiosa il professor Cattani – è vedere la posizione della controparte. Questo si caratterizza nel Dialogo socratico e nel riconoscimento finale, dove oltre a individuare le parti migliori degli argomenti avversari, si affermano anche i valori portati dallaltra squadra».

Sembra, dunque, che il senso del dibattito vada in due direzioni: riconoscere e riconoscersi negli errori dellargomentare. Qual è allora il senso del dibattito? E cosa manchiamo, nel nostro panorama sociale?

«Partiamo dalla nascita dei conflitti nel discutere – risponde il prof. Cattani – che nascono appunto da istanze e presupposti diversi. Se ci si rende conto che questa è la vera causa del conflitto, se ne riconoscono i presupposti che si vogliono poi privilegiare. Si parla sempre di dialogo, ma non sempre si può applicare: in alcune situazioni bisogna valorizzare anche la parola ostile, dove non è possibile cooperare o lanciare ponti. Per esempio: in giurisprudenza esiste la conciliazione obbligatoriatra due divorziandi: ma questa è una ipocrisia, perché vi si ricorre in un momento in cui le parti in causa non vorrebbero conciliarsi! A volte il compromesso non è raggiungibile: questo è il momento in cui deve subentrare la comprensione delle posizioni altrui, e il raggiungimento di un limite tra le parti, un confine invalicabile e una separazione tra esse».

«Io partirei con una differenza – continua Tommaso – per cui nel dibattito regolamentato si segue un protocollo specifico, con degli obiettivi ad hoc per ognuno. Nel nostro caso, alleniamo le persone a discutere, perché poi lo possano fare però nella vita reale, nel quotidiano o a lavoro; ha quindi anche una valenza epistemologica e scientifica (nel conoscere le varie posizioni e i limiti della conoscenza stessa), nel collaudare le varie posizioni. Il dibattito funziona come meccanismo nel chiarire posizioni favorevoli o contrarie, non ha la finalità di asfaltare la controparte. Funziona su una base di rispetto reciproco, nei quali si possa riconoscere gli argomenti degli altri».

Non litigare, dunque, ma insegnare a litigare, per usare dei termini rozzi, ma diretti. E scoprire che nellerrore – di una proprio opinione, o di una discussione – si nasconde una piccola parte di verità: non oggettiva, ma condivisa. In questo, forse, sta il senso del dibattere: ma se la cosa non convince, allora conviene partecipare alle attività della Palestra di Botta&Risposta e agli incontri di DiCo. O procurarsi il libro scritto dai disputanti di Padova Il piacere di discutere, a cura di Bruno Mastroianni. Perché non è mai troppo tardi per allenarsi a sbagliare.

 

di Damiano Martin