Categorie: Editorial
Tipo di Contenuto:
Tempo di lettura: 2 minuti

Centrale, nel pensiero dell’economista Edmund Phelps intervenuto poco fa alla XVII edizione, è la connessione tra sviluppo e innovazione. Si tratta di una combinazione che rappresenta una grande sfida per tutto il mondo industrializzato, e in modo ancora più accentuato per i Paesi occidentali, perché solo l’innovazione può restituire futuro alle loro economie.

L’innovazione affonda le sue radici nel pensiero dell’economista austriaco Joseph Alois Schumpeter dell’inizio del secolo scorso. In questa concezione definita “classica” viene data grande rilevanza al ruolo dell’imprenditore, che diventa il protagonista assoluto nel processo creatore dell’innovazione. Inoltre, Schumpeter precisa e postula una netta differenza tra invenzione ed innovazione. Per la quale l’invenzione comporta il perfezionamento di una teoria scientifica e ha in sé una sorta di valore economico intrinseco che rimane solamente in potenziale. L’innovazione è invece un atto economico che ha una ricaduta di valore sul mercato. La teoria di Schumpeter, quindi, sostiene che il cambiamento economico ruota sì intorno all’innovazione, ma anche alle attività imprenditoriali e al potere di mercato.
La teoria del premio Nobel per l’economia Edmund Phelps, invece, afferma che le persone di ogni estrazione sociale, non solo gli scienziati e i tecnici di laboratorio, hanno il potenziale per creare cose nuove. Per il professor Phelps, infatti, è fondamentale che l’innovazione si svolga, nell’odierna economia globalizzata, su larga scala e attraverso un vasto impiego di risorse. Vivendo noi in un tempo di rigore per le finanze pubbliche, la grande questione è come raccogliere i capitali necessari a sostenere un volume di investimenti tale da imprimere dinamismo a un intero sistema economico. «Negli Stati Uniti, ma anche in molti altri paesi europei, questo fenomeno ha funzionato bene fino agli anni ’70, poi il meccanismo si è fermato» – ha detto Phelps – «Taluni ritengono che il capitalismo, dopo la sua massima espressione negli ultimi due decenni del ‘900, sia ora giunto a un punto morto. Il rischio è che per i popoli che maggiormente soffrono le conseguenze della crisi economica il capitalismo si riduca solo a operazioni finanziarie di tipo speculativo, che non producono benessere sociale».
Le tesi di Phelps, ricordano invece che la vera essenza del capitalismo è ben diversa. L’essenza del capitalismo è la modernizzazione e l’imprenditorialità che ha il coraggio di innovare.
In che modo è possibile stimolare questa creatività? Servono aziende aperte all’innovazione di tutti ed il lavoro deve essere appagante, ovvero che fa sentire le persone come se avessero dato il loro piccolo contributo. Non è solamente una questione di denaro, le persone vogliono una vita che abbia un senso e un lavoro coinvolgente.
Da ultimo, nella sua analisi delle relazioni intertemporali della politica macroeconomica, il premio Nobel Phelps esprime perplessità nei confronti dello smart working, perchè sostiene che  «L’interazione tra le persone è fondamentale, aiuta la creatività. Mancando il contatto, quest’ultima non si genera».

Fonte: https://www.ufficiostampa.provincia.tn.it/Comunicati/Il-Nobel-Phelps-dobbiamo-tornare-all-innovazione-dal-basso-per-crescere