Che cosa se ne fa un hacker di un bastoncino di merluzzo?
Me lo domando leggendo la storia dei frigoriferi hackerati che, alla prima occhiata, sembra una burla. Una di quelle notizie alle quali concedi un sorriso, poi volti pagina. Hanno attaccato i frigoriferi. I frigoriferi? Sì, quelli dei supermercati. Qualcuno è entrato nei sistemi che li governano, ha modificato le temperature e ha lasciato che il cibo si deteriorasse. È successo anche in Italia; sui possibili collegamenti con gli episodi all’estero sono in corso le indagini. (ansa.it⁠)
Fermatevi un momento. Provate a immaginare la scena. Le corsie vuote. Le casse spente. Quella luce ostinata che nei supermercati sembra non conoscere la notte. E i frigoriferi che lavorano, diligenti, custodendo carne, verdure, gelati. Poi arriva un comando. Da dove? Da chi? Perché?
Il freddo comincia ad andarsene.
Al mattino qualcuno dovrà aprire quei banchi, controllare, buttare. Fare i conti. Cercare una spiegazione. E intanto, dall’altra parte di una connessione, il responsabile potrebbe aver già spento lo schermo.
Non sappiamo chi sia. E questa è la parte che dovrebbe toglierci il sorriso.
Le prime ricostruzioni europee lasciano aperta la questione degli autori e dei moventi. Nessuna rivendicazione per gli episodi descritti. Possiamo immaginare molte intenzioni. Sceglierne una senza prove sarebbe un modo comodo di chiudere il mistero. Ma il mistero resta lì, fra un banco vuoto e una domanda piuttosto scomoda: quanto controllo abbiamo sulle cose alle quali affidiamo la nostra vita quotidiana?
Perché quel frigorifero, vedete, ha un indirizzo. Ha un software. Riceve ordini. Può essere sorvegliato e regolato a distanza. È utile, certamente. Permette di accorgersi di un guasto senza aspettare che qualcuno trovi l’acqua sul pavimento. Però richiede protezioni, aggiornamenti, manutenzione. Danfoss, dopo gli attacchi, ha raccomandato di aggiornare i sistemi e impedire l’accesso diretto ai controllori attraverso Internet. Parole poco affascinanti. Manutenzione. Aggiornamento. Protezione. Provate a metterle sul palco di un convegno: la sala guarderà il telefono. Pronunciate invece “rivoluzione digitale” e vedrete rialzarsi le teste.
Eppure la rivoluzione, quando finisce il convegno, deve continuare a funzionare. Alle quattro del mattino. Con un impianto vecchio, un contratto di assistenza, una responsabilità che qualcuno deve essersi assunto.
Il progresso ha bisogno anche di chi controlla che le porte siano chiuse. Comprese quelle che non si vedono.
Mi colpisce poi il cibo buttato. Dentro una confezione di carne, dentro una vaschetta di verdure, c’è una lunga storia di lavoro. Terra coltivata, acqua consumata, energia, camion, persone che si sono alzate presto. Poi un comando impartito da lontano può trasformare una parte di quella fatica in rifiuti.
E noi restiamo davanti al frigorifero, stupiti. Possibile che si possa colpire anche qui? Nel luogo più ordinario, fra il latte e i piselli?
È proprio questo il punto. Ci aspettavamo la minaccia in un centro di comando, in una banca, in qualche stanza piena di schermi. Ce la siamo ritrovata nel reparto surgelati.
Il colpevole ha ancora un volto sconosciuto. Ma ci ha lasciato un messaggio chiarissimo: può raggiungerci attraverso le cose di cui ci fidiamo.
Stavolta ci ha rubato il freddo. Sarebbe bene capire quale altra porta abbiamo lasciato aperta.

 

di Isabella Zotti Minici