Le barriere coralline sono tra gli ambienti più ricchi di vita del pianeta, nonostante occupino una frazione minima dei fondali oceanici, ospitano almeno un quarto delle specie marine e forniscono cibo, protezione costiera e risorse economiche a centinaia di milioni di persone. La loro sopravvivenza, tuttavia, è ormai da anni minacciata da una combinazione di riscaldamento globale, inquinamento e sfruttamento eccessivo delle risorse marine. A confermare la gravità della situazione è una nuova valutazione dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), in cui si legge che: il 96% degli ecosistemi corallini valutati rientra nella categoria Critically Endangered, ossia “In pericolo critico” [1].
Si tratta della prima valutazione globale delle barriere coralline condotta attraverso la “Lista Rossa” degli ecosistemi, uno strumento che misura il rischio di collasso degli ambienti naturali. Il risultato non significa che quasi tutte le barriere siano già scomparse, ma che la loro capacità di mantenere nel tempo le proprie caratteristiche ecologiche è seriamente compromessa.
Una crisi che riguarda quasi tutti gli oceani tropicali
La valutazione ha preso in esame 127 ecosistemi corallini distribuiti in oltre 80 Paesi e territori, per una superficie complessiva di circa 188.000 chilometri quadrati. Il lavoro ha coinvolto più di 250 esperti, coordinati dall’IUCN insieme all’Università di Melbourne, a CORDIO East Africa e alle reti regionali del Global Coral Reef Monitoring Network. I risultati sono allarmanti: 122 ecosistemi su 127 sono classificati come “In pericolo critico”, mentre uno, quello delle Galápagos occidentali, è già considerato collassato [1]. Per altri quattro, i dati disponibili non sono sufficienti a formulare una valutazione completa.
Il quadro cambia sensibilmente quando si distinguono i danni già osservati dalle proiezioni climatiche. Considerando esclusivamente i cambiamenti registrati negli ultimi cinquant’anni, il 91% degli ecosistemi risulta minacciato e il 24% è già classificato come “In pericolo critico” [1]. Includendo invece lo stress termico previsto nei prossimi cinquant’anni, la quota degli ecosistemi in questa categoria sale al 96%. Questa differenza è fondamentale, gran parte del rischio, infatti, deriva da ciò che potrebbe accadere se le attuali tendenze climatiche proseguissero. Nello scenario emissivo intermedio utilizzato dall’analisi, le ondate di calore marine potrebbero diventare così frequenti da impedire alle barriere di recuperare tra un evento estremo e il successivo.
Il riscaldamento degli oceani e il fenomeno dello sbiancamento
La minaccia principale è chiaramente il riscaldamento globale. Quando la temperatura dell’acqua supera per periodi prolungati la soglia di tolleranza dei coralli, questi organismi espellono le alghe microscopiche simbionti che vivono nei loro tessuti e che contribuiscono in modo essenziale al loro nutrimento. Il risultato è lo sbiancamento: i coralli perdono la loro colorazione e diventano più vulnerabili alla fame, alle malattie e alla mortalità. Questo fenomeno non implica necessariamente la morte del corallo, se le condizioni ambientali migliorano abbastanza rapidamente, alcune colonie possono recuperare. Il problema è la crescente frequenza degli episodi di stress termico, che riduce il tempo disponibile per il recupero e mette a rischio interi ecosistemi. La portata di questo fatto è emersa con particolare evidenza durante il quarto evento globale di sbiancamento, iniziato nel 2023 e probabilmente conclusosi a metà del 2025. Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), tra gennaio 2023 e settembre 2025 lo stress termico associato allo sbiancamento ha interessato circa l’84,4% dell’area mondiale delle barriere coralline; fenomeni di sbiancamento di massa sono stati documentati in almeno 83 Paesi e territori [2]. Non si tratta di una crisi isolata, il rapporto Status of Coral Reefs of the World: 2020, basato su quasi due milioni di osservazioni raccolte in 73 Paesi, ha documentato una perdita di circa il 14% dei coralli mondiali tra il 2009 e il 2018 [3]. La nuova valutazione dell’IUCN [1] mostra quanto queste pressioni, se accompagnate da un ulteriore riscaldamento, possano trasformarsi in un rischio sistemico.
Quando scompare una barriera, non si perde soltanto il corallo
Le barriere coralline sono strutture ecologiche complesse, costruite nel tempo dagli organismi che producono scheletri calcarei. Offrono rifugio, aree di alimentazione e siti riproduttivi a una moltitudine di specie, dai piccoli invertebrati ai pesci predatori. Quando i coralli costruttori diminuiscono drasticamente, la struttura del reef può degradarsi, lasciando spazio a alghe, detriti e organismi meno capaci di sostenere la biodiversità originaria.
Le conseguenze si estendono ben oltre il fondale marino, le barriere attenuano l’energia delle onde e contribuiscono a proteggere coste, insediamenti e infrastrutture dall’erosione e dalle inondazioni. Sostengono inoltre la pesca e il turismo, rappresentando una risorsa essenziale per molte comunità insulari e costiere.
A rendere più difficile il recupero intervengono anche le pressioni locali, l’overfishing può impoverire le popolazioni di pesci erbivori, come i pesci pappagallo, che limitano la proliferazione delle alghe, e di predatori importanti per l’equilibrio della rete alimentare. Inquinamento, scarichi, sedimenti provenienti dalle attività terrestri e sviluppo costiero possono aggravare ulteriormente lo stress ambientale. Secondo l’IUCN [1], nel 63% degli ecosistemi valutati l’equilibrio tra coralli, alghe e pesci risulta alterato. Il cambiamento climatico agisce quindi insieme a fattori locali che, pur non essendo sufficienti a fermare il riscaldamento degli oceani, possono compromettere ulteriormente la capacità di recupero dei reef.
Proteggere ciò che resiste, prima che sia troppo tardi
Nonostante il quadro preoccupante, la classificazione non equivale a un verdetto di estinzione. La maggior parte degli ecosistemi valutati conserva ancora coralli vivi e continua a funzionare come barriera corallina. È proprio questa distinzione a rendere la valutazione utile per le politiche di conservazione, identificare i rischi permette di concentrare gli interventi dove possono produrre i maggiori benefici.
L’IUCN indica diverse priorità: ridurre le emissioni di gas serra, rafforzare le aree marine protette, gestire la pesca in modo sostenibile, limitare l’inquinamento costiero e migliorare il monitoraggio scientifico. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata agli ecosistemi che mostrano una maggiore resilienza al calore, come alcune barriere del Mar Rosso settentrionale, della Papua Nuova Guinea e di altre regioni oceaniche. Questi ambienti possono rappresentare importanti rifugi per la biodiversità e contribuire, nel tempo, al recupero delle aree degradate. La loro protezione, tuttavia, non sostituisce la necessità di ridurre rapidamente le emissioni. Nessuna misura locale può compensare indefinitamente l’aumento delle temperature oceaniche.
La restaurazione dei coralli, attraverso la coltivazione e il trapianto di colonie, può contribuire agli sforzi di recupero in contesti selezionati, ma rimane uno strumento complementare, non una soluzione alternativa alla riduzione delle cause della crisi.
Salvare le barriere coralline non significa soltanto proteggere paesaggi sottomarini straordinari. Significa conservare una parte essenziale della biodiversità terrestre e difendere la sicurezza alimentare, economica e ambientale delle comunità che dipendono dal mare. La finestra per agire resta aperta, ma restringerla ulteriormente sarebbe un rischio che il pianeta non può permettersi.
di Pietro Boniciolli
Maggiori informazioni
- Souter, D., Planes, S., Wicquart, J., Logan, M., Obura, D., & Staub, F. (Eds.) (2021). Status of Coral Reefs of the World: 2020. Global Coral Reef Monitoring Network e International Coral Reef Initiative. https://doi.org/10.59387/WOTJ9184