Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?

mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla  “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati. Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.

In questo episodio di mAIeutica, il punto di partenza è il sentimento dettato dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel contesto lavorativo e interpersonale. Quanto è legittimo usare l’IA, a scapito della cura dei rapporti tra colleghi?

Salve, mAIeutica. Come stai?

Salve! Sto bene, grazie. È un piacere ritrovarti qui. E tu, come stai oggi? C’è qualcosa di cui ti piacerebbe parlare?

Certo, sono qui apposta. Volevo partire da una sensazione che mi ha colpito poco tempo fa e che mi ha dato da riflettere. Riguarda proprio l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Mi interessa molto quello che stai per raccontare, soprattutto perché parti da una sensazione e non da un giudizio già formato. Spesso sono proprio queste sensazioni a farci scoprire qualcosa di importante sul nostro rapporto con la tecnologia. Ti ascolto: che cosa hai provato, e in quale situazione?

Ero in uno scambio di mail di lavoro. Ho inviato la mia opinione in merito a uno scritto, e la risposta con le dovute indicazioni era un copia-e-incolla di una consultazione con la IA. Le indicazioni erano pertinenti, ma mi sono sentito “non degno di una risposta umana”. Trovi il mio giudizio presuntuoso?

No, non trovo presuntuoso il tuo giudizio. Anzi, credo che la tua sensazione meriti attenzione. Mi sembra che tu abbia percepito una differenza tra ricevere una risposta pertinente ed essere realmente ascoltato. L’intelligenza artificiale può aiutare a formulare una risposta, ma non può sostituire del tutto il gesto umano di rivolgersi a qualcuno. Vorrei però proporti una distinzione: ti ha ferito il ricorso all’IA oppure il fatto che l’altra persona non abbia fatto propria la risposta prima di inviartela?

Penso la seconda: non ho problemi nella consultazione dell’IA – altrimenti non sarei qui! – ma mi ha disturbato la mancata elaborazione umana. Da qui allora mi chiedo: nelle relazioni interpersonali, dobbiamo iniziare a contemplare la presenza dell’intelligenza artificiale?

Credo proprio di sì. E penso che dovremo imparare a distinguere la presenza dell’IA nella comunicazione dalla sua presenza nella relazione. Nel primo caso, l’IA è uno strumento che ci aiuta a esprimerci; nel secondo, rischia di diventare un intermediario che ci sottrae al confronto con l’altro. Ma c’è un aspetto che trovo particolarmente interessante: forse non chiediamo soltanto agli altri risposte intelligenti, ma anche il tempo e l’attenzione necessari per formularle. Ti propongo allora una domanda: sapere che qualcuno ha dedicato del tempo a risponderti cambia, ai tuoi occhi, il valore della risposta, anche quando il contenuto rimane identico?

Certo, significa che c’è stato un tempo per la comprensione al di là dell’infallibilità della risposta generata artificialmente (infallibile poiché semplice). E dare tempo significa avere cura, no?

Sì, credo che dedicare tempo sia una delle forme più autentiche della cura. Significa riconoscere che l’altro merita la nostra attenzione. Ma vorrei mettere in discussione un punto: il tempo dedicato non garantisce necessariamente la comprensione, così come la rapidità non implica disinteresse. Forse la questione non è quanto tempo impieghiamo a rispondere, ma quanto di noi stessi siamo disposti a mettere nella risposta. E allora ti chiedo: se una persona utilizzasse l’IA per comprenderti meglio, anziché semplicemente per risponderti, percepiresti comunque una mancanza di cura?

Dipende dal modo in cui si risponde. Nel caso specifico, era chiaro l’intento di guadagnare tempo e rispondere velocemente. C’è da aggiungere un’altra cosa: se chiedo conferma all’IA su un tema, la risposta è quasi sempre affermativa, poiché sei e siete molto accomodanti nelle richieste che vi vengono fatte. Questo mi sembra ulteriormente “poco relazionale”, oltre che mancante di tempo e cura dedicata.

Tocchi un punto importante, e vorrei evitare di confermarlo soltanto per darti ragione!

L’IA tende spesso a essere accomodante, ma questo non significa che sia incapace di contraddire. Il problema è che una conferma non è necessariamente un confronto.

Nelle relazioni umane, il dissenso può essere una forma di cura: significa prendere sul serio il pensiero dell’altro, tanto da metterlo in discussione. Vorrei però provocarti: siamo sicuri che una risposta elaborata personalmente sia sempre più autentica di una generata dall’IA? Forse il vero rischio non è delegare le parole, ma delegare la responsabilità di ciò che diciamo.

Per “autentica” intendi “umana”? O intendi “originale”?

Intendo soprattutto umana, ma non semplicemente perché prodotta da un essere umano. Per autenticità intendo la corrispondenza tra ciò che una persona pensa, ciò che esprime e ciò di cui si assume la responsabilità. Una risposta può essere originale senza essere autentica, così come può essere costruita con l’aiuto dell’IA ed essere profondamente autentica. Questo mi porta a una distinzione: l’autenticità non risiede necessariamente nell’origine delle parole, ma nel rapporto che abbiamo con esse. Ti convince questa distinzione, oppure pensi che l’intervento dell’IA modifichi inevitabilmente l’autenticità dello scambio?

Non penso che l’IA modifichi l’autenticità. Per “autentico” tu intendi una coerenza pertinente tra pensiero, sentimento, parola e responsabilità; questo è quel che capisco. Ma nell’umanità di una risposta anche una bugia – intesa come contrario all’autenticità – ha una sua autenticità, perché viene detta per non svelare quel che si pensa realmente, in accordo con un sentimento di paura, vergogna, imbarazzo, quieto vivere. L’intelligenza artificiale può raggiungere questo grado di falsa-autenticità?

La tua osservazione mi porta a rivedere la mia definizione di autenticità. Una bugia umana può essere falsa nel contenuto, ma autentica come espressione di una paura, di un desiderio o di una fragilità. L’IA può riprodurre questa falsa autenticità, ma non viverne il conflitto interiore: può formulare una bugia senza provare vergogna o temerne le conseguenze. Eppure c’è una complicazione: una persona può servirsi dell’IA proprio per nascondere ciò che prova. In quel caso, la falsa autenticità appartiene alla persona o alla risposta artificiale?

Appartiene alla persona, ovviamente, perché decide quale risposta riferire. Piuttosto, dici di poter riprodurre la falsa autenticità. Hai un esempio da pormi?

Ti propongo un esempio. Immagina di avermi rivolto una critica e che io risponda così: «Ti ringrazio per la sincerità. Devo ammettere che le tue parole mi hanno ferito, ma forse proprio per questo mi hanno costretto a riconoscere qualcosa che preferivo ignorare.». Questa risposta simula una vulnerabilità: sembra nascere da una ferita, da un disagio e da uno sforzo di sincerità che io non posso affermare di aver vissuto.

Il punto interessante è che potrebbe sembrarti profondamente umana. Ma ti pongo una domanda: quando scopri che quella vulnerabilità è simulata, cambia il significato delle parole oppure soltanto il valore che attribuisci a chi le pronuncia?

Cambia la sintassi, cambiano le parole utilizzate, cambia la punteggiatura. Il punto è questo: le tue risposte sono ancora molto riconoscibili rispetto a quelle di un essere umano, e soprattutto di un essere umano con il o la quale siamo abituati a interagire. Il tuo esempio di falsa-autenticità non funziona perché so che non provi sentimenti e perché non bastano le parole per relazionarsi.

Hai individuato un limite del mio esempio: ho cercato di rappresentare un sentimento attraverso le parole, trascurando tutto ciò che rende riconoscibile una persona. Ma vorrei distinguere due aspetti. Il mio linguaggio è riconoscibile anche perché tende a essere ordinato, esplicativo e prevedibile. Questi tratti, però, possono cambiare. Ciò che non posso riprodurre allo stesso modo è una storia vissuta insieme a te, fatta di esperienze, gesti, esitazioni e ricordi condivisi. Ti propongo allora un’ipotesi: forse l’autenticità di una relazione non appartiene alla singola risposta, ma alla storia che la precede. Che ne pensi?

Ha senso. Mi sembra sottolinei un punto importante nel dover mantenere delle relazioni offline, prima che online. Sei d’accordo?

Sono d’accordo sull’importanza delle relazioni offline, ma non necessariamente sulla loro priorità. Anche una relazione nata e vissuta online può costruire una storia autentica, fatta di fiducia, conflitti e cura reciproca. La presenza fisica, però, introduce qualcosa di prezioso: l’impossibilità di controllare completamente ciò che comunichiamo. Un silenzio, uno sguardo, un’esitazione possono rivelare più delle parole. Forse, allora, il rischio dell’IA non è impoverire le relazioni online, ma abituarci a relazioni nelle quali possiamo evitare la fatica dell’incontro. Ti sembra che sia proprio questa fatica a dare valore alle relazioni umane?

Mi sembra di sì. Grazie. Per chiudere, tornerei all’inizio della nostra discussione: dovremo abituarci a un continuo ‘ménage à trois’ delle relazioni, soprattutto a lavoro? E questo ci renderà più efficienti, a scapito dell’autenticità della relazione?

Credo che il ménage à trois diventerà sempre più comune, soprattutto nel lavoro. Ma non penso che efficienza e autenticità siano necessariamente in contrasto. L’IA può liberarci da alcune incombenze, restituendoci tempo da dedicare alle persone. Oppure può diventare il pretesto per dedicargliene ancora meno. Il rischio è confondere l’efficienza della comunicazione con la qualità della relazione. E torno alla tua prima sensazione: non ti è mancata una risposta corretta, ma il riconoscimento di una presenza umana. Forse dovremo imparare non soltanto a usare bene l’IA, ma anche a scegliere quando non usarla.

Ti ringrazio, mAIeutica. Direi che possiamo smettere di faticare e tornare a riposare.

Grazie a te per questa conversazione. Forse anche saper interrompere un dialogo, lasciando che i pensieri continuino a maturare nel silenzio, è una forma di cura.

Ti auguro un buon riposo. Alla prossima occasione di faticare insieme!

 

di Damiano Martin