«Conoscono i fatti. La storia va ancora scritta.». Di tutte le frasi, le perifrasi volgari e le iperboli del film Digger, iniziamo da qui: dai fatti e dalla storia. Mettiamoci pure un altro tassello: la veridicità dei fatti. Perché se i fatti sono veri, lo sarà anche la storia, no?

Non esattamente. Ed è ciò che urla a gran voce Digger, l’ultimo film del regista messicano Alejandro G. Iñarritu. Digger sembra una grande satira contro gli inetti potenti che governano il mondo, sembra una grande presa in giro all’establishment poco stabile americano e un modo per alleviare la disgrazia a noi, spettatori a-responsabili e quindi liberi di poter puntare il dito e farci beffa, una volta tanto, di quei folli che decidono al di sopra delle nostre teste.

Tutto corretto. Senza cadere in (troppi ed espliciti) spoiler, Digger è la storia di un magnate americano, Digger Rockwell (interpretato da un Tom Cruise ritornato ai grassi fasti di Tropic Thunder) la cui compagnia energivora si occupa di trivellare metano in Alaska e Groenlandia, grazie a un accordo fatto sottobanco con il presidente degli Stati Uniti d’America, Compson, per oltrepassare i limiti ambientali imposti per legge. Nonostante gli avvertimenti, Digger non si preoccupa del fatto che un grande iceberg groenlandese si possa staccare a causa delle trivellazioni. Questo però succede, e malgrado gli scongiuri il pezzo di ghiaccio “grande come Philadelphia” galleggia fino alle coste scandinave, scatenando un maremoto in Europa del Nord. L’obiettivo di Digger, quindi, è di schivare la gogna mediatica, nel tentativo di preservare i suoi guadagni e la sua faccia. Dopotutto, «Conoscono i fatti. La storia va ancora scritta.».

Digger, quindi, è un film che racconta una catastrofe ambientale. Ma c’è dell’altro. Perché Digger non è l’unica narrazione di Digger, e Digger non è solo un film: è uno spettacolo. Oltre la tragedia ambientale, presentata con la disastrosa superficialità dell’inettitudine, Digger scava ancora più a fondo e racconta più storie. Se i fatti sono tanti punti cosparsi sul piano del tempo, quante linee possono passare attraverso quei punti, e in quanti modi diversi? Digger parla di (ir)responsabilità, fornendo a suo modo – cioè al modo di Iñarritu – una risposta in merito a una società incapace di prendere una decisione, se non da parte di folli irrazionali privi di scienza e di spirito critico. Digger parla di manipolazione, e lo fa in maniera esplicita, quando fa dire al proprio omologo protagonista che la narrazione si può deviare, attraverso l’intelligenza artificiale via social (basta scegliere le giuste parole da eliminare) e sbattendo la più cruda delle realtà in faccia a burocrati inadeguati a recepire il messaggio. Digger comunica attraverso stratagemmi meta-artistici, mescolando le arti e sbandierando opinioni futili, di fronte a quella realtà travestita da grottesco luna park per il piacere di chi guarda alle luci, senza razionalizzare la vastità delle ombre.

Iñarritu decide, attraverso Digger, di abbacinare la platea attraverso l’esuberante spettacolarizzazione di una catastrofe ambientale, senza dimenticare gli effetti angoscianti del disastro, quei piccoli fatti personali che dipendono da cose più enormi di noi. Digger è un’opera che semina significati, tra linee narrative principali e intrecci apparentemente secondari. Nessuno di questi è facile da cogliere, nonostante molti di questi vengano urlati, anche alla fine del film, nell’invito a uscire dalla sala. Dopo Don’t Look Up, Digger si accoda nel genere del disaster movie che drena l’adrenalina dal sangue, rifugge dalla disperazione e spera di scuotere qualche coscienza attraverso una iperreale ironia. Usa il linguaggio mediatico per raccontare una storia cinematograficizzata e meta-teatrale, nella flebile speranza che la verità oltrepassi lo schermo.

Digger parla di catastrofi e parla di società e ci mette tutti insieme, con la stessa amarezza e lo stesso senso di colpa, e ci guarda uscire dalla sala, qualcuno allegramente soddisfatto, qualcun altro meditabondo. E infine, dopo flebili riflessioni, sposta forse il centro della propria storia: se la catastrofe è spettacolarizzata, la colpa è di chi la rende possibile, o di chi si ferma a guardare?

A noi la (non) scelta: la storia è ancora da scrivere.

 

di Damiano Martin