“Unire i puntini”: è la sintetica sintesi del celebre discorso di Steve Jobs all’università di Stanford del 12 giugno 2005 durante le celebrazioni accademiche, passato alla storia per lo slogan ‘stay hungry, stay foolish’. Tolto lo slancio emotivo, di quel discorso rimane l’invito a guardarsi indietro, ai fatti e alle circostanze della propria vita al momento slegati, e generare nel proprio, prossimo presente un’idea che leghi e dia un senso al proprio vissuto.

Qualcosa di simile deve averlo fatto anche Renzo Piano – un altro essere umano di una certa caratura – quando si è guardato indietro e ha messo insieme la Otranto degli anni Ottanta, il suo impegno senatoriale e il quartiere Arcella di Padova. Più le circostanza del fato, che ha messo insieme le persone giuste al posto giusto. Il risultato si chiama e si chiamerà Laboratorio di quartiere: uno spazio semplice, un nuovo edificio, fatto per prendersi cura di ciò che lo circonda e un po’ oltre, sia del territorio che delle persone.

«Nella mia visione e nelle mie ispirazioni, il Laboratorio di quartiere sarà una riproposizione nel terzo millennio di uno dei principi della Bauhaus – spiega il professore di “Architetture dell’abitare” dell’università di Padova Edoardo Narne, tutor del progetto e coordinatore del progetto nazionale di Renzo Piano G124 – ovvero lasciare ai giovani architetti neolaureati la possibilità di progettare lo spazio, insieme ai docenti della scuola e agli artigiani che concretizzano il pensiero di chi ‘vede’ e pensa lo spazio.».

Meta-architettonicamente, l’origine del Laboratorio di quartiere è la stessa dello suo scopo: nella progettazione infatti sono stati coinvolti quattro giovani professionisti – Francesco Guzzo, Giovanni Ieva, Marco Lumini, Elia Peroni – il professor Narne nelle vesti di tutor, tutti inquadrati nel G124 di Renzo Piano. Il Laboratorio rientra quindi nel piano nazionale di rammendo delle periferie, finanziato dall’emolumento da senatore a vita dell’archistar e ideato per lasciare in eredità la creazione di spazi rinnovati e ridonati alla vita dei cittadini.

«Renzo Piano aveva questo sogno dagli anni Ottanta, di costruire questo ‘laboratorio di quartiere’ nella piccola e bellissima cittadina pugliese di Otranto, dove stava lavorando con l’UNESCO dopo il grande sforzo del centre Georges Pompidou a Parigi. A Otranto – continua a raccontare il prof. Narne – Renzo aveva realizzato un mini laboratorio dove si parlava con la gente di come sistemare la cittadina attraverso incontri continui. Fu una prima ipotesi, un primo prototipo di laboratorio creato dalla ristrutturazione di un appartamento.».

Dopo quarant’anni e dodici anni di incubazione nel G124, nel 2024 si allineano punti e coincidenze: la volontà e i fondi dell’associazione Amici dell’università di Padova e della fondazione Cariparo, la donazione di Mino Bedeschi dell’edificio di sua proprietà in viale Arcella, il progetto di Renzo Piano di costruire un Laboratorio di quartiere e infine l’ateneo di Padova, che raccoglierà la responsabilità di inaugurare e gestire la nuova struttura entro due anni dalla posa della prima pietra.

«L’anno zero sarà giugno 2027: a quel punto avremo un G124 delocalizzato, da Roma a Padova, dove sarà l’Università a dirigere le operazioni di cura e rammendo del territorio non solo intorno al quartiere Arcella, ma nel raggio di 100 km. L’idea è di poter lavorare fino a Verona, pensando, progettando e poi partendo con i propri attrezzi per fare questi interventi leggeri di cura e rinnovamento degli spazi, così come il progetto G124 ha già fatto, qui a Padova, per il quartiere San Carlo o per Parco dei Salici, in Guizza.» chiosa il professor Narne.

Padova sarà quindi la prima città ad accogliere l’eredità concreta e fattuale del senatore Piano di cura delle periferie. L’edificio del laboratorio sorgerà di fronte alla scuola media e alla Casa di quartiere, a fianco della chiesa di Sant’Antonino e vicino ai campi sportivi e dei negozi di prima necessità. Sarà un edificio semplice, due piani fuori terra, con una facciata in vetro e alluminio, una struttura in calcestruzzo e pannelli di legno XLAM e un tetto con pannelli fotovoltaici in grado di provvedere al fabbisogno energetico dell’edificio, insieme a otto sonde geotermiche. Saranno presenti stanze adibite ad attività collettive e polifunzionali, quattro uffici e una foresteria. Il Laboratorio sarà uno spazio collettivo e per la collettività, dove la cura e la responsabilità potranno essere ripartite e rese effettive, dove il rammendo sarà sia utile che emotivamente coinvolgente, così come è stato nelle volontà del progetto G124.

Un’eredità prevede nella sua essenza uno slancio verso il futuro, creatosi attraverso l’unione di quei punti passati. Il Laboratorio di quartiere però sposta l’attenzione da un futuro remoto e incerto a un prossimo futuro, vicino e raggiungibile a piccoli passi. La domanda allora non è più ‘quale potrebbe essere la città del futuro?’, ma piuttosto: ‘quali sono i piccoli progetti che possono far star bene le persone una volta realizzati?’. Un punto infinitamente più piccolo rispetto a una grande visione urbana, e proprio per questo realizzabile. D’altronde, anche il tempo futuro è fatto di piccoli punti a forma di passo; forse, la proiezione di questi passi, alla luce di una visione diversa, ci porterà a tanti, piccoli Laboratori di quartiere.

“Trovo che questo progetto del “Laboratorio di quartiere” a Padova abbia la promessa di durata e voglio che sia un edificio semplicissimo, perdino fin troppo semplice. E non è detto che se le cose sono semplici non sono belle. Ad esempio, se chiudo gli occhi e immagino questo nuovo edificio a Padova, che ci mette a disposizione Mino, credo che sarà molto bello. Sarà un edificio semplice semplice, dell’altezza giusta e sarà illuminato giorno e notte, una specie di lanterna magica.”

Renzo Piano

(tratto dal volume “G124 Renzo Piano. Laboratorio di Quartiere”
di Edoardo Narne e Marco Lumini)

 

di Damiano Martin