Il contesto di Beira e l’incontro con l’UCM

Il Mozambico, dopo aver attraversato una lunga e dolorosa guerra civile, si presenta oggi, da circa trent’anni, come una democrazia stabile retta da una repubblica presidenziale. In questo quadro geopolitico in consolidamento, Beira si attesta come la seconda città del paese. Con una popolazione di circa 800.000 abitanti e il più grande porto commerciale della nazione, Beira è un centro urbano vivo, solido e strategicamente cruciale.

Proprio a Beira sorge la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Mozambico (UCM), un’istituzione dotata di una struttura accademica di prim’ordine. I suoi palazzi solidi, le aule attrezzate e la ricca biblioteca consentono alla facoltà di competere pienamente con gli standard di performance e qualità delle realtà accademiche occidentali. A dare energia a questa struttura vi è un corpo docenti giovane e, soprattutto, una popolazione studentesca caratterizzata da una motivazione straordinaria. Per questi giovani, infatti, l’accesso all’istruzione universitaria non viene vissuto come un semplice obbligo o dovere sociale, ma come un reale e straordinario privilegio. Chi insegna in questo contesto percepisce immediatamente un livello di ascolto, attenzione e rispetto profondo, dettato dalla consapevolezza degli studenti di trovarsi di fronte a un’opportunità eccezionale per il proprio futuro e per quello del proprio paese.

In questo terreno fertile si è innestata la collaborazione con Medici con l’Africa CUAMM, attiva fin dal periodo compreso tra il 2004 e il 2007. Attraverso l’invio di docenti e l’erogazione di borse di studio destinate agli studenti meritevoli, questa sinergia ha accompagnato la crescita della facoltà, portando alla laurea ben 457 medici mozambicani. L’obiettivo fondamentale del supporto didattico e del progetto di sviluppo delle competenze (Skill Development) è proprio quello di valorizzare il capitale umano locale, nella ferma convinzione che la prima missione di un medico sia, a tutti gli effetti, quella di formarne un altro.

Insegnamento versus pratica clinica: una sfida metodologica

Formare i futuri medici all’interno di una facoltà richiede competenze, attitudini e metodologie didattiche radicalmente differenti rispetto a quelle necessarie al professionista sanitario per curare il singolo paziente in corsia. Sebbene la conoscenza scientifica sia la medesima, l’atto dell’insegnamento si muove su binari divergenti rispetto alla pura pratica clinica:

  • Generalizzazione versus Singolarità: la clinica si concentra sul caso specifico e sul singolo malato, mentre l’insegnamento deve trasmettere modelli interpretativi generali e applicabili su larga scala.
  • Metodologia teorica versus Problem Solving: l’attività accademica richiede la strutturazione di un quadro metodologico astratto, mentre l’azione sul campo risponde a logiche di risoluzione immediata dei problemi.
  • Teorizzazione versus Pratica operativa: il docente deve saper concettualizzare e spiegare il “perché” delle cose, laddove il clinico è focalizzato sul “come” agire tempestivamente.

Queste divergenze metodologiche si amplificano drammaticamente quando si opera in un paese in via di sviluppo. In contesti caratterizzati da limitazioni logistiche, scarsità di risorse e percorsi didattici peculiari, le scelte pedagogiche non possono essere la sterile replica dei modelli occidentali. Diventa quindi indispensabile superare il tradizionale paradigma della lezione frontale ex cathedra, centrata sulla figura bidirezionale del docente, per esplorare vie didattiche alternative e complementari, capaci di incidere concretamente non solo sul sapere dei futuri medici, ma soprattutto sul loro saper fare e saper essere.

La non-neutralità dell’educazione e l’approccio studente-centrico

Insegnare la medicina significa uscire dall’illusione di una neutralità scientifica o biomedica. Come teorizzato dal pedagogista Paulo Freire, l’educazione non è mai neutrale: ogni azione didattica può limitarsi a reificare lo status quo oppure può stimolare un pensiero critico orientato alla trasformazione attiva della realtà. Nell’ambito della salute globale, l’insegnamento deve configurarsi come una vera e propria pratica di trasformazione sociale, posizionandosi eticamente a favore del bisogno di salute delle popolazioni più vulnerabili. Questa visione unisce in un unico diagramma d’azione le conoscenze teoriche, l’etica professionale e le pratiche concrete.

Per realizzare questa trasformazione, è necessario scardinare la classica relazione verticale docente/discente a favore di un approccio “studente-centrico”, in cui lo studente assume un ruolo primario e attivo nel proprio percorso di apprendimento. La didattica condotta in piccoli gruppi e basata sull’apprendimento autodiretto (Self-Directed Learning – SDL) consente di:

  • Favorire un apprendimento profondo e una concettualizzazione chiara delle definizioni mediche.
  • Promuovere un approccio critico e rigoroso alle fonti scientifiche.
  • Abituare i futuri medici al confronto clinico e all’argomentazione logica delle proprie scelte.
  • Predisporre i professionisti al lifelong learning (apprendimento permanente) e all’adattabilità di fronte a scenari sanitari mutevoli.

CONTINUA NELLE PROSSIME SETTIMANE

 

                                di Stefano Merigliano
Professore Ordinario di Chirurgia Generale.
Presidente della Scuola di Medicina.
Direttore Clinica Chirurgica 1 presso Università degli Studi di Padova.