La crisi idrica a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non si vede solamente nello scomparire degli alvei dei fiumi o quando, nei mesi più secchi, ci costringe a limitare i prelievi per l’agricoltura. Una parte importante si consuma lontano dagli occhi del cittadino comune: nella neve che non si accumula più come un tempo, nei suoli che trattengono meno acqua, nelle falde che si ricaricano con maggiore difficoltà. Questo problema attraversa l’intero ciclo idrologico che abbiamo studiato tutti a scuola e, secondo un nuovo Executive Summary del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) [1], sta rendendo l’Italia sempre più vulnerabile a situazioni di siccità estrema e frequenti scarsità d’acqua.
La distinzione tra questi due concetti, spesso non chiara, è molto importante. Per siccità si intende una condizione di deficit persistente rispetto alle normali quantità di precipitazione, all’umidità del suolo o alla disponibilità idrica nei corpi idrici superficiali e sotterranei [1]. La scarsità d’acqua descrive invece una situazione in cui le risorse disponibili non riescono a soddisfare, almeno in parte, la domanda umana ed ecologica [1]. Quando quest’ultima condizione si prolunga, gli effetti economici e ambientali possono trasformarsi in una vera crisi idrica. Differenziare questi due termini aiuta a capire perché non basti aspettare semplicemente la prossima pioggia. Una stagione particolarmente secca può essere un evento meteorologico. Una crisi idrica, invece, dipende anche da quanta acqua è già disponibile, da come viene utilizzata, dalla capacità degli ecosistemi di conservarla e dalle infrastrutture che la distribuiscono.
Un Paese più caldo e con meno acqua disponibile
I dati raccolti dal CNR descrivono un cambiamento già osservabile, la precipitazione media annua italiana è passata dai 990 millimetri del periodo 1921-1950 ai 944 millimetri del periodo 1991-2020 [1]. Nello stesso tempo, è diminuito anche il numero dei giorni piovosi. La temperatura invece segue la direzione opposta: dal 2000 la media annuale è rimasta quasi sempre superiore alla media del periodo 1991-2020 [1]. Il 2022 ha riunito le due anomalie in maniera particolarmente evidente, risultando contemporaneamente l’anno più caldo dall’inizio delle registrazioni nel 1961 e quello con la minore precipitazione mai registrata. Parlare semplicemente di “meno pioggia” rischia di nascondere una parte della storia, quando aumenta la temperatura aumenta anche la domanda evaporativa dell’atmosfera. Una quota maggiore dell’acqua disponibile può quindi tornare rapidamente all’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione, invece di alimentare fiumi, laghi, suoli e falde.
Il risultato è che la quantità realmente rinnovata dal ciclo idrologico può diminuire anche quando le precipitazioni non sembrano crollare ovunque nello stesso modo.
La crisi comincia in alta quota
Per capire cosa sta succedendo a valle bisogna però guardare anche verso l’alto, sulle montagne. Neve e ghiacciai funzionano infatti come una sorta di riserva naturale, accumulano acqua durante la stagione fredda e la restituiscono progressivamente nei mesi più caldi. Questo ruolo di “buffer” diventa particolarmente importante durante le siccità, la loro fusione può compensare temporaneamente una carenza di precipitazioni, sostenendo la portata dei fiumi, ma questo meccanismo non è infinito. Il CNR segnala una riduzione media dello “snow water equivalent” sulle Alpi di circa 51 millimetri per decennio tra il 1967 e il 2020. Anche i ghiacciai stanno perdendo rapidamente superficie e massa, specialmente nelle Dolomiti dove, tra gli anni Ottanta e il 2023, la superficie glaciale si è ridotta del 56%, mentre lo spessore medio è diminuito di oltre 30 metri.
Il problema non riguarda quindi soltanto la quantità di ghiaccio che scompare, cambia anche il momento in cui l’acqua arriva nei fiumi. Esiste infatti una fase in cui il contributo della fusione glaciale al deflusso raggiunge il suo massimo, prima che la progressiva perdita di ghiaccio porti a una diminuzione di questa riserva naturale.
L’acqua sotto i nostri piedi
La parte meno visibile del problema è forse quella che riguarda le falde acquifere, una delle principali risorse idriche utilizzate in Italia, ma proprio per la loro natura sotterranea sono più difficili da monitorare rispetto a fiumi e laghi.
Le evidenze disponibili indicano una progressiva diminuzione della quantità di acqua contenuta nel sottosuolo in diverse aree del Paese, dal Nord al Sud. Qui emerge un problema scientifico prima ancora che gestionale, infatti non è sempre facile distinguere quanto della variazione sia dovuto al clima e quanto ai prelievi umani. Le stime dei quantitativi effettivamente estratti per l’irrigazione, in particolare, sono spesso basate su valutazioni indirette e possono essere incomplete, inoltre anche la conoscenza delle falde è disomogenea. Il CNR sottolinea come la disponibilità di dati e la loro condivisione siano ancora insufficienti in diverse regioni italiane. Senza serie temporali lunghe e dati comparabili diventa più difficile capire quanta acqua stiamo utilizzando oggi e, soprattutto, quanta ne potremo utilizzare domani.
Quando la siccità diventa una questione ecologica
Il deficit idrico non si ferma ai rubinetti o ai campi coltivati, i fiumi possono passare da condizioni di flusso permanente a condizioni temporanee, modificando la distribuzione e l’abbondanza delle specie e alterando i processi ecologici. La minore quantità d’acqua può inoltre aumentare la concentrazione di sostanze inquinanti e la temperatura degli ambienti acquatici, portandole oltre i limiti tollerabili per alcune specie. Nelle aree costiere si aggiunge poi un’altra conseguenza, la riduzione delle portate dei fiumi e l’alterazione degli equilibri tra acqua dolce e marina possono favorire l’intrusione del cuneo salino. Il fenomeno interessa sia le acque superficiali sia quelle sotterranee e può compromettere l’agricoltura, gli ecosistemi delle zone umide e le risorse idriche da cui dipendono le comunità costiere. Questa è solo una delle ragioni per cui siccità, degrado del suolo e perdita di biodiversità non possono essere considerati problemi separati.
Le proiezioni climatiche rendono il quadro ancora più complesso, gli scenari analizzati dal CNR [1] indicano per l’area mediterranea un aumento della frequenza degli eventi siccitosi, con valori che possono passare dal 12% al 25% a seconda della regione e con particolare intensità degli episodi su scale temporali comprese fra sei e dodici mesi. Anche sulle Alpi meridionali è previsto un aumento della severità della siccità. Questo non significa che ogni anno sarà necessariamente più secco del precedente, ma piuttosto che il sistema idrologico si sta spostando verso condizioni nelle quali gli eventi di deficit idrico possono diventare più frequenti o più difficili da assorbire.
La risposta non può quindi essere affidata soltanto alle emergenze, servono sistemi di monitoraggio capaci di mettere insieme dati atmosferici, satellitari, idrologici e sotterranei; modelli più accurati; osservazioni di lungo periodo e una maggiore condivisione delle informazioni. Alcuni strumenti sono già disponibili, il telerilevamento per esempio può contribuire a misurare l’umidità del suolo, mentre modelli e satelliti possono aiutare a stimare l’evapotraspirazione e le variazioni delle riserve idriche. Anche la gestione dovrà cambiare: aumentare la capacità di stoccaggio, utilizzare risorse idriche alternative e non convenzionali e migliorare l’efficienza degli usi dell’acqua sono alcune delle possibilità individuate dal rapporto [1]. Costruire nuove riserve non è però una soluzione automatica, i bacini artificiali possono alterare i regimi naturali dei fiumi e la loro capacità di accumulo è già ridotta dall’accumulo di sedimenti [1].
La questione centrale non è semplicemente trovare altra acqua, è imparare a gestire meglio quella che il ciclo idrologico italiano è in grado di fornire. Il CNR indica proprio questo come uno dei passaggi necessari, abbandonare una gestione prevalentemente reattiva delle crisi per costruire una vera strategia di gestione del rischio siccità [1]. Per farlo servono scienza, infrastrutture, istituzioni e anche una maggiore consapevolezza degli usi dell’acqua.
La siccità, in fondo, non è soltanto l’assenza di pioggia, è il momento in cui tutte le parti del ciclo idrologico (atmosfera, neve, ghiaccio, suolo, fiumi, falde, ecosistemi e attività umane) iniziano a risentire dello stesso squilibrio. Comprenderlo prima che diventi una crisi significa avere una possibilità in più di intervenire quando l’acqua c’è ancora, invece di aspettare che sia già troppo tardi.
di Pietro Boniciolli 
Maggiori informazioni
[1] Romano, E., Portoghese, I., Adamo, M., Berardi, M., Brocca, L., de Blasi, F., Di Salvo, C., Federico, S., Ferrarin, C., Imbrenda, V., Lauteri, M., Martinotti, M.E., Menichini, M., Mosca Angelucci, D., Pellegrini, C., Stefani, F. (editors). Drought, water scarcity and water crises in Italy: an executive summary from a scientific perspective. Rome: Cnr Edizioni, 2026. http://eprints.bice.rm.cnr.it/24378/1/9788880808688_Ex.%20Summury_volume_DEF_20.07.26.pdf