Quando pensiamo al riscaldamento globale in atto sul nostro pianeta, immaginiamo spesso eventi disastrosi come incendi boschivi, ghiacciai in fusione, uragani devastanti. Tuttavia, il fenomeno che oggi provoca più vittime tra tutti gli eventi meteorologici è molto meno appariscente, ed è il caldo. Non il semplice aumento delle temperature registrate dai termometri, ma il cosiddetto stress termico, ovvero il carico di calore che il nostro organismo deve sopportare quando temperatura, umidità, radiazione solare e ventilazione si combinano in modo sfavorevole. Questa condizione può mettere a rischio la salute di tutti gli esseri umani, ma diventa particolarmente pericolosa per alcune categorie tra cui: anziani, bambini, lavoratori all’aperto e soggetti fragili. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change [1] offre la più ampia valutazione globale mai realizzata dell’evoluzione dello stress termico negli ultimi settant’anni. I risultati raccontano una storia inequivocabile, il pianeta non sta soltanto diventando più caldo, sta diventando sempre più difficile da abitare.
Gli autori della ricerca hanno utilizzato l’UTCI (Universal Thermal Climate Index), uno degli indicatori biometeorologici più avanzati oggi disponibili, che, diversamente dalla semplice temperatura dell’aria, stima la cosiddetta “temperatura percepita“, cioè il modo in cui il corpo umano sperimenta concretamente le condizioni atmosferiche. Per esempio, una giornata a 35 °C con aria secca e vento leggero può essere relativamente tollerabile; la stessa temperatura accompagnata da elevata umidità e assenza di ventilazione può diventare estremamente pericolosa. Il nostro organismo si raffredda principalmente attraverso la sudorazione, ma quando l’umidità è elevata questo meccanismo perde efficacia, facendo aumentare la sensazione del caldo.
Analizzando i dati globali dal 1950 al 2024, i ricercatori [1] hanno scoperto che gli eventi estremi stanno aumentando in modo significativo in tutti i continenti. Le dieci giornate più calde di ogni anno, in termini di temperatura percepita, si sono riscaldate mediamente di circa 0,27 °C per decennio a partire dagli anni Settanta. Ancora più preoccupante è il comportamento delle notti, le temperature percepite minime durante le notti più calde sono aumentate di 0,32 °C per decennio, un ritmo superiore rispetto a quello osservato durante il giorno. Per comprendere perché questo dato sia così allarmante bisogna ricordare che il corpo umano ha bisogno della notte per recuperare dallo stress accumulato durante il giorno. Quando la temperatura non scende sotto i 20 °C si parla di “notte tropicale“, in molte regioni del mondo questo fenomeno sta diventando sempre più frequente. Lo studio mostra che, a livello globale, si registrano oggi circa due notti tropicali in più ogni decennio rispetto agli anni Settanta.
Il problema non riguarda però soltanto la frequenza, sempre più spesso queste notti sono caratterizzate da condizioni di vero e proprio stress termico. Non si tratta semplicemente di dormire con un po’ di caldo, il corpo rimane sotto pressione fisiologica anche durante le ore che dovrebbero consentire il recupero. Numerose ricerche epidemiologiche [2,3] hanno dimostrato che le notti molto calde aumentano il rischio di mortalità, soprattutto tra le persone più vulnerabili. Senza un adeguato raffreddamento notturno, il sistema cardiovascolare continua a lavorare sotto sforzo e il rischio di complicazioni cresce sensibilmente.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca [1] riguarda l’espansione geografica dello stress termico. Non stiamo infatti assistendo soltanto a un aumento dell’intensità del caldo nelle regioni tradizionalmente più calde del pianeta. Zone che in passato non sperimentavano condizioni di calore pericoloso stanno entrando progressivamente in una nuova realtà climatica. Gli aumenti più marcati delle temperature percepite estreme sono stati osservati in Europa, Nord Africa e Penisola Arabica, dove le giornate più calde risultano oggi fino a 4-5 °C più “pesanti” per il corpo umano rispetto agli anni Settanta. Anche la durata della stagione del caldo si sta però allungando, nell’emisfero settentrionale il periodo dell’anno caratterizzato da condizioni di stress termico dura oggi mediamente circa due settimane in più rispetto a mezzo secolo fa. In Europa, per esempio, il caldo “estivo” inizia ormai in media già a metà maggio e può protrarsi fino all’autunno inoltrato. In molte aree, la stagione più breve registrata nell’ultimo decennio è stata comunque più lunga dei massimi osservati negli anni Settanta.
Lo studio [1] introduce anche un concetto particolarmente importante, gli eventi di caldo “composti”. Si tratta di sequenze di giornate molto calde seguite da notti tropicali, senza alcun sollievo termico, queste sono le situazioni che rappresentano una delle configurazioni più pericolose per la salute umana. I ricercatori hanno scoperto che tali eventi stanno diventando più frequenti, più lunghi e più intensi praticamente ovunque. In Europa gli episodi di un giorno di caldo intenso seguito da una notte tropicale sono aumentati del 73% rispetto agli anni Settanta, con gli eventi della durata di diverse settimane che sono oggi oltre tre volte più frequenti. Dal punto di vista biologico, questo significa che il corpo umano dispone di sempre meno tempo per recuperare tra un’ondata di calore e la successiva.
Il dato più impressionante riguarda però l’esposizione della popolazione mondiale. Combinando i dati climatici con quelli demografici, gli autori hanno calcolato quante persone vivono in aree soggette a diversi livelli di stress termico. Negli anni Settanta circa il 16% della popolazione mondiale sperimentava almeno un giorno all’anno di stress termico estremo, oggi la quota è salita al 22%. Può sembrare un aumento modesto, ma tradotto in numeri assoluti significa che circa un miliardo di persone in più è esposto ogni anno a condizioni di caldo estremo.
Ancora più significativo è il fatto che questo incremento non dipende soltanto dalla crescita della popolazione mondiale. In molti casi, il peggioramento delle condizioni climatiche contribuisce quanto o più dell’aumento demografico stesso. Attualmente circa il 70% della popolazione mondiale vive in aree che sperimentano almeno 90 giorni all’anno di forte stress termico, negli anni Settanta questa percentuale era del 55%. Le implicazioni di questi risultati vanno ben oltre il dibattito sul clima, lo stress termico influenza la salute pubblica, la produttività del lavoro, la sicurezza alimentare e le disuguaglianze sociali. Colpisce in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili, che spesso dispongono di minori risorse per proteggersi attraverso sistemi di raffrescamento, infrastrutture adeguate o assistenza sanitaria. Secondo le Nazioni Unite [4], centinaia di milioni di bambini vivono già oggi in aree caratterizzate da frequenti ondate di calore e quasi tutti saranno esposti a condizioni più estreme entro la metà del secolo. Di fronte a questa realtà, gli autori [1] sottolineano la necessità di rafforzare i sistemi di allerta precoce, sviluppare piani sanitari specifici per il caldo, progettare città più resilienti e integrare indicatori di stress termico nelle politiche di adattamento climatico. Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: il cambiamento climatico non riguarda soltanto l’aumento delle temperature medie, ma sta modificando il modo in cui il nostro corpo sperimenta l’ambiente circostante, estendendo nel tempo e nello spazio condizioni che possono mettere a rischio la vita umana.
In un mondo che continua a riscaldarsi ogni giorno di più, la vera domanda non è quanto aumenteranno le temperature, è quanto a lungo il nostro organismo riuscirà ad adattarsi a un caldo che non concede più tregua, né di giorno né di notte.
di Pietro Boniciolli 
Maggiori informazioni
[1] Emerton, R., Nicolas, J., Lombardi, A. et al. Global heat stress intensification and its expanding footprint on the human population. Nat. Clim. Chang. (2026). https://doi.org/10.1038/s41558-026-02670-5
[2] https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/i-rischi-la-salute/