Magari a noi italiani interessa poco o relativamente; magari, per fastidio e dispetto, non interessa proprio per nulla. Ma più probabilmente, no: i Mondiali sono pur sempre i Mondiali, anche solo per il fatto che basta la parola ‘Mondiali’ a definire abbastanza precisamente che si parla di Mondiali di calcio. Non di pallamano, non di squash: i Mondiali sono, prima di tutto, i Mondiali di calcio. E questo è esattamente il periodo di quel quadriennio che nessuno può ignorare, perché sono iniziati i Mondiali di calcio 2026. Sono Mondiali del tutto peculiari, quelli che si svolgono dall’11 giugno al 19 luglio 2026  tra Canada, Stati Uniti e Messico (in rigoroso ordine boreale). Sono i primi Mondiali organizzati da tre stati; i primi Mondiali a 48 squadre (16 in più rispetto alle ultime sette edizioni); i primi Mondiali dove un paese ospitante attacca e trascina in guerra un paese ospitato. Meno peculiare che l’Italia non sia presente, invece, dato che si tratta della terza edizione consecutiva a cui gli Azzurri non riescono a partecipare, per motivi più o meno correlati alla domanda che si vuole porre in queste righe: ma i Mondiali di calcio, hanno ancora un senso?

Prima di provare a rispondere, serve definire cosa vuol dire ‘senso’ nei termini di una competizione calcistica e planetaria. Il ‘senso’ è dettato dal fatto che vi siano delle squadre che si riconoscono nello stesso valore ‘nazionale’ e di nazione. Di conseguenza, la domanda posta in maniera più specifica è: ha ancora senso, in questo inizio di terzo millennio, l’esistenza di una competizione che coinvolga squadre nazionali? Esiste ancora il sentimento della nazione e del patriottismo, di fronte alla storia globale e alla società individualista di cui siamo parte? Un primo riconoscimento va al contesto in cui la domanda è posta: il sottoscritto, per esempio, non sente una particolare mancanza dell’Italia ai Mondiali, anzi: l’assenza degli Azzurri in nord America sembra piuttosto la naturale conseguenza di una disgregazione collettiva, nel non riconoscersi come squadra, nel fatto che nonostante tutto, nonostante la tragedia, la vita va avanti.

‘Tragedia’ non è un termine usato a sproposito. In termini generali, la visibilità dei Mondiali porta entusiasmo, l’entusiasmo comporta un aumento dei momenti di convivialità, la convivialità invoglia ad aumentare i consumi. In termine economici, la sola competizione muoverà qualcosa come 11 miliardi di dollari circa, perlopiù concentrati nei paesi ospitanti; alle nazionali, però, viene corrisposto un assegno di circa 12,5 milioni di dollari per la sola qualificazione, senza contare i premi alla partecipazione e al risultato finale; sono soldi che finiscono nelle casse della federazione nazionale e possono essere reinvestiti in infrastrutture sportive, per esempio. La tragedia sportiva va di pari passo, dunque, con la tragedia economica per il movimento calcistico italiano e per la società italiana, dato che si tratta dello sport più praticato al mondo e di certo con l’influenza economica e sociale maggiore. Non sentire questa ‘comunanza patriottica’ significa anche questo: perdere l’occasione di sentirsi, di essere e di incoraggiare la propria nazione a crescere, sotto molti aspetti.

Tuttavia, è proprio l’economia a minare un senso ‘mondiale’ di partecipazione al Mondiale. Ciò che ha reso così sentita la competizione, ritengo, è stata la sua esclusività. Allargare il numero delle partecipanti da 32 a 48 ha reso più semplice, almeno per le nazioni più celebri, la qualificazione. Questa semplicità – nonostante proprio l’Italia sia riuscita a mancare anche questa qualificazione – è come se avesse reso l’obiettivo scontato, facilmente raggiungibile. La conseguenza è la privazione di una motivazione forte, di una necessaria componente di unità per qualificarsi ed entrare in un prestigioso palcoscenico. La dinamica degli Europei di calcio organizzata dalla UEFA è simile, se non ancora più banalizzata dall’eccessivo numero di qualificate rispetto a tutte le participanti (24 squadre su 52 circa, appena sotto il 50%).

Sembra un paradossale richiamo alla globalità, dettato perlopiù dall’economia e dalla politica in un periodo storico e sociale estremamente individualista. In Italia, per esempio, non penso sia un caso che si guardi agli ‘eroi’ singoli dello sport come Sinner nel tennis o Antonelli nella Formula 1 piuttosto che alle squadre (con buona pace del volley, di cui siamo innegabilmente una potenza mondiale, maschile e femminile, ma non così visibile ai media). Più partecipanti significa un audience più grande, ovvero più sponsor che pagano, e anche maggiori voti per il candidato di turno alle poltrone più prestigiose. Per certi versi, ciò spiega quanto le masse siano piegate alla volontà di pochi. La globalità è richiamata da un’individualità che tende a esacerbare le differenze, a osteggiarle e a ripudiarle. Questo implica poi controverse situazioni geopolitiche, di cui accennavo in introduzione: gli USA che attaccano l’Iran e la squadra iraniana che si ritrova a dover giocare in territorio ‘nemico’, o l’esclusione dell’arbitro somalo Omar Artan dal territorio statunitense per presunte e infondate relazioni con associazioni terroristiche. Più in generale, un presidente americano che si fa beffe più o meno di chiunque, quando vuole e come vuole.

In questo panorama complesso e contraddittorio, dunque, dove vigono le regole mediatiche ed economiche, quanto ha ancora senso parlare di nazionali e di Mondiali calcio, quando sembra che il sentirsi nazione possa far leva più sul nazionalismo, che sull’orgoglio comunitario? Un senso si trova nel raccordo tra chi guarda e il cosa si guarda. In questo caso, per l’Italia forse un senso è difficile trovarlo in questo momento, ma è proprio per questo che serve avere una rappresentanza forte nella quale riconoscersi nei grandi eventi sportivi. Lo stesso avviene per le Olimpiadi, anche se con un diverso afflato: nelle competizioni a cinque cerchi gareggiano per la maggior parte atleti singoli e il senso di festa pervade trasversalmente atleti e spettatori, in un senso di epicità e puro spirito competitivo. Nei Mondiali, invece, ci si mantiene su un equilibrio più sottile, tra divisioni nazionali e vastità dell’evento globale in sé, in cui il legame comune è solo uno: il pallone. Un Mondiale di calcio, poi, ha senso per le nazioni più piccole. Curacao, Capo Verde, Panama, Haiti, Uzbekistan: per almeno due settimane trovano il loro spazio nel mondo, all’improvviso nella competizione più mediaticamente esposta che esista.

I Mondiali di calcio hanno ancora un senso: sociale, politico, economico. Ma sono elementi da preservare, per evitare che questi sensi degenerino nella rigidità culturale, nella dittatura economica e oligarchica, nel becero consumismo. I Mondiali possono avere ancora un senso, nella speranza che, per i prossimi del 2030 – in Spagna, Portogallo e Marocco: i primi Mondiali transcontinentali – ci sia anche la nostra Italia: per ritornare a risollevarci iniziando (o continuando) nel calcio, ovvero “la più importante delle cose meno importanti”.

 

di Damiano Martin