Non prendiamoci in giro: l’umanità non la perdi in un colpo solo, non evapora in un annuncio o in una conferenza stampa. L’umanità si sbecca piano, come una tazza, colpita ogni giorno da una crepa diversa: una bomba su un condominio, un fiume che straripa dove non straripava, un algoritmo che decide cosa dobbiamo vedere, acquistare, temere. Oggi viviamo in un mondo in cui i morti di guerra tornano a contarsi a decine di migliaia l’anno, le aule si svuotano perché la temperatura sfiora i 45 gradi, e la tecnologia—che potrebbe sollevare il peso—rischia di stringerci il collo. Restare umani non è uno slogan: è una disciplina. E serve un indirizzo, una rotta.
Cominciamo dai numeri, perché i numeri, quando non mentono, sono pugni allo stomaco. Il 2024 è stato tra gli anni più violenti dalla fine della guerra fredda: l’UCDP registra il maggior numero di conflitti mondiali dagli anni Quaranta, con l’Ucraina come teatro più letale (circa 76.000 morti in battaglia nel 2024). I conflitti in Medio Oriente hanno aggiunto decine di migliaia di vittime, con una quota enorme di civili. La parola chiave è proprio questa: civili. Perché quando la guerra entra nelle cucine e nelle scuole, non distrugge solo vite, distrugge fiducia, routine, il futuro stesso come categoria mentale.
Guardiamo Gaza, dove la guerra ha disarticolato l’intero ecosistema sociale. Al 3 settembre 2025, le stime dell’OCHA riportano oltre 63.000 palestinesi uccisi e più di 160.000 feriti, con migliaia di persone colpite mentre cercavano aiuti. Ospedali danneggiati o distrutti,, scuole sventrate, popolazione sfollata in massa. Non è solo una catastrofe umanitaria: è una sospensione della società, una “pausa mortale” fatta di fame, assenza di cure, analfabetismo forzato. Oggi pare che tutto questo sia il passato. Tutti noi lo speriamo davvero col cuore, ma ci vorranno decenni per ricostruire una normalità cui tutti gli umani avrebbero diritto.
E non illudiamoci di rifugiarci nella “normalità” dei disastri naturali, perché la normalità si è spostata. Il 2024 è stato l’anno più caldo nella storia delle osservazioni moderne: +1,55 °C rispetto al livello pre-industriale. Temperature marine mai viste, ghiacciai che arretrano, ondate di calore che trasformano intere regioni in forni. Nello stesso anno si contano 393 disastri legati a pericoli naturali, 167 milioni di persone colpite, danni economici per circa 242 miliardi di dollari. Questo non è un bollettino: è l’inventario di una fragilità che cresce, e quando la fragilità cresce i poveri pagano doppio.
Poi c’è la scuola, il cuore che batte o si ferma in ogni società. Nel 2024 gli eventi climatici estremi hanno negato la scuola ad almeno 242 milioni di studenti in 85 Paesi. Un’ora persa oggi è una pagina strappata al domani: meno competenze, meno reddito, più rabbia. Chiedetelo ai bambini di Gaza, oltre 650.000 senza istruzione formale per più di un anno: non è “solo” un programma didattico non concluso, è identità, è il filo che lega la comunità.
La salute mentale è l’altra colonna che cede. Nelle aree colpite da conflitto, una persona su cinque convive con disturbi mentali: depressione, ansia, PTSD. Questo non è il postumo di un trauma: è un moltiplicatore sociale di disoccupazione, violenza domestica, dipendenze. Se non lo metti a bilancio—se non finanzi psicologi, psichiatri, sostegni alle famiglie—ti ritrovi con una società che cammina ma non sta in piedi.
“E l’intelligenza artificiale? Non doveva salvarci?” Certo, potrebbe. Ma può anche spezzarci le gambe se la lasciamo crescere come edera su una casa già lesionata. Il 2024 e il 2025 hanno visto un’accelerazione normativa: l’AI Act europeo è entrato in vigore con un calendario di applicazione che parte dai divieti di pratiche manipolative e dallo sviluppo di regole per i modelli generali di AI; l’OCSE ha aggiornato i suoi principi per un’AI affidabile; il NIST ha consolidato il suo framework su quattro verbi semplici—governare, mappare, misurare, gestire—che dovrebbero essere appesi in ogni azienda. Traduzione: l’AI non è un giocattolo. È potere. E il potere va incanalato, non idolatrato.
Gli esperti, poi, non cantano in coro. Geoffrey Hinton, il “padrino” dell’AI, avverte che sotto gli incentivi del capitalismo l’AI può allargare le disuguaglianze e spingere verso una disoccupazione di massa; le sue stime sui rischi estremi sono da mani sudate. Yann LeCun, al contrario, definisce “pretestuosa” la profezia dell’estinzione: per lui, niente apocalisse, ma lavoro duro per costruire sistemi più ragionevoli e aperti. La verità? Non sta nel mezzo, sta nella responsabilità: se un rischio esiste e i danni potenziali sono esistenziali, lo tratti come un vulcano, non come un gadget.
A chi pensa che questo sia solo un problema tecnico, ricordo che la tecnica è politica in un altro alfabeto. Hannah Arendt ci ha insegnato che l’orrore può indossare il volto grigio della burocrazia, la “banalità del male” che scivola nelle scelte quotidiane. Shoshana Zuboff ci ha avvertito che il capitalismo della sorveglianza trasforma l’esperienza umana in materia prima. Byung-Chul Han ci ha spiegato che la società della performance ci fa implodere dalla stanchezza. E Achille Mbembe ha dato un nome all’oscenità suprema: necropolitica, il potere di decidere chi vive e chi muore. In un mondo di guerre “ai civili”, di fame ingegnerizzata e di piattaforme che profilano ogni respiro, ditemi voi se non è attualissimo.
E allora: dobbiamo avere paura del futuro? Sì, ma una paura utile, che ci fa tenere gli occhi spalancati. La paura sterile paralizza; quella intelligente costruisce argini. L’idea che propongo è semplice da dire e durissima da realizzare: rimettere al centro le capabilities, le capacità sostanziali delle persone di essere e fare. Amartya Sen e Martha Nussbaum ci hanno dato una grammatica: vita, salute, integrità del corpo, pensiero, emozioni, ragione pratica, affiliazione, rapporto con le altre specie, gioco, controllo sul proprio ambiente. Una società è decente se garantisce a tutti una soglia minima su ciascuna di queste, senza barattarle l’una con l’altra. Se ne perdi anche solo due o tre, l’umanità scivola via.
Come si traduce, oggi, questa bussola? Primo: protezione dei civili davvero, non come foglia di fico. Cessate il fuoco veri, accesso umanitario garantito, stop agli esplosivi in aree abitate, protezione di scuole e ospedali con monitoraggi indipendenti. Non è retorica, sono regole minime per tenere in piedi il tessuto sociale. Secondo: educazione e salute mentale come infrastrutture critiche, al pari dei ponti. I Paesi devono trattare psicologi, insegnanti, operatori sociali come si trattano gli ingegneri dei viadotti: se crollano loro, crolla tutto il resto. I dati sulle interruzioni scolastiche per clima e sul carico psichico in guerra sono il nostro campanello d’allarme.
Terzo: prevenzione e adattamento climatico come politica sociale. L’iniziativa Early Warnings for All vuole coprire tutti gli umani con sistemi di allerta entro il 2027. Bene, ma non basta sapere che ci arriverà l’acqua fin sotto casa: servono codici edilizi seri, piani di evacuazione, assicurazioni accessibili, reti di quartiere che riconoscano gli anziani soli e i bambini fragili. Mettere 3 miliardi in allerta rapida e poi lasciare le periferie senza autobus è come comprare un estintore e buttare benzina sul pavimento.
Quarto: un’AI umanocentrica, senza sconti. Applicare davvero l’AI Act—vietare pratiche manipolative, social scoring, sfruttamento delle vulnerabilità—non è censura: è igiene democratica. Le aziende devono adottare il NIST AI RMF non perché “fa bello”, ma perché crea routine che salvano da errori e abusi: governare, mappare, misurare, gestire. L’OCSE ci ricorda che trasparenza, robustezza, diritti fondamentali non sono optional. Chi non è d’accordo, è libero: ma mai di giocare con i diritti degli altri.
Quinto: misurare il progresso con indicatori che colgano la sostanza. Per restare umani dobbiamo smettere di usare il PIL come unico termometro. Proposte concrete? Tasso di giorni di scuola persi per clima e conflitto; tempo medio di accesso a cure di salute mentale in emergenza; copertura di allerta precoce a livello comunale; quota di reddito familiare mangiata dall’energia; indice di fiducia istituzionale; adozione effettiva (auditata) di standard AI per la trasparenza. Se un governo fa crescere il PIL e crollano scuola, sanità, fiducia e diritti digitali, non sta “sviluppando”: sta sfruttando.
Sì, il mondo fa paura. Ma non siamo topi nell’angolo. Siamo ancora capaci di scegliere. Possiamo scegliere di non fare più guerre, e che comunque queste non siano guerre ai civili. Possiamo scegliere che ogni bambino abbia un banco anche quando fuori ci sono 48 gradi. Possiamo scegliere che l’AI non sia l’ennesimo strumento per umiliare i deboli ma un modo per liberarli da compiti stupidi e pericolosi. Possiamo scegliere che la politica non finga di non sapere.
E, infine, possiamo scegliere lo stile con cui stare al mondo. Non quello di chi si dimette dall’umanità per stanchezza o cinismo—“è il progresso, bellezza”—ma quello di chi, guardando la notte, sta dritto. Il compito non è tornare a ieri. È portare nel domani una cosa antica e insostituibile: la dignità. Insomma, dobbiamo restare umani. Non perché sia romantico, ma perché, senza, non restiamo.
di Isabella Zotti Minici 