Per oltre un secolo abbiamo considerato il suolo un ostacolo. Lo abbiamo coperto con asfalto, cemento e pavimentazioni impermeabili convinti che il progresso coincidesse con la quantità di superficie costruita. Oggi scopriamo che proprio quella scelta è diventata una delle principali cause della fragilità delle nostre città.
Secondo la Commissione europea, tra il 60 e il 70% dei nostri suoli è in condizioni di degrado, mentre l’Italia continua a perdere terreno fertile a causa dell’espansione urbana. L’ISPRA stima che oltre il 7% del territorio nazionale sia ormai artificializzato e che il consumo di suolo aumenti ogni anno, riducendo la capacità del terreno di assorbire l’acqua e mitigare gli effetti del clima.
Le conseguenze sono evidenti. Le piogge diventano sempre più violente, ma trovano città impermeabili: l’acqua scorre sull’asfalto, sovraccarica le reti fognarie e provoca allagamenti. Nelle estati sempre più torride, invece, il cemento accumula calore durante il giorno e lo restituisce durante la notte, alimentando le cosiddette isole di calore urbane. Non è raro che una superficie asfaltata raggiunga 60-70 °C, mentre un prato o un’area alberata rimangono anche 20-30 °C più freschi grazie all’evapotraspirazione.
Da questa consapevolezza nasce una delle più interessanti innovazioni urbanistiche degli ultimi anni: il depaving, letteralmente “rimuovere la pavimentazione”. Un termine ancora poco conosciuto, ma destinato a entrare nel lessico delle città del XXI secolo. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: eliminare l’asfalto dove non è indispensabile e restituire il terreno alla sua funzione naturale, sostituendolo con superfici permeabili, alberature, prati, giardini della pioggia (rain gardens) e sistemi di drenaggio urbano sostenibile.
Non è un’operazione estetica. È una strategia di adattamento climatico fondata su solide evidenze scientifiche. Quartieri che aumentano la presenza di suolo permeabile e vegetazione possono ridurre la temperatura dell’aria di 1-3 °C, migliorare il comfort urbano, limitare gli effetti delle ondate di calore e diminuire sensibilmente il deflusso delle acque piovane. Significa meno allagamenti, meno energia consumata per raffrescare gli edifici, migliore qualità dell’aria, più biodiversità e una città complessivamente più sana.
Le esperienze internazionali dimostrano che funziona. Portland, negli Stati Uniti, è stata tra le prime città a promuovere la rimozione di parcheggi inutilizzati e piazzali asfaltati, trasformandoli in spazi verdi. Seattle, con il progetto SEA Streets, ha riprogettato interi quartieri utilizzando bioswale e rain gardens che intercettano gran parte delle acque meteoriche prima che raggiungano le fognature. Rotterdam, dove gran parte del territorio si trova sotto il livello del mare, ha realizzato piazze capaci di trasformarsi in bacini temporanei durante le piogge intense e una vasta rete di tetti verdi. Dopo la devastante alluvione del 2011, costata circa un miliardo di euro, Copenaghen ha ripensato completamente la propria pianificazione urbana per convivere con l’acqua anziché combatterla. Parigi ha trasformato decine di cortili scolastici nel programma Oasis, mentre Singapore è diventata il simbolo mondiale della città che integra infrastrutture verdi, gestione delle acque e biodiversità in ogni nuovo progetto.
Anche l’Italia sta iniziando a cambiare passo. Nel 2026 Genova è diventata la prima città italiana a inserire ufficialmente il depaving nel proprio Piano Urbanistico Comunale, riconoscendo il suolo e il verde come infrastrutture strategiche al pari delle reti tecnologiche. La città ligure ha previsto incentivi per favorire la rimozione delle superfici impermeabili e, attraverso il progetto BioFear, trasformerà cortili scolastici e aree gioco in spazi permeabili e alberati. Milano, Prato, Firenze, Bologna, Roma e Torino stanno seguendo la stessa direzione, integrando forestazione urbana, pavimentazioni drenanti e sistemi di drenaggio sostenibile nei propri piani di adattamento climatico.
Dietro il depaving c’è anche una scelta economica. Secondo l’OCSE, la Banca Mondiale e la Commissione europea, investire in infrastrutture verdi e prevenzione costa molto meno che riparare i danni provocati da alluvioni, ondate di calore e dissesto idrogeologico. Ogni metro quadrato restituito al terreno significa meno acqua da gestire artificialmente, minori costi energetici, maggiore valore immobiliare, più salute pubblica e una migliore qualità della vita.
Il depaving non propone di eliminare strade o infrastrutture essenziali. Propone qualcosa di molto più intelligente: individuare tutte quelle superfici ormai inutili o sovradimensionate — parcheggi, piazzali, cortili, aree industriali dismesse — e restituirle al ciclo naturale dell’acqua e della vita.
Per oltre un secolo abbiamo costruito città contro la natura. Oggi la sfida è costruire città insieme alla natura. Perché sotto ogni lastra di asfalto non c’è soltanto terra: c’è una straordinaria infrastruttura ecologica capace di assorbire l’acqua, abbassare la temperatura, ospitare biodiversità e rendere le città più sicure. Il futuro dell’urbanistica non dipenderà solo da ciò che sapremo edificare, ma anche da ciò che avremo il coraggio di rimuovere. In fondo, la città più moderna potrebbe essere proprio quella che avrà restituito più spazio alla terra.

 

di Isabella Zotti Minici