La nostra epoca è contrassegnata dal fatto che la tecnologia digitale è diventata un’estensione della nostra mente e delle nostre relazioni. Smartphone, social media e intelligenza artificiale sono presenze costanti delle nostre giornate. La loro diffusione ha modificato profondamente il modo in cui pensiamo, comunichiamo e costruiamo legami.
Per comprendere le motivazioni e le conseguenze di questi cambiamenti, esiste una branca dell’antropologia che li studia nello specifico: l’antropologia digitale. Daniel Miller, docente allo University College of London, è uno dei pionieri di questo campo. Secondo la sua definizione, questa materia, tratta dello “studio delle motivazioni e dei comportamenti umani in relazione all’impatto e alle conseguenze derivanti dall’uso delle tecnologie informatiche”. In altre parole, non considera la tecnologia soltanto come un insieme di strumenti, ma come un contesto culturale e sociale in cui le persone costruiscono la propria identità.
Un altro contributo importante è quello dell’antropologa Amber Case, che ha analizzato in dettaglio l’integrazione tra uomo e macchina in un TED Talk dal titolo esplicativo “We Are All Cyborgs Now”. Secondo Case, l’utilizzo degli strumenti digitali non rappresenta soltanto un’estensione fisica, ma anche mentale. Ne è prova il fatto che in particolare i bambini di oggi, cresciuti nella cultura del clic istantaneo, ricevono tutto e subito a livello virtuale: ciò li entusiasma, ma può anche renderli dipendenti.
Tuttavia, Case sottolinea che le macchine non stanno prendendo il sopravvento. Al contrario, questa rivoluzione è più “umana” di quanto si pensi, perché siamo noi a co-creare il mondo digitale. E, da questa condizione possiamo trarre benefici concreti, ad esempio la possibilità di connetterci con altre persone indipendentemente dalla geografia.
Case ha inoltre portato avanti la definizione del concetto di Calm Technology.
La Calm Technology è un approccio al design della tecnologia che mette al centro l’attenzione umana. L’idea di fondo è che i dispositivi e i servizi digitali non debbano catturare costantemente la nostra concentrazione, ma inserirsi nella vita quotidiana in modo discreto, rispettoso e rassicurante.
Detto in altri temini una tecnologia utile, ma non invadente.
Il concetto nasce negli anni ’90 al Xerox PARC, dove i ricercatori Mark Weiser e John Seely Brown parlavano di “calcolo ubiquo”: un mondo in cui i computer sono ovunque, ma “spariscono” sullo sfondo, lasciando alle persone il controllo della propria attenzione.
La designer e ricercatrice Amber Case ha ripreso e sviluppato queste idee, definendo nel 2015 gli otto principi nel suo libro Calm Technology: Principles and Patterns for Non-Intrusive Design.
La Calm Technology nasce con un’idea semplice ma rivoluzionaria: la tecnologia deve supportarci senza sopraffarci, accompagnandoci nella vita quotidiana in modo discreto ed efficace.
I suoi principi sono i seguenti:
1.La tecnologia deve richiedere la minima attenzione possibile.
2.Deve informare l’utente e, al tempo stesso, generare calma.
3.Deve comunicare soprattutto nella periferia della nostra attenzione, senza diventare invadente.
4.Deve esaltare sia il meglio della tecnologia sia il meglio dell’umanità.
5.Può comunicare senza necessariamente “parlare”.
6.Deve continuare a funzionare anche in caso di guasto.
7.La giusta dose di tecnologia è quella minima necessaria a risolvere un problema.
8.Deve sempre rispettare le norme sociali e il contesto in cui viene utilizzata.
In sintesi, la Calm Technology si propone come antidoto al sovraccarico digitale: una tecnologia che lavora per noi senza dominarci, lasciandoci più spazio per ciò che conta davvero.
Come spiega bene Luca Rosati, architetto dell’informazione ed esperto di UX, nel suo articolo “Calm design: progettare esperienze digitali che riducono l’ansia delle persone” la calm technology e ancor di più il calm design non è una moda o un’estetica, ma una presa di posizione. La responsabilità dei designer si traduce quindi in creare ambienti che non solo lavorano in modo corretto ma siano funzionali alla salute e al benessere delle persone. Nel mondo in cui viviamo in cui ogni notifica e impulso che riceviamo si traduce nel catturare la nostra attenzione accellerando uno stato d’ansia la sfida più grande è quindi riconsiderare la tecnologia ricordandoci che siamo noi in quanto umani a governarla e non il contrario.
