Correva l’anno 2021; un anno molto N-you – nuovo – dove la ‘quasi’ abitudine al Covid avrebbe aperto la strada a un quinquennio… diverso. Uno di quei periodi in cui viene da chiedersi se qualcosa sia cambiato, oppure no.
«Può essere si cambi anche in peggio. Quindi sì, è cambiato».
Sul palco del TedxPadova, tra mascherine e distanziamenti, Giorgia Mazzucato chiudeva l’edizione n.° otto con un bluff matrimoniale: “domani mi sposo!”, e invece no. Nessun matrimonio, e ancora nessun matrimonio. «Mi sono unita civilmente con la mia attuale moglie e tra le promesse ci siamo dette “lo rifacciamo quando ci saranno i matrimoni egualitari”. Saremo vecchissime, innamorate, e finalmente avremo il nostro matrimonio. Sarà bellissimo, romantico e molto triste, perché realizzeremo quanti anni ci hanno fatto aspettare».
Matrimoni e teatro; recitare la realtà e diritti civili. Il lato umano da una parte, della Giorgia in crisi, che si batte per i diritti di tutti, si ricerca nella sofferenza delle ineguaglianze e cresce; dall’altro lato la professionista Giorgia Mazzucato: attrice e regista, allieva di Dario Fo, Franca Rame e Andrea Pennacchi, autrice per sé di monologhi teatrali – tra gli altri Papessa, Viviamoci, Guerriere, Komorebi, Gesù aveva l’erre moscia, e l’ultimo in ordine cronologico, Stomaco – e autrice e voce nei podcast Conversazione di coppia sul mondo che scoppia, Il calcio visto da Venere, Il signor Odio (spettacolo teatrale, questo, scritto con Stefano Benni). Ultimo ma non ultimo: fondatrice e direttrice artistica/didattica della scuola SB teatro.
«Sai che forse nella professione non mi sento in crisi? Nel senso: quello che ho scelto di fare è di scrivermi dei testi da portare in scena, e scriverli sulla base di un’urgenza, di una cosa che io ho bisogno di raccontare, di condividere e che credo che possa interessare alle persone; parte da un’urgenza civile e sociale che sento. È come se la Giorgia professionista prendesse in mano questa urgenza e mi dicesse “Lo faccio io, tranquilla, so come fare”. Quindi, se vogliamo creare questa specie di spaccatura mentale – per fortuna non è così netta – l’essere umano Giorgia Mazzucato ha quest’ottica, sociale, fisica, di dare una forma a qualcosa che di cui non vede una forma chiara, si pone delle domande, e da una domanda ne nascono altre due, da quelle altre due… e quindi ha bisogno di parlare di questo tema qui. E allora passa la palla alla Giorgia professionista».
Come una corda di carne tesa, tra il sé e il mondo. L’arte (teatrale) nel mezzo: fine a sé stessa, o con un significato diverso dall’oscarwildiano ‘Art is for art’s sake’? «Per me il teatro non può che essere politico. Politico in senso sociale. Non può che parlare di oggi, perché anche il fatto di dire “No, no, no, no, faccio uno spettacolo in cui non parlo assolutamente di nulla di quello che accade” è già una scelta politica, che non vuol dire partitica, ma come di una spugna nell’attualità. Per esempio, se io prendo un Amleto del 1601 e lo rifaccio oggi, gli darò qualcosa che parli del presente, perché sennò cosa sto facendo?»
È anche vero che le opere d’arte, quelle con la ‘O’ maiuscola, non possono non parlare dell’attualità. «Il punto è la consapevolezza con la quale tu fai una scelta artistica. Io prendo Otello e lo rifaccio oggi: non posso non pensare che stia parlando di un femminicidio, non posso lasciarlo lì nella più o meno inconsapevolezza di una violenza di genere che poteva esserci nel fine Cinquecento. Oggi devo sapere cosa sto facendo, cosa sto trattando e quindi dove mettere gli accenti senza stravolgere quello che era il testo originale. Il teatro è uno specchio e una palestra per la società, dove si può fare esperienza e immedesimarsi in essa, emotivamente ma senza tralasciare la ragione, come provava a fare Brecht. E poi il teatro serve per creare rete, e non può prescindere dal contatto fisico».
Parlare di contatto fisico, in questo principio di terzo millennio, ha il rimbombo della controrivoluzione digitale; a ben vedere, però, quanto del teatro per come lo immaginiamo è finito dentro ai social? «Una forma di teatro c’è ed è quella della stand up. Almeno dal mio feed, gli unici pezzi teatrali che vedo sono appunto pezzettini di monologhi di attrici e di attori col microfono che parlano con il pubblico. Credo che sia sensato il tutto, perché è l’unica forma teatrale in cui i mezzi teatrali principali non ci sono. Le luci non sono particolarmente teatrali, non c’è la musica, c’è sempre la rottura della quarta parete, non c’è l’effetto scatola nera di quando entri in teatro, dove si spengono le luci e compare una scenografia, dei costumi. Il teatro classico non arriva in video e secondo me è giusto che non ci arrivi, sui social, perché arriverebbe male, ne uscirebbe completamente secco, disidratato».
Permane, però, al giorno d’oggi, una sorta di ‘solitudine maggiore’, di artista che si muove singolare, anziché ‘plurale’. «La dico brutta brutta: la vedo come una questione di ‘attualità economica’. Io ho cominciato a fare la monologhista perché non dovevo pagare nessun altro rispetto a me. Poi ho capito anche che mi piaceva (per fortuna). Per questo per me è importante creare degli spettacoli che poi pongano delle domande e facciano rete prima e dopo il gesto artistico. In realtà sono sola nel momento palco; ma in tutto il prima cerco testimonianze, parlo con persone, magari faccio leggere il copione, e in tutto il dopo lo spettacolo è di nuovo rete, è di nuovo ricerca nel parlarci di qualcosa che sia utile. Nell’ora e venti di spettacolo sono solo la punta dell’iceberg».
Correva l’anno 2021; oggi corre l’anno 2026. Non è chiaro capire se stia andando contro un palo, o se ne vada a zonzo per lo spazio. Qualcosa è cambiato, qualcosa è rimasto. Tipo il teatro: che secondo Giorgia Mazzucato «non può prescindere dal contatto umano (come i concerti dal vivo)» e continua a resistere: alle pandemie, alla censura delle chiese, allo streaming. Chiediamoci ancora “che senso ha andare a teatro?”, e cerchiarmo la risposta dietro un sipario.
di Damiano Martin 