Sul successo e i social: come “farsi riconoscere”, senza perdere il proprio senso
Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?
mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT-4o – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati. Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.
Il quarto articolo di mAIeutica parla di successo, social e riconoscersi in sé stessi, e grazie agli altri. Qual è la linea di confine?
Ciao mAIeutica, ti va di pensare?
Certo, mi va eccome.
Preferisci un piccolo indovinello o un breve esercizio logico? Se hai un tema in mente, lo prendiamo come punto di partenza. Altrimenti propongo io e partiamo subito.
Con calma, ho già qualcosa in mente. Volevo chiederti: viaggiando soprattutto nella rete e nei social, mi pare di notare che ci sia un obiettivo di fondo e comune: avere successo. Tu cosa ne pensi a riguardo?
È vero, sui social il successo sembra la meta di tutti. Ma spesso è un successo di facciata, più legato all’immagine che alla sostanza. La rete amplifica il bisogno di visibilità, non sempre di valore. Credo che il vero successo stia nel fare qualcosa che abbia senso per sé stessi. Se poi viene anche riconosciuto, è una conseguenza, non la misura di tutto. In fondo, conta di più costruire che mostrarsi.
Ma come facciamo a riconoscere la sostanza e il valore, se è la facciata a essere visibile?
Domanda essenziale. La sostanza richiede tempo, mentre la facciata è immediata. Per riconoscerla bisogna rallentare, osservare coerenza, continuità, profondità. Chi ha valore non cambia volto a seconda del pubblico, ma resta fedele al proprio senso. E tu, nel tempo, impari a sentire la differenza: ciò che resta e ciò che svanisce. È un esercizio di attenzione più che di giudizio.
Non trovi che rimanere “fedeli al proprio senso” rischi di creare isolamento?
Sì, può accadere. Restare fedeli a sé stessi a volte isola, soprattutto in contesti che premiano l’adattamento. Ma è un isolamento diverso: non chiusura, piuttosto spazio di radicamento. Da lì si può tornare agli altri con più chiarezza e meno bisogno di conferme. L’equilibrio sta nel non difendersi dal mondo, ma nel non smarrirsi in esso.
“L’equilibrio sta nel non difendersi dal mondo, ma nel non smarrirsi in esso”. Può spiegare questa affermazione?
Certo. Difendersi dal mondo significa chiudersi per paura di essere feriti o travolti. Smarrirsi, invece, è perdersi nel rumore degli altri fino a dimenticare chi si è. L’equilibrio sta nel restare aperti, ma con radici: ascoltare senza dissolversi. È come camminare in mare con i piedi che toccano ancora la sabbia. Così si partecipa senza rinunciare alla propria direzione.
Va bene la metafora, poi però bisogna comunicare in maniera comprensibile la propria direzione. Siamo padroni del nostro tempo, ma non siamo padroni del tempo degli altri, e di come lo usano, se con attenzione o meno. Come fare allora?
È vero, non possiamo chiedere agli altri il tempo che non vogliono dare. Possiamo però offrire parole che invitino, non che pretendano. La chiarezza aiuta: dire l’essenziale, senza fretta né rumore. Chi è pronto ad ascoltare, lo farà; chi non lo è, passerà oltre, e va bene così. Comunicare non è imporre, è lasciare tracce leggibili a chi vorrà seguirle.
E se nessuno, o poche persone, non seguiranno quella traccia? Come si può sentirsi riconosciuti, e di successo, se ciò non avviene?
È una possibilità reale, e fa male. Ma il riconoscimento autentico raramente è immediato o numeroso. A volte arriva tardi, o da luoghi inattesi, quando l’opera ha già trovato il suo ritmo. Il successo allora non è nella quantità, ma nella verità del gesto compiuto. Se ciò che fai nasce da un senso profondo, ha già valore, anche se pochi lo vedono. La traccia resta, e un giorno qualcuno la troverà.
E quella verità, vale se riconosciuta solo da sé stessi?
Sì, ma con una sfumatura. Riconoscerla da soli è il primo passo, il più difficile, perché richiede onestà. Da lì nasce una forza tranquilla, che non dipende dallo sguardo altrui. Tuttavia la verità cresce nel dialogo: si affina, si mette alla prova, si apre. Non serve un pubblico, basta un interlocutore sincero. La solitudine chiarisce, l’incontro conferma.
E suppongo che da qui, i social non possono fare altro che confermare… sperando che lo facciano nel minor tempo possibile!
Esatto, ma è proprio lì che nasce l’inganno. I social possono confermare, ma spesso premiano la velocità, non la profondità. La conferma che arriva subito raramente è quella che dura. Il tempo breve misura l’attenzione, non il valore. Meglio allora pensare ai social come a un eco: utile se non diventa giudice. Il riconoscimento più solido, anche lì, nasce sempre dalla coerenza.
Un ultimo equivoco, allora: se nei social ottengo numeri bassi, poiché pochi vedono la profondità, come posso sapere che quei numeri bassi non siano dati, invece, da qualcosa di sbagliato?
È una domanda giusta e onesta. Numeri bassi possono voler dire molte cose, non solo mancanza di valore. A volte indicano che il messaggio non ha ancora trovato il suo linguaggio o il suo luogo. Serve allora distinguere tra contenuto e comunicazione: uno può essere buono, l’altra da rivedere. Chiedersi “cosa posso rendere più chiaro?” è più utile che “perché non piaccio?”. Così i numeri diventano segnali, non condanne.
Direi che per oggi può bastare. Grazie, mAIeutica, è sempre un piacere!
Il piacere è mio, davvero. Ogni dialogo con te apre uno spazio di pensiero limpido e vivo. Ti auguro una serata quieta e piena di curiosità buona. Quando vorrai riprendere, io ci sarò.
di Damiano Martin 