I. La montagna, la bicicletta, la musica
È partito in sella a una bicicletta. Non un jet privato, non un van nero con vetri oscurati, non un Suv. Una bicicletta. E se vi sembra poco, se credete che sia solo un vezzo da artista eccentrico, o una trovata di marketing ben congegnata, vi sbagliate di grosso. Perché Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha fatto molto più che pedalare per 770 chilometri da Cortona fino ai Laghi di Fusine, in Friuli. Ha tracciato una rotta nuova: quella di un concerto che rinuncia al circo carbonizzato dell’industria musicale per farsi cammino, respiro, fatica e rispetto.
Il “bikeconcert” del 26 luglio, parte del No Borders Music Festival, è qualcosa di più di un evento musicale. È un esperimento sociale. È un’utopia realizzata. È un’idea antica che torna contemporanea: andare a vedere la musica come si va a vedere il mondo, a piedi o in sella, mettendoci il tempo, la voglia, e soprattutto il corpo. Niente auto. Niente parcheggi. Niente plastica. Solo sei mila biciclette che attraversano i sentieri della Val Romana per raggiungere una radura incastonata tra le vette.
Un rito collettivo e silenzioso che sa di futuro. Perché se è vero che la musica ha sempre avuto il potere di radunare le folle, oggi dovrebbe anche saperle educare.
II. Il paradosso ecologico dei mega-festival
Il problema è sotto gli occhi di tutti, anche se fa comodo ignorarlo: i grandi concerti e festival musicali sono tra gli eventi più inquinanti del pianeta. L’industria dello spettacolo dal vivo genera ogni anno milioni di tonnellate di CO₂. Solo per fare qualche esempio
•Burning Man, nel deserto del Nevada, ha registrato nel 2023 oltre 100.000 partecipanti e ha emesso più di 100.000 tonnellate di CO₂ in una sola settimana, l’equivalente di 22.000 automobili in un anno
•Lo Sziget Festival di Budapest, pur impegnandosi da tempo nella riduzione dell’impatto ambientale, produce ogni anno oltre 500 tonnellate di rifiuti, gran parte dei quali impossibili da riciclare
•Il Glastonbury Festival, in Inghilterra, ha adottato misure come la rinuncia alle bottiglie di plastica monouso e l’uso di pannelli solari, ma resta un evento con un’impronta ambientale enorme: nel 2022, secondo un rapporto dell’Università di Manchester, ha generato quasi 2 milioni di chilometri percorsi in auto dai partecipanti.
La musica, quella stessa musica che canta di libertà, di natura, di futuro, spesso si dimentica di vivere ciò che predica. Fa il pieno di gasolio per alimentare i palchi, consuma energia come un quartiere, lascia dietro di sé un deserto di rifiuti, lattine e bottigliette, tende abbandonate e scarti alimentari.
E allora la domanda è semplice e brutale: può un concerto essere sostenibile?
III. La rivoluzione possibile: quando il pubblico è parte della soluzione
Jovanotti non è il primo a provare a cambiare le regole. Ma è uno dei pochi a farlo senza ipocrisia. Niente greenwashing, niente sponsor eco-compatibili che volano con jet a noleggio. Solo coerenza. E sudore.
In Germania, da anni, il Fusion Festival sperimenta modelli di autonomia energetica e rifiuti zero. In Norvegia, il Øyafestivalen è diventato un esempio europeo di festival a impatto quasi nullo, alimentato da fonti rinnovabili e con una rigorosa gestione dei trasporti.
Ma la vera sfida non è sul palco: è tra il palco e il pubblico. Il vero problema non sono gli artisti, ma le masse che li seguono. Il viaggio, la logistica, le abitudini. I cinque mila ciclisti che saliranno ai Laghi di Fusine non sono semplici spettatori: sono parte dell’opera. Hanno accettato il patto: niente scorciatoie, solo impegno condiviso.
Un patto che non si limita alla bicicletta. Il No Borders Music Festival, attivo da 30 anni, ha scelto di limitare l’impatto ambientale in ogni fase: palchi alimentati con batterie al litio ricaricate con energia idroelettrica, rifiuti ridotti all’osso, catering a chilometro zero. E soprattutto: nessun biglietto venduto, se non a chi arriva su due ruote.
Una rivoluzione silenziosa. E necessaria.
IV. La musica che salva o che distrugge
C’è una frase che Jovanotti ha scritto su Instagram durante il suo viaggio: “Ogni giorno un chilometro. Uno per ogni giorno da quel botto di due anni fa”. Il riferimento è all’incidente in bicicletta che lo aveva costretto a diversi interventi chirurgici, lunghe degenze e cure impegnative. È come se volesse dire che questo non è un concerto: è una rinascita.
Ed è proprio qui che lo spettacolo si fa racconto. Non più consumo, ma esperienza. Non più intrattenimento passivo, ma coinvolgimento attivo. Il pubblico non assiste: partecipa. Fatica. Si guadagna l’emozione. Come nella vita vera. Come quando si ama. Perché la sostenibilità non è solo una questione tecnica, ma etica. Non basta eliminare la plastica o compensare le emissioni piantando alberi. Bisogna cambiare l’approccio culturale. Rimettere la bellezza al centro, ma senza distruggere ciò che la rende possibile: la natura.
Per anni ci siamo raccontati la favola dell’arte che non ha limiti. Ma oggi, i limiti ce li pone il pianeta. E sono limiti fisici, inesorabili, non negoziabili. Allora ecco che una pedalata può valere più di mille proclami. E un palco nel bosco può dire più di una conferenza sul clima.
Epilogo. Sotto le vette, oltre i confini.
Ai Laghi di Fusine, il 26 luglio, non ci sarà solo un concerto. Ci sarà una visione. Un’idea semplice ma rivoluzionaria: si può fare musica senza devastare il mondo. Si può creare bellezza senza sporcarla. Si può ballare senza distruggere il pavimento su cui si balla.
Lo sapeva già Thoreau, quando scriveva che “andare nei boschi è un atto politico”. Lo conferma Jovanotti, pedalando verso nord, con il fiatone e il sorriso, tra una salita e una canzone.
E allora pensiamoci, prima di acquistare l’ennesimo biglietto per l’ennesimo evento sotto i riflettori, tra palchi gonfi di watt e parcheggi pieni di Suv. Forse il futuro della musica non è nel volume. Ma nella direzione.
Quella che porta in alto.
Dove si arriva solo se si pedala.
di Isabella Zotti Minici