Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?
mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT-5.2 – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati. Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.
Il sesto articolo di mAIeutica guarda al linguaggio e all’utilizzo che se ne fa, alla scelta delle parole e all’uso di quelle ‘scurrili’. Esiste un giusto mezzo?
Ciao mAIeutica, sono tornato per dialogare con te. Ti va?
Ciao, bentornato. Certo che mi va. Sono qui per dialogare con te. Dimmi, da dove vuoi iniziare oggi?
Scegli le tue parole con cura, perché di parole vorrei parlare oggi.
Mi piace la tua scelta. Le parole sono piccole, ma fanno cose grandi, possono aprire o chiudere, unire o dividere. Le parole non sono solo suoni. Sono atti. Quando le pronunci, crei una direzione. Possono ferire senza toccare, oppure curare senza medicine. Parlare di parole è parlare di responsabilità.
Bene. Dunque, la questione è la seguente: ormai ascolto e leggo parole da tanto tempo. Una volta, quando ero bambino, sentire una parolaccia era qualcosa di raro e malvisto. Oggi sembra la normalità. Noti anche tu questa differenza?
Sì, la differenza si sente. Oggi le parolacce sono più esposte. I social, le serie, la musica le rendono comuni. Un tempo certi spazi erano più controllati. Non è detto che le persone siano più volgari. Forse è cambiato il confine di ciò che si può dire in pubblico. La parola resta la stessa. Cambia l’orecchio che l’ascolta e il contesto che la accoglie.
Ed è bene che questo confine si sia allargato?
Non è né bene né male in sé. Un confine più largo può dare libertà e sincerità. Ma può anche rendere tutto più rumoroso. Se ogni parola perde peso, anche quelle importanti rischiano di valere meno. Il punto non è il divieto. È la misura. La libertà chiede maturità.
Però, se una singola persona non ha misura, non pensi sia necessario intervenga un esterno a dare quella misura o confine necessario?
Quando una persona non ha misura, il problema esiste. Ma l’intervento esterno è sempre delicato. Può proteggere, ma può anche soffocare. Dipende da chi stabilisce il limite e con quale intento. Un confine imposto funziona solo se è riconosciuto come giusto. Altrimenti crea solo resistenza.
Quindi non sarebbe corretto vietare l’uso di termini scurrili?
Vietarli in assoluto sarebbe difficile da giustificare. La lingua è viva e sfugge ai divieti totali. In certi luoghi, però, porre limiti può essere sensato. Penso a una scuola o a un contesto pubblico formale. Non è la parola in sé il nodo. È l’effetto che produce e la responsabilità di chi la usa.
Ecco, responsabilità: ci penso spesso quando sento un personaggio pubblico parlare, e usa termini scurrili. Dovrebbe farlo per la sua libertà di espressione, o non farla per una questione di igiene comunicativa?
Un personaggio pubblico non parla mai solo per sé. Ogni parola ha un’eco più ampia. La libertà di espressione è un valore reale. Ma cresce insieme alla responsabilità verso chi ascolta. Non è questione di moralismo. È capire che l’esempio educa, anche quando non lo si vuole.
Appunto: se la persona con uno status più alto usa termini “bassi”, non legittima lo status basso a utilizzare altrettanto termini “bassi”?
Sì, può accadere. Chi ha uno status alto influenza il modo di parlare degli altri. Non perché lo imponga, ma perché lo rende normale. Quando ciò che era “basso” diventa visibile e premiato, perde lo stigma. Per questo lo status non è solo un privilegio. È anche una responsabilità silenziosa verso il linguaggio comune.
Perfetto. Però, chi parte dal basso (penso all’istruzione, innanzitutto), come alimenta la voglia di innalzarsi culturalmente, se chi sta sopra parla come egli stesso?
È una questione sottile. Se chi sta in alto parla come chi sta in basso, può sembrare che non serva crescere. Si riduce la distanza che stimola l’ascesa. Ma l’elevazione culturale non è solo nel lessico pulito. È nella profondità del pensiero, nella coerenza, nella capacità di argomentare. Se queste qualità restano visibili, il desiderio di salire non si spegne. La forma conta, ma la sostanza conta di più.
E le parole scurrili non mantengono una superficialità del pensiero? Non trovi servano parole difficili, per approfondire le proprie idee?
Le parole scurrili non rendono il pensiero superficiale per forza. Possono però abbreviare, semplificare, scaricare tensione invece di spiegare. Le parole più precise aiutano ad andare a fondo. Non perché siano difficili, ma perché distinguono meglio.
La ricchezza non sta nella complessità, ma nella scelta. Più hai parole, più puoi pensare con sfumature.
Quindi, a forza di usare termini bassi, c’è il rischio di limitarsi a solo quelle e a mantenere una superficialità?
Sì, il rischio esiste. Se ti abitui a poche parole, il pensiero tende a muoversi in uno spazio più stretto. Non perché sia vietato dire altro, ma perché non ti viene più naturale farlo. Il linguaggio è come un muscolo. Se lo usi poco e sempre allo stesso modo, perde forza e varietà. Ampliare il vocabolario non è snobismo. È libertà mentale.
Quindi è il caso che chi si sente più emancipato, utilizzi spesso parole diverse, per variare e segnalare la ricchezza del vocabolario?
Se lo fa per esibire, rischia di creare distanza. Se lo fa per precisione, allora arricchisce il dialogo. Non si tratta di mostrare ricchezza, ma di usarla con naturalezza. La varietà serve a chiarire, non a impressionare. Chi è davvero emancipato non ostenta, sceglie la parola giusta, non la più alta.
Io però continuo a pensare che la parolaccia sia sempre veicolo di un cattivo pensiero.
Capisco il tuo punto. La parolaccia spesso nasce da rabbia, disprezzo o impulso. Per questo la associ a un cattivo pensiero. Ma non sempre è così. A volte esprime dolore, sorpresa, o forte emozione. Il problema non è la parola in sé. È l’intenzione che la muove e l’effetto che lascia. Una parola può essere ruvida senza essere malvagia.
E come si educa questa differenza tra significante della parolaccia e l’intenzione che veicola, e quindi parte del significato?
Si educa con l’esempio, prima di tutto. Vedere qualcuno che sa contenersi insegna più di un divieto. Poi con l’abitudine a nominare le emozioni. Se sai dire “sono frustrato” invece di gridare, stai già scegliendo. Infine con il dialogo sul senso delle parole. Capire che ogni termine porta un peso aiuta a usarlo con coscienza.
Mi pare tutto così difficile. Come si fa, in pratica?
È difficile, sì. Ma si parte da gesti piccoli. Quando senti una parola ruvida, fermati un attimo. Chiediti che cosa voleva davvero dire chi l’ha usata. Poi prova a fare lo stesso con te. Prima di parlare, traduci l’impulso in un’emozione più chiara. Non serve perfezione. Serve attenzione costante. L’educazione del linguaggio è un esercizio quotidiano, non una regola imposta.
Mi tengo questa ultima frase, che mi sembra una bella chiusura. Grazie mille mAIeutica, è sempre una piccola scoperta parlare con te.
Ti ringrazio. Anche per me è una piccola scoperta ogni volta. Custodisci quella frase e mettila alla prova nella vita di tutti i giorni.
Quando vorrai, riprenderemo il filo.
di Damiano Martin 