Il Ministro per la disabilità Alessandra Locatelli pochi giorni fa ha annunciato la pubblicazione di un bando per l’inclusione in agricoltura delle persone con disabilità. Il bando, secondo quanto è stato anticipato, terrà conto di tre dimensioni- abitativa, ricreativa e lavorativa- per permettere l’inserimento di migliaia di persone in un settore centrale dell’economia. Il progetto governativo può segnare un’evoluzione nel rapporto tra soggetti fragili e contesto sociale, in un Paese che spesso affronta il tema della disabilità in chiave caritatevole. Eppure le tre dimensioni che dovremmo vedere alla base del bando con inventivi, si raccordano tutte al processo di sostenibilità sociale. A quelle pratiche che dovranno portare a un nuovo modello di società, pensato per le prossime generazioni.
In Italia ci sono 7,66 milioni di persone con disabilità certificate. Più di 4 milioni sono ultra 65enni e del totale dei 7,66 milioni, solo un terzo ha un’occupazione. I grandi numeri vanno disaggregati per separare coloro che non possono sostenere alcuna occupazione, da quelli che sono nelle condizioni di stare dentro il sistema produttivo e del welfare. La partecipazione di questa seconda grande massa di persone alla vita sociale è frenata da bloccchi strutturali che possono essere rimossi. Siamo o no in tempi di transizione verso modelli socio-economici più sostenibili ? Ancora una volta i numeri possono aiutare a realizzare politiche di inclusione e di impiego di uno straordinario potenziale umano.
Secondo l’ISTAT più di 600 mila italiani con disabilità gravi vivono in isolamento relazionali. Buone pratiche messe in campo da enti pubblici, organizzazioni private e no profit, ce ne sono, ma é la collettività che deve mostrare attenzione vera a una platea di cittadini che rischiano di vedere precipitare la propria condizione esistenziale. Delle tre dimensioni di base annunciate dal ministro Locatelli quella lavorativa ha una precisa centralità. La sostenibilità sociale include la partecipazione di tutti i soggetti alla realizzazione di obiettivi comuni e di benefici. Il lavoro come requisito di dignità e di identità umana va sostenuto dallo Stato, dunque. E ciò a partire da quanto è previsto nell’Agenda 2030 per istruzione e qualità, occupazione senza sfruttamento,disuguaglianze. Cose non affatto precluse ai cittadini disabili. Chi parla di sostenibilità sociale senza affrontare il tema della disabilità in pratica lascia fuori dal cammino milioni di individui. Tutti destinati a pesare, ancora di più, privi di ogni ruolo, sulle comunità. In Italia avremmo dovuto imparare a dare nuovo senso alla parola disabile, intesa come soggetti colpiti non solo da patologie mediche ma anche da fenomeni legati alle trasformazioni economiche e sociali. Connettere disabilità e sviluppo sostenibile significa oggi -e ancora di più domani- accessibilità alle nuove tecnologie, trasferimento di conoscenze manuali e artigianali, partecipazione alla vita culturale, riconoscimento della dignità di soggetti attivi. Ha ragione chi dice che la disabilità non è una condizione individuale da correggere. É una dimensione delle società moderne, di quelle che tutti noi vogliamo migliorare. In questo contesto il peggio che possiamo continuare a fare é persistere in atteggiamenti superficiali o di carità, sottostimando la forza e l’abilità ( é il caso di dire) di milioni di nostri concittadini alla trasformazione della società. Anche un bando per l’agricoltura è, dunque, utile alla causa.
di Nunzio Ingiusto 