Il Green Deal europeo è fallito provocando un brutale aumento del costo dell’energia. C’è qualcosa da ripensare? Quando e come? La 17^ Conferenza nazionale sull’efficienza energetica organizzata dagli Amici della Terra si apre domani a Roma- 26, 27 novembre a Palazzo Baldassini- parte da considerazioni amare e preoccupate per lo scenario europeo. Tutte le azioni per fermare il cambiamento climatico non hanno raggiunto gli obiettivi solennemente dichiarati nella prima versione del Green Deal del 2019. Negli ultimi anni gli investimenti nelle rinnovabili sono certamente cresciuti, ma la svolta non c’è stata. Non a caso il titolo dato alla Conferenza è ” Reset delle politiche climatiche europee per una transizione possibile”.
“Il fallimento del Green Deal europeo è ormai svelato – dice l’organizzazione – e nonostante la rilevanza degli investimenti, il programma non ha determinato alcuna leadership strategica o tecnologica mondiale rispetto ai cambiamenti climatici e alcuna riduzione delle emissioni globali ”. Le conseguenze di questo fallimento, aggravato dalla guerra in Ucraina e dalla riduzione delle importazioni di gas russo nei Paesi dell’Ue, hanno determinato un aumento spaventoso dei costi del’energia. L’Italia è tra i Paesi più esposti alla lentezza della transizione. È mancato il necessario salto culturale per imprimere il cambiamento. Il deficit di politiche green hanno provocato, tra l’altro, il crollo di molte produzioni industriali, la delocalizzazione di cicli di lavorazione in aree del mondo meno sensibili alle politiche climatiche. Ce ne siamo accorti?
Che cosa in particolare non ha funzionato? L’obbligo di installazione di fonti rinnovabili intermittenti ha messo a rischio la stabilità delle reti elettriche, rilevano i critici. Ancora un volta il caso dell’Italia è utile a stabilire connessioni di causa – effetto. Nel nostro Paese, le fonti fossili non sono state sostituite ma si è stravolta comunque la pianificazione territoriale violando aree naturali e agricole senza risparmiare paesaggi riconoscibili dell’identità nazionale, si dice. Ma l’Unione europea si è posta il problema del che fare per riprendere, e bene, il cammino. No, l’Ue anche volendo correggere gli errori iniziali, non è sulla buona strada. Le correzioni di rotta in corso di definizione – rilanciano gli Amici della Terra – sono tardive e insufficienti: non ha senso continuare a porre obiettivi irrealistici, divieti non condivisi e obblighi che si stanno rivelando socialmente, ambientalmente ed economicamente insostenibili e che rischiano di provocare il rigetto e lo smantellamento delle politiche ambientali. Il punto che la Conferenza ci aspettiamo metta a fuoco è un modo vero, pragmatico per costruire una transizione accettabile da tutti. Non è facile oggi e non lo era nemmeno sei anni fa quando si è pensato che il riscaldamento climatico avesse in sé la forza per mettere su unica strada industria, finanza, politica, cittadini, organizzazioni ambientaliste. Non si tratta di rinunciare alla decarbonizzazione, viene detto alla vigila della due giorni di Roma, ma di tracciare un percorso socialmente ed economicamente accettabile ed efficace, fondato su obiettivi realistici. Per fortuna la scienza e le tecnologie non si sono impantanate in disastrosi distinguo o preclusioni ideologiche. Ci sono nel mondo una quantità di soluzioni e di intelligenze che possono realizzare quel reset posto alla base della Conferenza di domani. Una lista di soluzioni è stata anticipata – impiego di pompe di calore, teleriscaldamento, cogenerazione, biocombustibili, recupero energetico da rifiuti, energia nucleare – ma è la politica tutta che deve mostrare fiducia e consapevolezza vera dei rischi che corrono 450 milioni di persone. La cassetta degli attrezzi c’è già.
di Nunzio Ingiusto 