Il misterioso fenomeno di raffreddamento che, per ora, li protegge
I ghiacciai montani sono tra gli organismi più sensibili del pianeta e riflettono, nel senso più letterale e simbolico, a pieno gli effetti del riscaldamento globale. Eppure, come rivela un nuovo studio pubblicato su Nature Climate Change [1], il loro rapporto con l’atmosfera circostante non è così diretto come si pensava. Per decenni, molti ghiacciai hanno vissuto in una sorta di “bolla climatica” più fredda, parzialmente isolata dall’aria circostante, un fenomeno noto come “temperature decoupling”, o disaccoppiamento termico.
L’aria sopra la superficie di un ghiacciaio non è infatti la stessa che si respira nella valle spesso a pochi chilometri di distanza. A causa della presenza del ghiaccio e della neve, la superficie glaciale tende a raffreddare l’aria sovrastante, generando un flusso di venti catabatici (movimenti d’aria fredda e densa che scendono lungo il pendio) che mantengono uno strato più freddo e stabile.
Questo “cuscinetto” attenua l’effetto del riscaldamento atmosferico e rallenta lo scioglimento superficiale. Ma quanto è diffuso e quanto durerà questo fenomeno?
Per rispondere a questa domanda, il gruppo di ricercatori ha raccolto e analizzato un’enorme quantità di dati: 3,7 milioni di osservazioni orarie provenienti da 350 stazioni meteorologiche automatiche installate su 62 ghiacciai di tutto il mondo, dal Canada alle Ande, dall’Himalaya alla Nuova Zelanda [1]. Le osservazioni hanno mostrato che, in media, l’aria sopra i ghiacciai è più fredda di circa 1,6 °C rispetto a quella circostante, con differenze che possono superare i 7°C in certi casi.
Questo disaccoppiamento è stato quantificato attraverso un parametro chiave, denominato k, che rappresenta il rapporto tra la variazione della temperatura sopra il ghiacciaio (TaGla) e quella dell’aria ambiente (TaAmb). Un valore di k = 1 significa perfetta corrispondenza (nessun disaccoppiamento), mentre k < 1 indica un raffreddamento relativo del microclima glaciale.
Il valore medio osservato è circa 0.73, quindi per ogni grado di aumento della temperatura ambientale, l’aria sopra il ghiacciaio si scalda solo di 0,73 °C. Su scala globale, hanno stimato che i ghiacciai oggi si riscaldano in media solo di 0,83 °C per ogni grado di riscaldamento atmosferico.
Un rallentamento, dunque, ma non una completa immunità rispetto agli altri ecosistemi terrestri.
Lo studio ha individuato cinque fattori principali che controllano la forza del decoupling:
- Temperatura e umidità dell’aria circostante: l’umidità gioca un ruolo cruciale, favorendo o inibendo la formazione dei venti catabatici.
- Lunghezza del ghiacciaio: i ghiacciai più lunghi mantengono meglio la loro “bolla fredda”.
- Altitudine: le quote elevate accentuano l’effetto di raffreddamento.
- Velocità dei venti sinottici (quelli più ampi di scala regionale): venti forti tendono a “rompere” lo strato d’aria fredda e a ricongiungere il ghiacciaio con il clima circostante.
- Presenza di detriti sulla superficie: il materiale roccioso che ricopre molti ghiacciai agisce come una coperta che, anziché isolare, intrappola calore e annulla l’effetto di raffreddamento.
In sintesi, i ghiacciai “puliti”, ampi e situati in zone umide e tranquille (come alcune regioni dell’Himalaya o della Scandinavia) riescono a mantenere un microclima più freddo. Al contrario, i ghiacciai piccoli, frammentati e ricoperti di detriti (come molti nelle nostre Alpi o sulle Ande) tendono a “riconnettersi” all’atmosfera, perdendo la loro capacità di auto-raffreddarsi.
Utilizzando modelli climatici e proiezioni fino al 2100, gli autori hanno esplorato come evolverà questo equilibrio nei prossimi decenni. I risultati mostrano che il massimo del raffreddamento glaciale sarà raggiunto tra il 2020 e il 2040, a seconda delle regioni. Successivamente ci sarà un breve periodo in cui il disaccoppiamento sarà più forte e potrà temporaneamente rallentare la fusione superficiale, ma infine con il continuo arretramento dei ghiacciai questo effetto si indebolirà.
A mano a mano che il loro volume si ridurrà e aumenterà la frammentazione, la loro superficie utile per generare venti catabatici diminuirà. I ghiacciai più piccoli quindi non riusciranno più a mantenere un microclima stabile e l’aria calda proveniente dalle valli penetrerà più facilmente, invertendo la direzione dei flussi d’aria e riportando le temperature a valori simili a quelle dell’ambiente circostante.
Questa seconda fase viene chiamata di “recoupling”, ovvero la riconnessione con il clima atmosferico, che renderà i ghiacciai sempre più vulnerabili al riscaldamento globale. Entro la fine del secolo, secondo le simulazioni, i valori medi di k potranno salire fino a 0,92 (scenario intermedio SSP2-4.5) e 0,96 (scenario pessimistico SSP5-8.5). I Percorsi Socioeconomici Condivisi (Shared Socioeconomic Pathways o SSP) sono una raccolta di scenari climatici. Gli scienziati dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) hanno esaminato cinque “possibili futuri climatici”, esplorando altrettanti scenari con diversi livelli di emissioni di gas serra, che vanno da “emissioni molto basse” SSP1-1.9, “basse” SSP1-2.6 e “intermedie” SSP2-4.5, fino ad “alte” SSP3-7.0 e “molto alte” SSP5-8.5.
Questi risultati non riguardano solo la glaciologia, l’effetto del raffreddamento locale potrebbe influenzare l’intero bilancio energetico delle montagne, che controlla il flusso dei venti, la formazione delle nubi, la distribuzione delle precipitazioni e persino la disponibilità di acqua dolce.
Molti modelli climatici e idrologici, spiega lo studio [1], non tengono conto di queste non linearità, ma assumono semplicemente che i ghiacciai rispondano in modo diretto e proporzionale al riscaldamento, cosa che i dati smentiscono. Questo può portare a sottostimare o sovrastimare lo scioglimento e gli effetti sui bacini idrici montani.
I ricercatori propongono dunque di introdurre nei modelli climatici una “parametrizzazione dinamica” del raffreddamento glaciale, che tenga conto del cambiamento nel tempo del disaccoppiamento menzionato precedentemente. Un approccio più realistico che permetterebbe di migliorare le previsioni sulla futura disponibilità d’acqua e sul rischio causato dall’aumento degli eventi estremi a cui stiamo già assistendo.
I ghiacciai stanno perdendo la loro capacità di “autodifendersi” dal caldo e nel corso dei prossimi decenni la loro diminuzione in volume li renderà più esposti alle fluttuazioni atmosferiche. I venti freddi che oggi li proteggono diventeranno deboli, sostituiti da correnti calde che accelereranno la fusione.
Il “respiro freddo” dei ghiacciai, che oggi contribuisce a raffreddare i paesaggi d’alta quota, svanirà gradualmente, lasciando spazio a un’accelerazione della perdita di massa e a un impatto più diretto del clima globale. Con la loro graduale scomparsa, sarà annullata anche una parte fondamentale della loro influenza sul clima locale.
L’immagine che emerge è tanto affascinante quanto inquietante. I ghiacciai non sono solo vittime passive del cambiamento climatico e per un po’ hanno saputo creare un proprio microclima, difendendosi con venti freddi e strati d’aria isolanti. Ma questa difesa è temporanea e
col passare dei decenni il loro legame con atmosfera si riallaccerà e sarà allora che il loro destino sarà completamente nelle mani del clima globale che l’uomo ha contribuito a modificare radicalmente.
Bibliografia
[1] Shaw, T.E., Miles, E.S., McCarthy, M. et al. Mountain glaciers recouple to atmospheric warming over the twenty-first century. Nat. Clim. Chang. (2025). https://doi.org/10.1038/s41558-025-02449-0
di Pietro Boniciolli 