In un contesto globale segnato da crisi e fallimenti politici, il 2025 ha mostrato progressi concreti nella tutela climatica, dimostrando che l’azione collettiva può funzionare

Il dibattito pubblico sul cambiamento climatico è spesso, anche giustamente, dominato da notizie allarmanti. Nuovi record di temperature, eventi estremi sempre più frequenti, fallimenti politici e ritardi nell’azione globale. In questo contesto tendenzialmente di negatività diffusa, la rivista Nature Climate Change ha deciso di pubblicare un editorial titolato: “Successes in climate action” [1]. In questa breve analisi cerca di far vedere come, seppur in un quadro complessivamente critico, il 2025 abbia prodotto risultati concreti e incoraggianti nella lotta al riscaldamento globale. Riconoscere questi progressi non significa minimizzare l’urgenza della crisi, ma rafforzare la capacità collettiva di agire, mostrando che il cambiamento è possibile.

Il 2025 si è aperto con segnali scoraggianti sul fronte della governance climatica globale, causati principalmente dal ritiro degli Stati Uniti, uno delle nazioni con i livelli di emissioni più alti nel mondo, dall’Accordo di Parigi. Questa decisione, voluta fortemente dall’amministrazione Trump poco dopo l’insediamento, ha rappresentato un duro colpo alla cooperazione internazionale sul clima. A ciò si sono aggiunti l’indebolimento di alcune politiche ambientali europee, in particolare sulla deforestazione, e l’esito deludente della COP30 di Belém in Brasile, conclusasi senza un chiaro percorso per l’uscita dai combustibili fossili e con nuovi impegni climatici giudicati da molti esperti come insufficienti [2].

Parallelamente, i dati scientifici hanno confermato la gravità della situazione in cui versa il pianeta. Il 2025 si è classificato infatti come il secondo anno più caldo mai registrato, a pari merito con il 2023, avvicinandosi pericolosamente alla soglia di +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, fissata dall’Accordo di Parigi appena dieci anni prima [3]. Le concentrazioni di gas serra hanno continuato ad aumentare, mentre inondazioni, incendi, ondate di calore e siccità hanno colpito regioni di tutto il mondo.

Anomalie annuali della temperatura dell’aria superficiale globale (°C) rispetto al riferimento preindustriale 1850-1900 dal 1967 al 2025. Il valore per il 2025 si basa sui dati relativi al periodo gennaio-novembre, fonte [3]

Nell’editorial [1] viene evidenziato come questi sviluppi abbiano avuto un impatto diretto anche sul benessere psicologico delle persone. La cosiddetta climate anxiety [4] (che può essere descritta come un aumento del disagio emotivo, mentale o fisico in risposta ai cambiamenti climatici), non rappresenta più un rischio astratto, ma una minaccia concreta a case, mezzi di sussistenza e identità culturali. Inoltre, può amplificare anche disuguaglianze preesistenti, rendendo più difficile il raggiungimento di obiettivi di sviluppo e benessere.

Eppure, osservato in una prospettiva più ampia, il quadro globale non è esclusivamente negativo. Indicatori fondamentali come l’accesso all’istruzione e l’aspettativa di vita continuano a migliorare a livello mondiale, nonostante le pressioni esercitate dal cambiamento climatico. Questo suggerisce che le società umane possiedono capacità di adattamento e innovazione che possono essere mobilitate anche nella transizione ecologica.

Uno dei segnali più incoraggianti del 2025 riguarda il settore energetico. Per la prima volta nella storia recente, la produzione globale di energia da fonti rinnovabili ha superato quella da carbone, segnando una svolta simbolica e materiale nella transizione energetica [1]. In particolare, nell’Unione Europea l’energia solare ha superato i combustibili fossili nella produzione di elettricità, dimostrando che investimenti coerenti e politiche di supporto possono produrre risultati tangibili in tempi relativamente brevi. Questi cambiamenti non sono soltanto tecnologici, ma anche economici e sociali. La crescente competitività delle rinnovabili contribuisce a rendere meno probabili ritorni massicci ai combustibili fossili, creando una sorta di “inerzia positiva” che protegge i progressi già raggiunti, anche in presenza di instabilità politica.

Oltre al settore energetico, il 2025 ha visto importanti avanzamenti sul piano normativo e istituzionale. La ratifica del Trattato sull’Alto Mare (High Seas Treaty) [5] rappresenta un traguardo storico per la protezione degli ecosistemi oceanici, fondamentali per la regolazione del clima globale. Allo stesso tempo, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che afferma l’obbligo legale degli Stati di ridurre le emissioni di gas serra ha fornito un chiaro mandato giuridico all’azione climatica, rafforzando il legame tra diritto internazionale e scienza del clima.

Anche se i negoziati multilaterali procedono lentamente, l’editorial [1] sottolinea come i negoziati che avvengono durante le COP (Conference of Parties) continuino a favorire progressi su adattamento e finanziamenti, dimostrando che la cooperazione internazionale, pur imperfetta, rimane uno strumento indispensabile.

Un altro punto centrale è l’esistenza di meccanismi di salvaguardia che limitano i passi indietro nelle politiche climatiche. Leggi e regolamenti a livello locale, nazionale e internazionale orientano investimenti e decisioni di mercato verso obiettivi di decarbonizzazione, mentre reti di cooperazione come il network C40 Cities [6] facilitano la diffusione di buone pratiche tra le città di tutto il mondo. Questo approccio multilivello è fondamentale per colmare il divario tra la scala globale del problema climatico e quella locale delle soluzioni. Sebbene le iniziative locali possano apparire insufficienti di fronte a una crisi planetaria, è proprio a livello locale che si svolge la vita quotidiana delle persone e che l’adattamento diventa concreto.

In questa prospettiva si inserisce l’esperienza degli agricoltori indiani che hanno beneficiato di previsioni meteorologiche a lungo termine basate sull’intelligenza artificiale durante la stagione dei monsoni [1]. Questi strumenti hanno migliorato la capacità di adattamento alle condizioni climatiche mutevoli, dimostrando come innovazione tecnologica e conoscenze locali possano integrarsi efficacemente. Non a caso, la rivista “Nature Climate Change” ha annunciato l’avvio della serie “Solutions in Practice” [7] (partendo dall’esempio descritto precedentemente), dedicata a raccontare iniziative di mitigazione e adattamento che funzionano su diverse scale. L’obiettivo è offrire nuove narrazioni sul clima, capaci di ispirare e motivare, senza negare la complessità e l’urgenza della sfida.

Il testo [1] si conclude con un invito chiaro alla comunità scientifica e alla società nel suo insieme, in un momento in cui la collaborazione internazionale e la pratica scientifica affrontano crescenti ostacoli, i dati, le analisi e le soluzioni prodotte dalla ricerca climatica sono più cruciali che mai. La strada da percorrere è difficile e spesso ingiusta, ma è l’unica disponibile. Riconoscere i successi del 2025 non significa abbassare la guardia, bensì rafforzare la determinazione collettiva. In un mondo segnato da crisi multiple, questi segnali di progresso dimostrano che le scelte politiche, tecnologiche e sociali contano. Il futuro climatico non è predeterminato, ma sarà il risultato delle decisioni che continueremo a prendere, a tutti i livelli, nei prossimi anni.

di Pietro Boniciolli

 

 

 

 

Bibliografia

[1] Successes in climate action. Nat. Clim. Chang. 16, 1 (2026). https://doi.org/10.1038/s41558-025-02546-0

[2] https://www.italiaclima.org/cop30-analisi-italian-climate-network/

[3] https://climate.copernicus.eu/copernicus-2025-course-be-joint-second-warmest-year-november-third-warmest-record

[4] https://www.unicef.org/parenting/mental-health/climate-anxiety

[5] https://highseasalliance.org/treaty-negotiations/

[6] https://www.c40.org/

[7] https://www.nature.com/nclimate/articles?type=solutions-in-practice