03Tentativo di approccio alla ‘musicoterapia’, ovvero: capire cosa voglia dire mettere insieme musica e terapia. Uguale: unire al suono la… medicina? Oppure un generale senso di cura verso un altro essere umano? La definizione digitale del dizionario di medicina Treccani recita: “Utilizzo della musica nella terapia di patologie nervose e mentali”. Le parole messe sul tavolo del bar da Luca Xodo s(u)ono, invece: «Fare musicoterapia è un modo di coltivare una grammatica delle emozioni».

Stare per un’ora e trenta ad ascoltarlo parlare di musica e di musicoterapia abitua ben presto a sentire accostamenti verbali inusuali, come «psicotecnologia anestetizzante» o «connessioni neurali caramellizzate». Luca Xodo, ‘musicoterapeuta’, si riferisce al mondo attorno, ipertecnologico, in cui i social cristallizzano opinioni ed emozioni delle persone. «La musicoterapia è un lavoro a rischio ingaggio emotivo, in controtendenza rispetto alla consuetudine nel diventare, invece, dei risicati emotivi, ché non ci si scandalizza se a due ore di aereo da qui la gente non ha cibo e non può dormire nel terrore di una bomba». Sarà che lavora nelle comunità di recupero e con persone affette da disabilità; sarà che suona con gli anziani, nelle case di riposo, dove si fa «paleontologia neurale ed emotiva. Gli anziani sono i ‘t-rex’ delle emozioni, sono tramonti esistenziali che in qualche modo hanno ancora una verità da mettere sul piatto».

Cosa vuol dire ‘fare musicoterapia’?

«Il tema fondamentale è che si tratta di un dispositivo di cura attraverso la relazione e, ovviamente, la musica. Il termine ‘terapia’ è conflittuale, implica un’invasione di campo medico, oggi riconosciuto. La ‘terapia’ è un modello, trasversale e protocollato, che va oltre il soggetto. La musica invece ha una dimensione culturale nella cura, ha dei picchi emotivi nei quali le persone e soprattutto gli anziani possono rivivere un momento felice. Il termine ‘terapia’ ha una valenza trasversale in termini fisici e medici, mentre la musica entra nel campo della singola persone e della sua cultura».

Una cosa non esclude l’altra. La dimensione culturale della musicoterapia è sempre esistita, ogni epoca ha avuto la propria musica curativa per le memorie emotive delle persone. «La Grecia antica aveva i suoi riferimenti sonori in relazione alla cura, da Asclepio alle baccanali dionisiache, dove la musica interveniva come fenomeno catartico e onirico», ricorda Luca, «mentre in tempi più recenti, nel nostro territorio padovano, già nel 1500 il medico, matematico e musicista Girolamo Cardano attribuiva alla musica un valore di cura».

La musicoterapia moderna è nata invece in America, grazia alla National Association for Music Therapy e la American Association for Music Therapy (fondate nel 1950 la prima e nel 1971 la seconda); qui si è iniziato a lavorare in modo contestuale rispetto alla professione del musicoterapeuta. «Ti porto un esempio personale – ricorda Luca – nel 1995 ero in Australia, a studiare la musica degli aborigeni, uscendo fuori nell’outback per riprodurre mimeticamente i suoni ambientali, imparando a suonare il didgeridoo. A Brisbane leggevo la rivista trimestrale dell’AAM di 10 anni prima, mentre in Italia non c’era ombra di pubblicazione». Il sistema anglofono ha preso quindi piede nel mondo occidentale e in Nord Europa, arrivando in seconda battuta nell’area mediterranea, legandosi poi ai diversi modelli culturali locali.

Come mai hai scelto di fare musicoterapia?

«Mi piaceva fare musica, ma ero un musicante mediocre, non mi sono mai applicato seriamente. Mi sono laureato in psicologia: preferivo lavorare con le persone. Ho fatto una tesi sulla psicologia del ritmo, studiando per un periodo in Francia con Paul Fraisse; all’epoca suonavo il djembe con gli africani. A tal proposito, un altro mio maestro è stato il neuropsichiatra e autore del libro Etnopsichiatria Piero Coppo: con lui sono andato in Africa a studiare i riti di possessione su base musicale su base musicale, quando ancora la differenza era oggetto di studio, non una minaccia da cui guardarsi».

Luca si è occupato sin dagli esordi in Italia della disciplina musicoterapica. «La prima scuola di musicoterapia è nata ad Assisi, poi sono seguite Bologna, Milano, Padova, Roma e Bolzano». È tra i fondatori della scuola padovana, nata nel 1999, insieme a Giovanna Ferrari e Paolo Caneva, con il supporto del professore di sociologia all’università di Padova Ivano Spano. «In Italia, appresa la lezione epistemologica anglofona, abbiamo importato un modo di vedere la musica come terapia e come processo. Dopo trent’anni, stiamo lavorando su questa macrostruttura, dove si distingue un campo neurologico rispetto a quello terapeutico. La disciplina è diventata una branca a sé stante, che lavora a fianco di fisioterapisti e neuroterapisti. Anche in Italia ci si sta allargando alla neurologic music therapy, che vede la musica come strumento di lavoro così preciso, chirurgico e protocollato».

Luca Xodo, però, fa parte ancora di una ‘vecchia’ scuola. Lavora con gli anziani e tra giovani e adulti in ambito psichiatrico. «Quello che cerco è un repertorio musicale, dentro alla storia e alle memorie di ognuno. Non è tanto sapere la canzone, quanto sapere il mondo attorno a quella canzone. E di ascolto. Con gli anziani, per esempio, canto E qui comando io di Gigliola Cinquetti, trascinando i piedi per terra. La canzone e il suono ricordano i tempi del boom economico, quando le nonne erano padrone della casa, e ci si metteva le pattine per non sporcare il pavimento. Quando sentono questi rumori, questi suoni, si svegliano dal torpore della vecchiaia». Nelle comunità, invece, il lavoro è ancora diverso: «Alla Casa del Colibrì facciamo musica con l’acquerello: insieme a Marco Anzovino, le ragazze scrivono canzoni. Con me, prendono le parole più significative e le riportano su carta e colori. Creare una canzone – continua Luca – è un movimento tensionale interno, mentre l’acquerello è distensivo, crea spazio e respiro».

Hai detto prima che ogni epoca ha una propria musica: qual è la musica della tua epoca, e qual è quella di questa epoca?

«Con un fratello di cinque anni più grande, il primo riferimento è stato Jimi Hendrix. Sono passato attraverso il rock, ma la mia passione è diventata il jazz, soprattutto nel periodo legato al bebop, che è stata la più innovativa e difficile da ascoltare, per il me ragazzino 14enne, e però affascinante. Il marchio di un’epoca è l’originalità: se la musica imita, diventa canzonetta. Questo periodo storico è marchiato dalla musica trap: per quanto sia violenta e gretta, esprime un’emozione e dà un significato. Gli imitatori sono solo macchiette, ma cosa esprimono di sé? Almeno la trap tira fuori l’anima, e sarà anche lei motivo di ricordo, in futuro, al 100%».

La musica e la terapia. La domanda iniziale permane: da un lato la melodia e il suono, e dall’altro… la cura? Ma la cura di cosa? Del corpo, della storia e della memoria. Le note sono intrise di ricordi, prendono posto tra un nome, un luogo e un’azione, e continuano a vibrare, nel tempo e nello spazio: forse è questa la ‘grammatica delle emozioni’. Affidare alla musica la propria cura. Sembra una buona, prima lezione, per approcciarsi alla musicoterapia.

 

di Damiano Martin