Ne parliamo con Gian Antonio Benacchio
Professore ordinario di Diritto Privato dell’Unione Europea presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento

 

 

 

Giovani, metodo e disorientamento: perché le etichette non spiegano la violenza

Si tende spesso a ricorrere a etichette come “maranza”, “baby gang”, “branco” per descrivere episodi di violenza giovanile estrema, riferibili in realtà a frange numericamente limitate di adolescenti. Il rischio, però, è che queste categorie narrative finiscano per estendersi impropriamente all’universo giovanile nel suo complesso, confondendo comportamenti violenti e criminali con forme molto diverse di disagio, smarrimento o difficoltà che attraversano oggi una parte ampia delle nuove generazioni.

Si tratta di fenomeni distinti: da un lato, atti di violenza che pongono un problema di sicurezza e di responsabilità; dall’altro, le fatiche cognitive, educative e relazionali di adolescenti che crescono in un contesto di trasformazioni sociali e tecnologiche rapidissime, rispetto alle quali le istituzioni – a partire dalla scuola – fanno sempre più fatica ad offrire strumenti adeguati di orientamento.

«Dire che i giovani siano semplicemente “cambiati” è una semplificazione, una scorciatoia interpretativa: le generazioni cambiano sempre, ed è un processo fisiologico e storico. La vera questione non è il cambiamento in sé, ma la capacità del contesto che li circonda — istituzioni educative, reti familiari, dinamiche sociali — di offrire coordinate adeguate per orientarsi in un mondo diventato più complesso e segnato da trasformazioni rapide e inedite. L’idea di una generazione “più violenta” o meno incline al dialogo e al ragionamento rischia di sovrapporre piani diversi. Gli episodi di violenza estrema riguardano frange limitate. Molti altri adolescenti vivono invece difficoltà di tipo cognitivo, educativo e relazionale, che nulla hanno a che vedere con la devianza, ma molto con il modo in cui oggi si costruisce — o non si costruisce — il pensiero», osserva Gian Antonio Benacchio, ordinario di Diritto privato comparato all’Università di Trento, da sempre attento agli aspetti più umani del rapporto con i suoi studenti.

Non esiste una percentuale ufficiale europea che misuri un rapporto “positivo” o “negativo” con la scuola; esiste però un indicatore significativo delle difficoltà di apprendimento: secondo OCSE-PISA 2022, circa quattro studenti su dieci non raggiungono le competenze minime in lettura, matematica e scienze, mostrando difficoltà nel comprendere testi complessi, interpretare problemi, collegare cause ad effetti.

«Questo dato non descrive la violenza, né tantomeno la spiega automaticamente», precisa Benacchio. «Racconta però una vulnerabilità cognitiva diffusa, che incide sulla capacità di orientarsi, di argomentare, di mediare. È una fragilità che può rendere più esposti alla semplificazione, alla polarizzazione, alla reazione impulsiva, ma che va letta come un problema sistemico, non come una colpa individuale né come una diagnosi generazionale»», continua Benacchio.

La scuola senza struttura

Qui il suo pensiero — di giurista europeo, maestro di metodo prima ancora che di diritto — diventa centrale. Benacchio lo ripete da decenni: lo studio non è accumulo di nozioni, è costruzione di un’architettura mentale. È disciplina del pensiero, non addestramento alla risposta rapida.

«Quando la scuola ha superato l’autoritarismo, ha aperto uno spazio fondamentale di libertà e di inclusione. Non sempre, però, a questa conquista è corrisposta una piena sostituzione con un’autorevolezza riconoscibile e condivisa: a volte si è creato un equivoco tra struttura e rigidità, tra rigore ed esclusione, tra memoria e nozionismo. Ma senza fondamenta, l’autonomia è solo apparente. La libertà senza metodo non emancipa: disorienta», continua il docente.

Tecnologia e intelligenza artificiale: sapere immediato, sapere effimero

L’introduzione massiccia delle tecnologie digitali — e oggi dell’intelligenza artificiale — ha reso l’informazione immediata e onnipresente. Ciò che è sempre disponibile, però, tende a non essere interiorizzato.

Le ricerche internazionali mostrano che un uso intensivo di strumenti digitali può ridurre l’esercizio della memoria di lavoro e della concentrazione prolungata, soprattutto in età evolutiva. Non per incapacità dei ragazzi, ma perché il sistema chiede sempre meno elaborazione e sempre più reperimento rapido.

«Qui cade un altro luogo comune», osserva Benacchio. «I ragazzi di oggi non sono meno intelligenti. Al contrario, pongono più domande, accettano meno il sapere come verità calata dall’alto. Il problema nasce quando trovano solo risposte automatiche, senza adulti capaci di pensare insieme a loro».

La memoria non è scomparsa: è stata svalutata. Ma senza memoria non esiste pensiero critico. E senza struttura, la libertà si trasforma in spaesamento.

Famiglia: presidio ancora forte, ma in grave difficoltà.

La famiglia continua a rappresentare un importante fattore di protezione: la maggioranza degli adolescenti descrive un rapporto positivo con i genitori e riconosce nel nucleo familiare un punto di riferimento affettivo significativo. Questo dato, tuttavia, non esaurisce la complessità. Accanto alle famiglie solide, capaci di coniugare vicinanza e guida, si osserva una fascia intermedia crescente: nuclei presenti nella cura, ma meno attrezzati nell’orientamento; affettivi nel sostegno, ma più incerti nel trasmettere un metodo o nel porre confini condivisi. Non si tratta di un venir meno dell’amore o della presenza, ma di una difficoltà diffusa — culturale prima che individuale — a tradurre la protezione in direzione e la prossimità in autorevolezza riconosciuta.

Quando il contesto familiare fatica a offrire strumenti di orientamento simbolico — non per assenza di affetto, ma per incertezza culturale — alcuni ragazzi cercano altrove forme di riconoscimento e appartenenza. Il gruppo dei pari, il quartiere, la visibilità nello spazio pubblico possono assumere questa funzione in modi diversi, spesso innocui, talvolta conflittuali.

Le cosiddette baby gang vanno lette con cautela: non come espressione tipica dell’adolescenza contemporanea, né come esito diretto delle difficoltà educative diffuse, ma come fenomeni circoscritti, in cui il bisogno di regole, identità e riconoscimento assume forme distorte e violente. Confonderle con il disagio ordinario rischia di oscurare entrambe le realtà.

Società: regole efficaci solo con un patto condiviso

Di fronte ai preoccupanti fenomeni giovanili, la società istintivamente tende a chiedere più ordine. È una reazione comprensibile, ma non sufficiente a spiegare né a risolvere il quadro. Le regole funzionano davvero quando sono percepite come legittime e ragionevoli, non solo quando sono presidiate dalla sanzione o dalla deterrenza. «In questo senso l’Italia, come molte democrazie mature, mostra al tempo stesso zone di tensione e punti di forza: da un lato una tendenza storica a concentrare sulla scuola aspettative educative molto ampie, dall’altro una ricca trama civica e comunitaria — associazioni, volontariato, reti di prossimità — che continua a offrire spazi di crescita e di partecipazione», chiosa Benacchio.

Quando questi spazi funzionano, la devianza diminuisce. Non per magia, ma perché i ragazzi trovano luoghi in cui contare senza distruggere.

In un mondo in cui l’informazione è ovunque e la risposta è immediata, ciò che rischia di mancare non è l’accesso ai contenuti, ma l’accesso a un confronto che costruisca metodo: l’abitudine a distinguere, a ricordare, a collegare, a tenere insieme.

Benacchio direbbe — e lo ha ripetuto in mille modi durante la sua lunga carriera di docente universitario— che senza metodo non c’è libertà, ma solo reazione. E ha ragione.

«Continuare a usare etichette come “maranza”», conclude Benacchio, «non aiuta a comprendere né la violenza minoritaria né le difficoltà diffuse di una generazione che cresce in un contesto complesso. Più costruttivo è rafforzare il senso dello studio come processo, il ruolo dell’apertura al dialogo e il valore del pensiero come condizione di autonomia reale».

di Isabella Zotti Minici