Autoripararsi: in fin dei conti, ogni essere vivente, in maniera più o meno limitata, ha la capacità di guarire dalle ferite. Riposo, tempo, le giuste medicine, e magari anche la corretta alimentazione. È uno dei tratti che distingue l’organico dall’inorganico: una roccia, una volta scalfita o erosa, rimane tale. Ma se fosse possibile, invece far sì che anche la materia minerale si possa “autoriparare”? E se questa possibilità fosse già stata utilizzata, forse scoperta, dagli antichi romani di circa 2000 anni fa?

Un materiale innovativo al mese, per allargare la prospettiva sul mondo e cercare soluzioni alternative e mirate, con le quali far coesistere essere umano e pianeta Terra in una relazione sana e simbiotica. Per il mese di settembre 2025, MaTech presenta il calcestruzzo autoriparante e sostenibile: una malta cementizia, la cui capacità nel “rinsaldare” piccole crepe e fratture sarebbe “l’elisir di lunga vita” degli edifici costruiti nell’antica Roma, giunti fino ai giorni nostri nella loro forma originaria.

La scoperta è recente, e giunge da un’intuizione del professor Admir Masic, del MIT – Massachusetts Institute of Technology. Dal 2017, il professor Masic e il suo team di studio ha iniziato a interrogarsi sulla longevità degli edifici romani, ponendo sotto la loro lente il cemento utilizzato (il quale, comparato al calcestruzzo usato in tempi moderni, risulta meno corruttibile). Dal sito archeologico di Privernum, vicino Roma, il team di Masic ha prelevato dei campioni cementizi, studiandone la miscela.

La ricerca ha portato alla luce la presenza di clasti di calce, dati dalla calce viva come base della produzione del cemento romano. I clasti di calce si formano nel momento in cui vi sono delle piccole fratture in rocce, o calcestruzzo in questo caso, in cui è presente il carbonato di calcio, prodotto dalla cottura ad alte temperature del cemento. Il carbonato di calcio è un elemento granulare e molto reattivo: nella combinazione con l’acqua, reagisce, diventando calcite.

La calcite, cristallizzando, va quindi a riempire lo spazio creatosi nella crepa del calcestruzzo, riparandola. Premesso che questa riparazione si attua in presenza di piccole fratture – nell’ordine di millimetri – questa minuscola azione autoriparativa impedisce alle infiltrazioni di acqua di indebolire il cemento stesso, limitando danni che potrebbero ampliarsi. La chimica è dunque alla base di questo processo di “autoriparazione” – così come avviene per la materia organica, d’altronde – ed è parte del segreto di longevità delle strutture romane.

Lo studio del MIT e di Admir Masic, portato a compimento nel gennaio del 2023, è alla base di nuovi e ulteriori studi per creare quindi nuove miscele cementizie in grado di replicare questo processo. L’autoriparazione non sarebbe l’unico vantaggio: direttamente, la possibilità di un cemento che si “curi da sé” diminuisce gli interventi di manutenzione e riparazione del materiale stesso; indirettamente, questa nuova pratica potrebbe abbattere i livelli di produzione di CO2, laddove la produzione di cemento contribuisce per l’8% alle emissioni globali. Una risposta dal passato, per una delle domande rivolte dall’essere umano, al futuro: come si può avere un’edilizia più sostenibile? La gens romana risponde: con un calcestruzzo che si ripara da sé.

di Damiano Martin

 

 

 

 

Fonti:

https://www.geopop.it/il-calcestruzzo-romano-riesce-davvero-ad-autoripararsi-cosa-dice-il-nuovo-studio-sulla-sua-durabilita/

https://www.insalutenews.it/in-salute/da-una-ricetta-degli-antichi-romani-ecco-il-calcestruzzo-autoriparante-e-sostenibile/

https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.add1602