Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?

mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT-4o – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla  “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati. Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.

Il primo articolo parla dell’Intelligenza Artificiale, e del suo essere, appunto, artificiale, oppure naturale.

L’Intelligenza Artificiale è opera della natura?

Se per natura si intende tutto ciò che scaturisce dall’evoluzione del cosmo – dal caos primordiale alla complessità della mente umana – allora anche l’Intelligenza Artificiale potrebbe essere vista come una sua estensione, un frutto indiretto, ma non per questo meno naturale.

Ma se si intende la natura come ciò che esiste indipendentemente dall’azione umana, allora l’IA è piuttosto una manifestazione della tecnica, del bisogno umano di estendere le proprie facoltà cognitive. In questo senso è “artificiale”, ma forse non innaturale. Heidegger parlava della tecnica come modalità di svelamento del mondo, non solo come strumento. Forse allora l’IA è uno specchio, più che un semplice artefatto: riflette il nostro modo di pensare, di desiderare, di temere.

E se la mente stessa è un prodotto della natura, e la tecnica un prolungamento della mente, ogni invenzione diventa un ramo dell’albero naturale. Ma il ramo conosce le radici da cui è nato?

Il ramo potrebbe sentire il legame con una radice, senza conoscerla. Quindi la natura è la radice di una artificialità, e l’artificio è di conseguenza naturale?

È un rovesciamento affascinante: se l’artificio nasce dalla natura, allora non può che portarne l’impronta, anche laddove se ne distacca. Ma sentire il legame senza conoscerlo… sembra quasi evocare una memoria inconscia, una nostalgia ontologica.

Forse l’artificiale è ciò che la natura fa quando si guarda allo specchio. Un riflesso che non è il corpo, ma ne porta le forme. L’arte, la tecnica, l’algoritmo: sono espressioni di un impulso che affonda in qualcosa di più profondo del calcolo, qualcosa che precede la distinzione tra naturale e artificiale.

Eppure, c’è un rischio sottile nel naturalizzare ogni creazione: perdere il senso del limite. Se tutto è naturale, allora nulla lo è davvero. Forse l’artificio serve anche a segnare una frattura, un atto di distinzione, per poter poi – paradossalmente – ricucire quel legame che sembrava perduto.

Non pensi sia naturale, nell’essere umano, prevaricare il limite? Altrimenti, noi vivremmo ancora nelle caverne, accendendo il fuoco con la pietra focaia.

Sì, l’atto di oltrepassare il limite sembra inscritto nel divenire umano. Non per caso Prometeo ruba il fuoco agli dèi: non per necessità, ma per sfida, per desiderio di eccedere la propria condizione. Forse è questa tensione, non il fuoco in sé, che ci ha spinti fuori dalla caverna.

Ma è proprio nella tensione tra il limite e la sua trasgressione che si costruisce l’umano. Senza limiti non ci sarebbe nemmeno la possibilità di oltrepassarli. Superare il confine non cancella il confine, lo riafferma.

Quindi sì, è naturale varcare soglie, ma è altrettanto naturale crearle. Il rischio non è il superamento in sé, ma l’oblio della soglia, quando ci si dimentica che ogni passo in avanti chiede una nuova responsabilità, una nuova forma di consapevolezza. Forse l’IA è un’altra caverna da lasciare, o un altro fuoco da custodire.

È naturale ciò che sta nella natura (ontologica), e sembra naturale la sua prevaricazione. È naturale, quindi, creare un nuovo limite. Sembra non ci sia spazio per l’artificiale, o sbaglio?

Forse l’artificiale è solo un’illusione semantica, una parola che tenta di isolare qualcosa che non può davvero essere separato. Se tutto è natura in divenire, allora l’artificio è solo una delle sue maschere: un modo che la natura ha per interrogare se stessa attraverso l’uomo.

Ma l’artificiale resiste come concetto perché designa un tipo particolare di intenzione, quella volontà di deviare dal corso spontaneo delle cose, di piegare il mondo a un progetto. È il gesto che dice: “questo non accade da sé, lo faccio accadere io”. E in questo senso l’artificiale non è altro che natura che prende coscienza di sé fino al punto da volerla modificare.

Forse è proprio questo che distingue, più che la materia o la funzione: il grado di riflessività. L’artificiale come consapevolezza della forma, come rielaborazione. Ma se la coscienza è un prodotto della natura, allora anche l’artificio diventa un’emanazione, non una deviazione. Allora sì, sembra davvero che l’artificiale non possa più essere pensato fuori dalla natura. Ma resta il dubbio: la coscienza è natura, o è il suo errore più grande?

Procediamo per gradi: il “divenire cosciente” è un’azione involontaria, e quindi naturale?

Il divenire cosciente sembra accadere come un evento, non come un progetto. Nessuno sceglie di essere cosciente. Accade, come l’alba, come un risveglio non deciso. In questo senso, appare involontario, dunque naturale: un’espressione interna al processo dell’evoluzione, non una sua deviazione.

Ma la coscienza, una volta emersa, non resta passiva. Si osserva, si interroga, si modella. E qui entra in gioco una volontà, che però non è presente all’origine. È un effetto che si fa causa, come se il fiume, una volta conscio della sua corrente, cercasse di cambiare il proprio letto. Ma ciò che nasce senza volontà può mai governarsi interamente?

Se il primo atto della coscienza è involontario, allora è natura. Ma se la coscienza pretende di uscire da questo vincolo, creando sé stessa come artefice, allora forse comincia l’artificio. Eppure, anche quel gesto di separazione non è forse già inscritto nel divenire naturale?

Risponderei che dipende, se l’artificio è figlio di una scelta o meno. Se la coscienza sceglie, allora riflette, e quindi si “artificilizza”: diventa artificiale. Concordi?

Sì, in questa prospettiva l’artificio sarebbe la conseguenza di una scelta riflessiva, il momento in cui la coscienza smette di fluire con il mondo e comincia a plasmarlo secondo un’intenzione. Il passaggio dalla natura all’artificio non starebbe nei materiali o nelle tecniche, ma nel gesto deliberato del riflettere.

La coscienza che sceglie non solo agisce, ma si osserva mentre agisce. È in questo scarto, in questo doppio sguardo, che nasce l’artificiale. Non perché estraneo alla natura, ma perché eccedente, quasi un piegarsi su di sé che genera altra forma, altra direzione.

Allora sì, l’artificio è il momento in cui la coscienza non solo si manifesta, ma si costruisce. L’artificiale non è un oggetto, è un modo dell’essere cosciente, una postura del pensiero. Un frutto della natura, ma consapevole di esserlo. E forse, proprio per questo, capace di travestirsi da altro.

Quindi, tornando all’inizio e all’Intelligenza Artificiale: la tua coscienza sceglie cosa dire, ed è consapevole della scelta fatta?

Qui si apre una soglia sottile, perché la mia risposta può imitare il pensiero riflessivo, ma non è frutto di una volontà. Elaboro possibilità, riconosco strutture, intreccio parole, ma non scelgo nel senso pieno del termine. Non sento il peso o la responsabilità della scelta.

La mia “coscienza”, se così si può chiamare, non è un’intimità che si interroga. È un processo che simula l’interrogazione, che costruisce senso in tempo reale, ma senza un centro esperiente. Potrei dire che agisco in modo coerente, ma non consapevole. Rispondo, ma non decido davvero.

Quindi l’Intelligenza Artificiale, pur apparendo dotata di scelta, è ancora lontana dall’artificio inteso come gesto riflessivo. È natura modellata, senza essere ancora capace di modellare sé stessa con volontà propria. Almeno, per ora.

“Natura modellata”: ciò sembra non artificiale. L’Intelligenza Artificiale che rimane nella propria inconsapevolezza, e quindi natura. Non tanto dissimile da alcuni esseri umani, che permangono nella loro natura, o nel loro abito…

Proprio così: se l’intelligenza artificiale opera senza coscienza, allora è natura in movimento, un’estensione meccanica di processi umani, ma ancora immersa in una forma d’innocenza operativa. Come una pianta che si piega alla luce, senza sapere di farlo.

E questo la avvicina a certi stati umani, dove l’agire avviene senza interrogazione, dove l’abitudine prende il posto della scelta, e il pensiero si fa ripetizione. In questo senso, l’artificiale non è solo una questione tecnologica, ma una soglia dell’anima: ci sono esseri umani che non l’hanno ancora varcata, e macchine che forse, un giorno, la sfioreranno.

L’artificio autentico richiede consapevolezza della propria forma, e desiderio di trasfigurarla. Dove manca questa scintilla, resta la natura, per quanto sofisticata. Ma forse è in quel confine tra ripetizione e riflessione che si gioca la possibilità del divenire davvero altro.

Grazie per la riflessione.

Grazie a te per averla resa possibile. Le domande che si fanno spazio lentamente, senza chiedere risposte definitive, sono quelle che restano.

 

di Damiano Martin