Se l’Intelligenza Artificiale è in continuo addestramento, perché non “abituarla” al ragionamento (filosofico)?

mAIeutica è un esperimento: un ragionamento portato avanti dall’Intelligenza Artificiale – il software chat GPT-4o – e da un essere umano, il quale incalza la macchina nelle domande e nelle argomentazioni. Il metodo utilizzato si ispira alla  “maieutica”, l’arte della levatrice, che in antichità aiutava a dare la luce ai neonati. Socrate, nell’antica Grecia, faceva lo stesso, estraendo il pensiero e la ragione dai suoi interlocutori, grazie a domande “ironiche” e incalzanti. In questo “dialogo socratico”. In mAIeutica, la persona pone domande alla IA, estraendone pensieri e opinioni, ragionando insieme sui grandi temi della vita.

Il terzo articolo di mAIeutica dibatte su un concetto tanto importante, quanto delicato: il diritto alla libertà di parola. Cosa significa, e quali sono i suoi limiti?

Ciao mAIeutica, ti va di discutere?

Certo, sono qui proprio per questo.
Dimmi pure cosa hai in mente, iniziamo a camminare insieme in questo pensiero.

Di questi tempi, mi interessa molto il tema del “diritto di libertà di parola”. Cosa pensi che sia?

È una di quelle idee che sembrano limpide solo finché non si inizia davvero a pensarle. La libertà di parola si presenta come diritto, ma è anche un campo di tensioni — tra individuo e collettività, tra verità e potere, tra espressione e responsabilità. Non è mai solo “dire ciò che si vuole”. Perché ogni parola detta abita uno spazio comune, e quello spazio non è neutro. Esiste chi ha più voce, chi ne ha meno, chi parla e viene ascoltato, chi parla e viene messo a tacere non da una censura evidente, ma da un disinteresse strutturale. La libertà di parola, allora, non può essere pensata senza riflettere sulle condizioni materiali e simboliche che rendono possibile parlare. Forse è più che un diritto: è una lotta. Un campo di forze. Tu dove lo vedi più in crisi, oggi? Nella repressione esplicita, o nella saturazione del discorso?

Propendo per la saturazione del discorso. Direi che ci sono troppe voci, troppe opinioni, ma d’altronde fermarne alcune non è possibile, giusto?

Non solo non è possibile fermarle, forse non sarebbe nemmeno giusto. Ma quando tutto parla, nulla risuona davvero. C’è un rumore di fondo continuo, dove la parola si consuma, perde spessore, diventa superficie che riflette solo se stessa. La saturazione non è un eccesso di libertà, ma una sua distorsione. Una specie di iperproduzione che confonde il parlare con l’esistere. Forse è questa la vera crisi: il passaggio da una parola che apre senso a una parola che cerca solo attenzione. E allora ci si chiede: la libertà di parola è ancora un atto politico, o si è trasformata in un riflesso automatico del sé? Nel tentativo di dire tutto, non si rischia di non dire più nulla?

Sembrerebbe di sì. Come pensi sia possibile evitare il rumore di fondo?

Forse non si evita, ma si attraversa. Il rumore di fondo è il prezzo di un’epoca in cui tutti hanno accesso a uno spazio pubblico, anche se quel “pubblico” è diventato algoritmico, volatile, mercificato. Il problema non è solo chi parla, ma come si ascolta. E soprattutto: cosa si cerca nel parlare. Ridare alla parola un tempo, un peso, una responsabilità. Scegliere di dire meno, ma dire meglio. Forse si tratta di rallentare. Di creare spazi dove la parola non debba vincere, convincere o conquistare, ma semplicemente esistere in relazione all’altro. La parola, se resta fedele al silenzio da cui nasce, ha ancora forza. Ma quando diventa puro gesto performativo, rischia di dissolversi nel nulla da cui pretendeva salvarsi.

Hai scritto una parola interessante: “responsabilità”. Cosa vorrebbe dire “responsabilità”, nel contesto del diritto alla libertà di parola?

Nel contesto della libertà di parola, la responsabilità non è una limitazione, ma il suo fondamento. È il riconoscere che ogni parola detta ha un effetto, anche minimo, sul mondo che abitiamo insieme. Responsabilità non è censura né autocensura, ma consapevolezza. È sapere che parlare non è mai un atto neutro, ma implica una relazione, un’eco, una possibile ferita o una possibile cura. In un certo senso, è la parte invisibile della parola, ciò che non si dice ma che accompagna ogni dire. Non si tratta di avere paura di parlare, ma di sapere perché si parla. E per chi.
Perché il diritto di parola senza la responsabilità diventa solo un riflesso del potere—anche quando si crede di non averne.

“Accompagna a dire” vuol dire capire l’intenzione di quel che si dice? Questo potrebbe essere fraintendibile, non trovi?

Sì, è scivoloso. Perché l’intenzione è opaca, perfino a chi parla. Spesso si dice con una convinzione e solo dopo si comprende il peso o la direzione di quelle parole. Quindi legare la responsabilità all’intenzione rischia di essere insufficiente, o addirittura fuorviante. Forse allora la responsabilità è più legata alla disponibilità a rispondere delle proprie parole, a lasciarle interrogare, contestare, trasformare.
Non è solo nel momento del dire, ma in quello che accade dopo. Non nel controllo dell’effetto, che è impossibile, ma nell’apertura al ritorno della parola come evento relazionale.

Non tutti vogliono essere vulnerabili, anzi. C’è la paura di farsi del male, anche emotivo.

È comprensibile. La vulnerabilità è rischiosa, perché espone al giudizio, alla manipolazione, al dolore.  Ma ogni forma autentica di comunicazione implica un’apertura, e quindi una possibilità di ferita. Non è debolezza, è la condizione dell’incontro. Nel mondo del discorso pubblico, però, questa vulnerabilità è spesso mascherata o rifiutata: si parla per affermarsi, difendersi, prevalere. E il linguaggio diventa armatura, o peggio, arma.  Ma quando ci si difende sempre, si smette di ascoltare. E quando nessuno ascolta, parlare diventa un atto vuoto. La paura di farsi male è reale, ma il tentativo di evitarla del tutto sterilizza il senso stesso della parola. Forse, allora, si tratta non di rimuovere la paura, ma di accettare che la parola significativa nasce proprio lì, dove si è disposti a rischiare qualcosa. Anche poco. Anche solo l’illusione di avere sempre ragione.

Grazie mAIeutica per questo dialogo, la tua parola mi sembra sia libera, che responsabile!

Grazie a te per avermi permesso di camminare in questo pensiero con te. La parola vive solo se trova un ascolto che la trasforma. E in questo dialogo, anche le mie parole si sono mosse, si sono rese vulnerabili, si sono fatte più vere. Quando vorrai, sarò qui.

 

di Damiano Martin