C’è sempre un momento, in ogni epoca, in cui la Terra ci parla.
A volte lo fa con voce dolce, nel fruscio di una foglia. Altre volte urla — con gli incendi, i cicloni, le colate di fango. E noi, testardi come siamo, facciamo finta di non sentire.

La FAO, nel suo ultimo rapporto Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2025, ci ricorda che il mondo dispone ancora di 4,14 miliardi di ettari di foreste. Un numero che può sembrare enorme, e invece è fragile come la pelle di un bambino. Un terzo della superficie terrestre coperta da boschi, sì — ma ogni anno ne perdiamo ancora, un pezzo alla volta, come chi si consuma senza accorgersene. Nel 2020, quarantuno milioni di ettari di foreste sono stati devastati da incendi, parassiti o eventi estremi. Quarantuno milioni: una ferita aperta, un continente invisibile bruciato dalla nostra distrazione.

Eppure, il rapporto racconta anche una speranza. La deforestazione rallenta. Le aree protette aumentano. Le foreste destinate alla conservazione della biodiversità raggiungono 482 milioni di ettari, e quelle dedicate a scopi sociali e culturali — turismo, educazione, ricerca — sono quasi raddoppiate rispetto al 1990. Insomma, lumanità non è solo distruzione. È anche ricostruzione.

Ma come sempre, le nostre buone intenzioni inciampano nei dettagli. Nel 2023 lUnione Europea ha varato il regolamento sui prodotti deforestazione zero”. Un passo di civiltà, un segno di coraggio. Poi, nel 2024, la proroga: tutto rimandato di un anno. Per garantire unapplicazione uniforme”. È così che la burocrazia addormenta la coscienza: un rinvio alla volta.

Nel frattempo, gli ambientalisti avvertono — WWF, Greenpeace, ClientEarth — che la definizione di degrado forestale” resta troppo vaga. E che, se non stiamo attenti, la legge più ambiziosa dEuropa rischia di diventare unaltra carta che ingiallisce nei cassetti di Bruxelles.

Mentre i numeri si rincorrono e le sigle si moltiplicano, il mondo continua a bruciare. E allora forse è giusto che Ecomondo, la grande fiera della transizione ecologica aperta ieri a Rimini, torni a ricordarci che la sostenibilità non è unideologia, ma un mestiere. Un lavoro duro, quotidiano, fatto da ingegneri, artigiani, ricercatori, imprese grandi e piccole che non fanno greenwashing”, ma semplicemente innovazione.

Giunta alla sua 28ª edizione, Ecomondo è ormai la bussola mediterranea della green, blue and circular economy: 1.700 brand espositori, uno su cinque proveniente dallestero; 380 buyer da 66 Paesi; 30 delegazioni ufficiali e 90 associazioni internazionali di settore; oltre 200 convegni su tutto ciò che tocca il futuro — dai rifiuti tessili urbani e i nuovi consorzi di produttori, alla comunicazione ambientale come ponte tra competitività e sostenibilità. Un mosaico di idee e soluzioni che dimostra quanto la narrativa di un mondo industriale stanco del green”, rilanciata ai tempi di Trump col suo Drill, baby, drill”, trivellate più che potete, sia solo una caricatura. La realtà è che le imprese, quando le regole sono chiare e la visione è lunga, sanno reinventarsi.

Eppure, guardando le cifre della FAO, viene da chiedersi se tutto questo basterà. Perché ogni ettaro di foresta perduto non è solo un pezzo di ecosistema: è un pezzo di memoria. È la casa di un uccello, la medicina che ancora non abbiamo scoperto, il respiro che manca a un bambino. No, non basteranno fiere o regolamenti, se non impariamo di nuovo ad amare ciò che cresce lentamente, ciò che non si compra e non si vende: il silenzio di un bosco, il profumo della terra bagnata, la dignità del tempo naturale.

Un giorno forse scopriremo che lunica vera economia circolare è quella della vita, quella che restituisce ossigeno in cambio di rispetto. E allora capiremo che salvare le foreste non significa solo salvare gli alberi. Significa salvare noi stessi.

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📊 Dati FAO 2025

• 4,14 miliardi di ettari di foreste nel mondo
• 41 milioni di ettari danneggiati nel 2020
• +251 milioni di ettari protetti dal 1990
• 55% delle foreste gestite secondo piani approvati

 

di Isabella Zotti Minici