C’è un’Italia che non si vede nei talk show, che non fa tendenza su Instagram e che non si perde in convegni pieni di sigle. È l’Italia piegata sui banchi di lavoro, capace di trasformare un pezzo di ferro, una stoffa, un blocco di vetro in un prodotto che il mondo intero ci invidia.
È l’Italia dell’artigianato manifatturiero, quella che sta tenendo in piedi il Paese nella crisi. I numeri sono testardi: 1,1 milioni di imprese artigiane attive in Italia, quasi il 33% del totale imprenditoriale. In Veneto, laboratorio naturale di manifattura, le aziende artigiane sono circa 121 mila.
Cinquemila in meno rispetto a cinque anni fa, ma chi è rimasto non solo resiste: esporta. Nel 2022 il Veneto ha spedito all’estero beni manifatturieri per 79,5 miliardi di euro. Un +36% rispetto al 2020. Il punto è che questa forza ha a che fare con la sostenibilità. L’artigiano non pensa alla produzione di massa, all’usa e getta. Pensa al tempo lungo: materiali che durano, filiere corte, rispetto della materia. È un DNA che si ritrova nei distretti veneti: dal vetro di Murano al mobile trevigiano, dall’occhialeria bellunese al tessile vicentino.
Non prodotti qualunque, ma oggetti che incorporano etica e bellezza. Il paradosso è che proprio questa artigianalità, spesso liquidata come “vecchia”, si rivela la più moderna, perché anticipa la domanda globale di prodotti sostenibili.
E perché, dentro le aziende, c’è un ricambio generazionale che porta nuove idee senza dimenticare la tradizione. Per capire come la vedono le nuove generazioni, abbiamo incontrato Erika Canton, 42 anni, HR Manager di FIMIC, azienda padovana che da oltre mezzo secolo sviluppa tecnologie per il riciclo. «Sono una donna fortunata e grata alla vita. Una persona curiosa, che non si accontenta mai. Sono arrivata in FIMIC a gennaio 2020 come assistente commerciale e poi mi sono occupata di organizzare viaggi, proprio mentre esplodeva la pandemia. Verso la fine del 2022, Erica – una delle titolari – mi ha fatto una proposta inaspettata: diventare HR Manager. Non esisteva ancora questa figura in azienda, significava creare un reparto da zero. Mi ha entusiasmato da subito e da allora è stata una crescita graduale, intensa.»
Che cosa ti ha colpito quando sei arrivata in azienda?
«All’inizio eravamo una ventina di persone. Mi colpì la passione vera che teneva insieme tutti. Oggi siamo triplicati, ma quella voglia di fare bene non è cambiata. La sfida è stata mantenere l’identità nel cambiamento.»
Lavorare nelle risorse umane in una realtà che cresce è più un’opportunità o una responsabilità? «Entrambe. La crescita porta nuove figure e nuove sfide. Il mio compito è mantenere il clima positivo, ascoltare, creare fiducia. È la parte più artigianale del mio lavoro: scolpire relazioni, non solo processi.»
Qual è stata la sfida HR più complessa che hai affrontato?
«La riorganizzazione interna, in un momento di grande crescita. L’impatto sulle persone è stato forte. Con la proprietà abbiamo scelto la trasparenza: one to one, riunioni trimestrali, ascolto continuo. È stata dura, ma ha funzionato.» In un settore tecnico come il vostro, come si attraggono i giovani? «Quando racconto ai candidati che qui non costruiamo solo macchine ma riduciamo l’inquinamento, vedo brillare i loro occhi. La sostenibilità è la chiave che attira i giovani talenti. Vogliono dare un contributo concreto e sono molti di più di quello che si possa pensare.»
Come cambia l’approccio HR quando un’azienda familiare diventa una PMI strutturata? «All’inizio le relazioni sono dirette, i processi informali. Crescendo, serve strategia: recruiting strutturato, procedure chiare, comunicazione tra reparti. Ma senza perdere la cura delle persone.»
C’è un progetto che ti rende orgogliosa? «L’onboarding. L’abbiamo creato da zero: un percorso che accompagna i nuovi colleghi nei primi mesi, con formazione e feedback. Ha migliorato integrazione e retention. Sentire qualcuno dire “mi sono sentito subito accolto” è impagabile.»
Quali sono le soft skill più importanti oggi per chi lavora in HR? «Ascolto attivo, intelligenza emotiva, flessibilità. Ma anche capacità decisionale ed equilibrio tra persone e business. E poi curiosità: se smetti di imparare, smetti di evolvere.»
Come immagini il tuo ruolo in FIMIC tra cinque anni? «Un ruolo più strategico, punto di riferimento per lo sviluppo delle persone. Vorrei un ambiente sempre più stimolante, attento al benessere. Credo che questa sia la vera continuità dell’artigianato: passare saperi, creare legami, non smettere mai di innovare.»
E che consiglio daresti a un giovane che sogna di fare l’HR Manager? «Coltiva curiosità. Osserva, ascolta, vivi gli uffici. L’HR non è teoria: è fatto di persone reali, con bisogni e sogni. Ogni colloquio, ogni email, persino un sorriso può cambiare la vita di qualcuno.»
Ecco la lezione: l’Italia non si salva con i grandi piani industriali o le scorciatoie finanziarie. Si salva con le mani e le teste degli artigiani. Con chi lavora pensando alla durata, non all’obsolescenza. Con chi sa unire esperienza e gioventù, come racconta Erika.
Perché, alla fine, l’artigianato è questo: un atto di resistenza e insieme di speranza.