L’intuizione è caduta dal pixel – pardon, dal cielo – in un anonimo pomeriggio di gennaio, in compagnia di una notizia tanto mesta quanto perentoria: MTV ha chiuso i suoi canali musicali nel Regno Unito. La ragion d’essere per la quale, il 1 agosto 1981, andava in onda Video Killed the Radio Star dei The Buggles, lo scorso 31 dicembre 2025 ha smesso di esistere, soppiantata dalla tecnologia e dai nuovi canali di trasmissione (YouTube e Spotify). Per chi scrive, MTV era già finita da un pezzo; ma la notizia ha decretato l’ineluttabile fine spirituale e la consegna agli imperituri ricordi dei vari Pure Morning, HitList Italia, TRL e via cantando.

L’intuizione non sta qui, e nemmeno nell’altra notizia che ha fatto seguito alla prima: tale @flexsaurusrex ha ricreato da subito l’MTV che fu nel sito MTVRewind, all’url di wantmymtv.xyz/player.html. L’ingresso è libero, con possibilità di sostenere il progetto “al costo di un caffè”: il sito funge da archivio a 35.000 minuti di video musicali divisi per decennio. Basta fare la propria scelta, ed ecco nuovamente calati nel frullatore videomusicaledegli anni d’oro (a ognuno i loro). No, l’intuizione è un’altra, ovvero: la ricerca, quasi ossessiva, dei bei tempi che furono.

Questo moto verso il passato ha un nome, dal punto di vista storico e artistico; o almeno, questa ci insegna la scuola dell’obbligo. Si chiama “Classicismo”: il periodo nel quale gli esseri umani guardano indietro, al mondo della generazione precedente, assurto a modello al quale aspirare e farsi ispirare. Per fare un breve excursus confuso degli ultimi mille anni in cui questo è avvenuto: il ripristino di un ideale Impero romano, la ripresa di certi moti artistici – vedasi Neoclassicismo – i periodi di Restaurazione di uno status quo pre-rivoluzionario… la Storia sembra un pendolo, vista da qui, che oscilla tra conservazione e rivoluzione.

Il confine non è così netto, anzi, ma le forze in tensione permangono, soprattutto nella nostra epoca ultraveloce, nella quale è difficile distinguere, nel pot-pourri di arti, discipline, movimenti, innovazioni e stagnazioni, una tensione univoca da un lato o dall’altro. Ma nella dimensione pop – intesa come “popolare” – l’inclinazione sembra decisamente verso un nuovo “classicismo”. Prendiamo, ad esempio, la forma d’arte che, per cifre economiche mosse e impatto sulla massa, è stata la regina dell’ultimo secolo: il cinema. Da un lato i film, dall’altro le serie TV. Si è appena concluso il fenomeno mediatico Stranger Things, che ha fatto le fortune di Netflix (superando il miliardo di ore visualizzate, per dare una cifra fra tante) e ha monopolizzato il mondo degli influencer e delle sponsorizzazioni cross-mediali di altri programmi televisivi. Al netto della qualità del prodotto, che qui non ci interessa sondare, Stranger Things è stata soprattutto una grande “operazione nostalgia” di recupero degli anni Ottanta, delle sue atmosfere, dei generi cinematografici, delle canzoni. Questo, epoco altro.

La stessa operazione si può attribuire alla Marvel Cinematic Universe, la quale ha impiegato solo sette anni, suppergiù, a richiamare quasi per intero il cast che ha fatto le fortune della “casa del fumetto” nella scorsa decade e dopo il flop rimediato nell’ultimo lustro. Ragioni economiche, perlopiù, per le quali però non è stata scelta la strada di una forte innovazione, ma piuttosto di una restaurazione, affidandosi al solido passato. Tralasciando i casi specifici, e rimanendo sempre nel mondo del mainstream, il grande cinema che muove le mosse fatica a trovare sia nuove storie – e ci mancherebbe – sia nuove strutture, nuovi modi di narrare. Ciò che cambia costantemente è la tecnologia, ed è forse proprio l’innovazione tecnologica a dettare il ritmo del cambiamento, e quindi dell’innovazione.

Più che una serie di argomenti solidi e insindacabili, questo articolo vorrebbe essere, nella sua umiltà, una spinta a una riflessione più profonda. Perché questo continuo e persistente “effetto nostalgia”? Banalmente, perché piace: il passato sembrerà sempre un po’ migliore rispetto al presente, per il semplice fatto di essere qualcosa di conosciuto, assodato e non modificabile. Le belle memorie permangono, e a queste ci si appella quando si vuole riprovare le stesse emozioni. Cercando di fare breccia in un campo più “epistemologico”, è possibile azzardare un’altra ipotesi: i campi dello scibile umano sono talmente ampi e talmente vasti, che risulta difficile raggiungere i limiti di conoscenza di una disciplina o dell’altra e poi ampliarli. Quanta dedizione, quanta ossessione serve per sapere tutto di un dato argomento? Quanti libri serve leggere, quanti dipinti fare, quante pellicole da consumare, prima di giungere a uno spostamento dei limiti, e quindi della conoscenza e dell’innovazione?

Forse tutto questo è dato veramente da un ritmo dettato dalla tecnologia: dalla tavoletta di cera alla penna d’oca alla sfera, dalla tela al digitale, dalla lira al sintetizzatore elettronico. E allora, provando a giocare agli storici, o ai critici d’arte, verrebbe da dirci che siamo giunti, almeno da un quarto di secolo a questa parte – giusto per dare una convenzione – in una nuova epoca: il Tecnoclassico. Un periodo storico nel quale la tecnologia è applicata nel mondo dell’arte e della cultura al recupero dei bei tempi, riproponendo le stesse storie, le stesse modalità di racconto, ma con strumenti via via più sofisticati. In attesa che, da quale parte, la rivoluzione esploda, dalla nicchia di uno scantinato al resto del mondo. Nel frattempo, noi rimarremo in attesa, davanti a uno schermo, a sorbirci la nostra video-rotazione. E buon Tecnoclassico a tutti.

di Damiano Martin