All’interno de Le Village di Credit Agricole c’è una startup innovativa, DonQ, che lavora per realizzare soluzioni tecnologiche di alto profilo e con elevato impatto sociale. Paolo e Federico, che l’hanno fondata, hanno deciso di mettere assieme le proprie competenze verticali per fondare una realtà che ha nel suo logo il mulino simbolo dell’uso positivo della tecnologia.

Partiamo dal nome, come mai avete scelto DonQ?

Il nome richiama Don Chisciotte che combatteva contro dei mostri che vedeva nei mulini a vento, così la nostra realtà lavora per clienti che vedono nella tecnologia degli ostacoli che non riescono a superare. Il nostro focus è fare in modo che l’innovazione sia un supporto invece che un ostacolo alle aziende che si rivolgono a noi.

Di preciso di cosa vi occupate?

Realizziamo progetti custom, di system integrator e con intelligenza artificiale.  Un esempio concreto di ciò che ci differenzia è che quando un’azienda compra un CRM o un gestionale, poi deve cambiare i propri flussi operativi affinché combacino con quelli che ha acquistato. Noi invece ottimizziamo il prodotto che ci chiede il cliente in relazione alle sue abitudini.

Uno tra i vostri primi progetti ha avuto un grosso impatto sociale, di cosa si è trattato?

Il comune di Santorso ci ha chiesto supporto perché voleva far esplorare ai turisti un giardino botanico, parco Rossi, in maniera più inclusiva. Al tempo del progetto non si parlava ancora di intelligenza artificiale perché era il 2020. Abbiamo creato un chatbot che in una prima fase di assessment e poi con un po’ di domande permetteva di capire l’utente che aveva di fronte. In particolare distingueva se aveva difficoltà uditive, visive o motorie. Questo permetteva al chatbot di proporre un’esperienza personalizzata in base a queste informazioni.

Come funzionava nel dettaglio?

Il parco ha delle salite e delle scale, che non sono adatte ad anziani o persone in carrozzina. Il chatbot, capendo questo, proponeva tre differenti percorsi in base alla disabilità. Questa esperienza ci ha aperto un mondo bellissimo sia da un punto di vista tecnologico ma anche umano perché per fare questo ci siamo dovuti mettere nei panni di qualcun altro che ha un’esigenza diversa. Concretamente abbiamo chiamato delle associazioni di categoria, ipovedenti, sordi, ciechi, persone in carrozzina e abbiamo ascoltato le loro necessità.

Quali sono state le reazioni?

Le reazioni sono state di sorpresa e meraviglia. Le persone con disabilità si sono sentite realmente ascoltate, fatto che non è assolutamente banale. Lato nostro, abbiamo rilevato che spesso quando si parla di intelligenza artificiale e tecnologia si tratta di qualcosa di intangibile. Magari si ha modo di ottimizzare dei processi, ma è difficile connettersi con la società e le persone. Quel progetto invece ci ha fatto proprio sentire che riusciamo ad avere un impatto. Chi è stato coinvolto ci ha detto di non aver mai trovato una cosa così, tutto ciò ha generato una soddisfazione enorme.

Riguardo all’intelligenza artificiale, che è al centro di molte vostre soluzioni, in che modo la integrate nei progetti? Quali sono le principali sfide tecnologiche che avete dovuto affrontare o che affrontate nel suo utilizzo?

Nell’integrazione di una soluzione con l’intelligenza artificiale noi partiamo sempre dal capire il perché. Perché la si utilizza, cioè se la si vuole mettere dentro solo per dire che c’è, siamo i primi a dire al cliente sarà un fallimento. Quindi osserviamo qual è il problema e capiamo se ha senso utilizzare l’intelligenza artificiale. Secondo punto, ci concentriamo sulle persone. Non mi stancherò mai di dirlo, l’intelligenza artificiale adesso non deve avere l’obiettivo di sostituirle, ma di fare in modo che siano potenziate o siano, diciamo, focalizzate fare dei lavori con più alto ritorno, più alto valore. Una frase che per me è molto importante per far capire il concetto che quando di parla di perdita di posti per l’ AI, in realtà non si sarà sostituiti da un’intelligenza artificiale, ma da qualcuno che utilizza l’intelligenza artificiale. Questo è un punto fondamentale, che per noi fa capire come la persona sia ancora centrale.

di Marco Camporese